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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 15663 volte 06 maggio 2011

Petrolio più caro, incertezza per il nucleare: ora occorrono scelte precise

Intervista al segretario generale dei lavoratori elettrici della Flaei-Cisl, Carlo De Masi

Di Redazione  •  Inserito in: Economia, Economia Internazionale, Economia Italiana, Interviste

di Giorgio Vitangeli

Il prezzo del petrolio svetta in questi primi giorni di primavera oltre i 105 dollari a barile, ed i sommovimenti che agitano tutto il mondo arabo, dal Nord Africa al Golfo Persico, non fanno prevedere nulla di buono.

La guerra civile in atto in Libia ha privato l’Italia  del petrolio e del gas che ci giungevano da quel Paese, pari rispettivamente al 23,3 ed al 12% del nostro fabbisogno nel 2010.

Sull’onda emotiva del disastro della centrale giapponese di Fukushima, il governo italiano prima ha confermato, con qualche esitazione, la decisione di un ritorno al nucleare, ma ha deciso poi una pausa di riflessione di un anno nelle pratiche ormai al via che dovevano attivare  le procedure per l’individuazione dei siti delle nuove centrali nucleari. “Pausa di riflessione” in Italia tende ad essere un eufemismo. Quella decisa nel 1987, dopo Chernobyl, ad esempio, è durata circa un quarto di secolo.

Insomma: sull’industria energetica italiana e sul nostro settore industriale che dell’energia è utilizzatore, sta piovendo sul bagnato. A parte i problemi di una possibile ristrutturazione del mix dei nostri fornitori d’idrocarburi, si profilano costi più alti, ed il divario coi nostri concorrenti, che nel settore elettrico beneficiano di costi più bassi, non accenna a ridursi, continuando a penalizzare in particolare la nostra industria manifatturiera, che in Europa è seconda solo a quella tedesca.

Ne parliamo con Carlo De Masi, Segretario generale  della Flaei, la Federazione dei lavoratori elettrici della Cisl, che da tempo ormai  si sforza di portare all’attenzione del governo e dell’opinione pubblica  alcuni aspetti problematici del nostro comparto elettrico, ed avanza proposte volti a risolverli, o quantomeno ad attenuarne il peso.

 

Uno scenario delicato

 

“In effetti – osserva De Masi- oggi lo scenario è particolarmente complesso e delicato, e s’impongono scelte precise”.

Ma prima di affrontare alcuni temi ed esporre alcune sue proposte, il Segretario generale della Flaei-Cisl premette una riflessione, solo apparentemente di carattere ideologico, ed una precisazione che tiene a sottolineare.

L’energia, si chiede, è solo una merce, o in un mondo moderno è invece un bene universale, cui  tutti cioè debbono poter accedere, come l’acqua, e la cui mancanza, per contro,  non ha solo risvolti economici, ma anche di carattere etico?

La precisazione poi è su chi paga in definitiva tutti i costi, diretti ed indiretti, dell’energia.

“Ho sentito affermare- nota De Masi- che  gli incentivi all’uso delle fonti rinnovabili li paga lo Stato. E’ falso e discorsivo. Paga sempre tutto il consumatore. Tutte le componenti di costo, dalla ricerca (che non si fa…) al decomissioning del nucleare, agli incentivi, appunto, all’uso di fonti d’energia rinnovabili, tutto finisce nella bolletta, e su quelle voci si pagano inoltre allo Stato accise ed imposte. Dunque: il consumatore paga, e lo Stato, semmai, incassa. E poiché la tariffa è predefinita, anche i risultati dell’efficientamento, cioè di una maggiore efficienza e di minori costi nel ciclo produttivo dell’energia, non si traducono in una riduzione dell’onere per i consumatori, ma vanno tutti a profitto dell’impresa elettrica”.

-          Lei ha accennato alle fonti rinnovabili, ed agli incentivi di cui esse godono, pagati poi in bolletta dai consumatori. Ma quanto costa allora, realmente, l’energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili?

“Dipende dalla fonte con cui si fa il raffronto: olio combustibile, gas, carbone. Rispetto ad esse le fonti rinnovabili costano il doppio o il triplo Rispetto al nucleare poi arrivano a costare quattro volte tanto..           Ma il problema vero è un altro. Le fonti rinnovabili cioè sono aggiuntive o sostitutive rispetto a quelle già esistenti? Se sono aggiuntive, ricorrere ad esse non ha senso, perché abbiamo già una capacità di produzione pressoché doppia rispetto alla domanda massima d’energia elettrica: a fronte di picchi di circa 55 mila megawat abbiamo una capacità di generazione di 100 mila megawat. Aggiungere ulteriore capacità, e per giunta con costi di gran lunga maggiori, sarebbe perciò solo uno spreco.

Se invece la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili è sostitutiva rispetto a quella ottenuta da fonti tradizionali, allora parallelamente all’uso delle rinnovabili, bisognerebbe ridurre il ricorso agli idrocarburi. Il nostro primo problema, in definitiva, è quello di razionalizzare la struttura di produzione esistente, diversificando  inoltre le fonti in funzione  della sicurezza degli approvvigionamenti”.

-Ma  come si può razionalizzare l’esistente?

“Con una maggiore efficienza, e col risparmio, che non costa nulla. Nell’uso di energia elettrica ci sono ancora sprechi incredibili,  frutto di disattenzione al risparmio, di abitudini sociali, di trascuratezze. Una cultura del risparmio nell’uso dell’elettricità determinerebbe tutta una serie di vantaggi: da quelli ambientali, con minori emissioni inquinanti dagli impianti di produzione a quelli economici, con costi più bassi e nuova occupazione per la produzione di impianti ed apparecchiatore elettriche più efficienti.

Occorre poi, come ho già detto, ripensare alle fonti rinnovabili in una logica non aggiuntiva, ma sostitutiva.

C’è infine un’ultima considerazione, che alla luce di quanto sta accadendo dobbiamo prendere in esame. Se il ricorso all’energia nucleare di nuovo si blocca, se gli investimenti previsti per la riconversione a carbone di alcune centrali sono ormai esauriti, allora l’unico intervento possibile è sulle reti. In primo luogo perché se non c’è un costante rinnovo che riguardi almeno il 3% della rete, essa diventa rapidamente obsoleta. Ma tanto più gli interventi sulla rete sono necessari se davvero vogliamo proiettarci verso le reti intelligenti: smart grids, poi smart city, cioè città con reti tele gestite, ed infine  domotica nelle abitazioni, con la possibilità di comandare a distanza, col telefono, l’accensione o lo spegnimento degli impianti.

I contatori elettronici che si stanno installando sono il primo passo, ma occorrono ulteriori forti  investimenti.

-          Ma chi dovrebbe pagare tutto questo, e quanto costerebbe?

“La bolletta elettrica complessiva oggi è nell’ordine di 50 miliardi di euro. Spostare un centesimo in più equivale a cinquecento milioni. Anche salvaguardando le categorie più deboli, da un incremento dell’1% nella bolletta, cioè quasi inavvertibile, avremmo disponibili immediatamente varie centinaia di milioni di euro all’anno, i quali però –ecco il punto fondamentale- dovrebbero essere  tutti destinati ad investimenti per rendere impianti e rete più efficienti e più moderni. Alcune spese infine possono ricadere sulla fiscalità generale”.

-          Un’ultima domanda dottor De Masi, ed in questo momento è forse la più delicata. Dopo quello che è successo in Giappone, è ancora realistico pensare ad un ritorno del nucleare in Italia?

” Io resto a favore del ricorso a centrali elettronucleari, perché è questa la scelta che hanno fatto i Paesi più avanzati, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Francia all’Inghilterra ed alla Germania, e che stanno facendo i maggiori Paesi emergenti. Ed è una scelta tanto più necessaria per un Paese come l’Italia, che non ha fonti d’energia proprie, ed ha un’industria manifatturiera energivora che è al secondo posto in Europa e ad uno dei primi posti nel mondo.

Una nostra rinuncia unilaterale non ci salvaguarda minimamente dai pericoli, visto che siamo attorniati da Paesi che ospitano decine e decine di centrali nucleari, e ci carica invece solo degli oneri di maggiori costi nella produzione di energia elettrica.

Detto questo però una pausa di riflessione èindispensabile, ma non per posticipare semplicemente quanto già deciso, in attesa che l’impatto emotivo del disastro di  Fukushima si attenui, ma proprio per riflettere su quanto è accaduto in Giappone, e trarne gli opportuni insegnamenti. Perché è vero che in Giappone la centrale nucleare si trovava vicinissima all’epicento di un terremoto d’intensità apocalittica, ed investita poi da uno tsunami con un’onda alta, dicono, più di dieci metri,  eventi cioè assolutamente eccezionali, ma è anche vero che i meccanismi di garanzia e di sicurezza della centrale si sono dimostrati inadeguati. C’è da aggiungere  che quella centrale era in esercizio già da circa quarant’anni, e malgrado ciò ci si è preoccupati, all’inizio, soprattutto di preservarne l’ulteriore sfruttamento economico.

Di impianti nucleari che hanno l’età di quello di Fukushima ce ne sono molti, sparsi per il mondo, ed alcuni non molto lontani dall’Italia. Sarà anche vero che, in condizioni normali, essi possono funzionare ancora per uno o due decenni, ma credo sia saggio costruire impianti nuovi, di terza generazione, che hanno sistemi di sicurezza ben più affidabili, e spegnere le centrali nucleari più vecchie. In Germania c’è stata una prima decisione in questa direzione, che ora sembra rafforzarsi, ma la scelta non può essere di un solo Paese; deve essere una scelta europea, anzi mondiale, perché per l’energia atomica il problema della sicurezza è su scala mondiale.

Infine il problema dei controlli sul rispetto delle norme e delle procedure di sicurezza. Anche sotto questo aspetto quel che è accaduto in Giappone deve far riflettere. Le centrali nucleari possono essere anche private, come lo è quella di Fukushima, ma i controlli non possono essere che pubblici, ed improntati alla più assoluta severità.

 

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