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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 13629 volte 06 maggio 2011

Per vincere il declino tornare a sviluppare le infrastrutture

Dopo decenni di crescita al rallentatore in Italia, La Cina e gli Stati Uniti si stanno già muovendo.

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Economia Italiana

La crisi economica che ha colpito il mondo, infatti, si e’ duramente fatta sentire anche e soprattutto per i pesi massimi dell’economia mondiale. E se il colosso asiatico ha solo rallentato un  poco il suo ritmo di crescita, gli Usa hanno visto aumentare la disoccupazione e scendere il “pil”, ossia hanno visto gli indici economici adeguarsi all’andamento dell’economia reale. Per anni infatti negli Usa il “pil” cresceva trainato da “alchimie” finanziarie, anche se il paese si stava deindustrializzando e calava costantemente la quota di mercato globale ascrivibile agli Stati Uniti nonché il numero di quei posti di lavoro di qualità, che un tempo erano conseguenza e concausa della forza economica americana.

Per correre ai ripari, dunque, si doveva puntare anzitutto a creare occupazione, per far ripartire i consumi e l’economia. Inevitabile perciò la scelta di attivare massicci investimenti pubblici in infrastrutture, non solo in un’ ottica anticiclica e di breve termine, ma in una visione di più ampio respiro temporale e di valore strategico per il futuro.

 

Il piano di Obama

e i megaprogrammi cinesi

 

E cosi, qualche mese fa Obama ha annunciato un piano straordinario di infrastrutture e grandi opere, in particolare nel settore dei trasporti di superficie, per un investimento iniziale di 50 miliardi di dollari nei prossimi sei anni.

La Cina, dal canto suo, ha iniziato la costruzione di 10 importanti maxi infrastrutture tra cui  nuove autostrade per 80.000 chilometri e un’ importante ristrutturazione di tutta la rete stradale esistente, oltre ad altre idee meno tradizionali ed ambiziosissime, come il collegamento di Hong Kong e Macao con il continente tramite un complesso di isole artificiali, 4 km di tunnel sottomarino e un ponte di 37 km.

Sono inoltre previsti, sempre in Cina, 97 nuovi aeroporti entro il 2020, di cui 10 con una capacità di gestire più di 30 milioni di passeggeri all’anno.

Insomma progetti colossali che mirano a rilanciare l’economia della (ex?) superpotenza occidentale e della nuova superpotenza asiatica e a proiettare le due nazioni nel futuro come protagoniste.

 

Il rapporto consequenziale

tra infrastrutture e “pil”

 

E’ assolutamente pacifico che sviluppo delle infrastrutture e crescita del “pil” vanno di pari passo.

Basti pensare al nostro recente passato. Tra gli anni 30 e gli anni 70 l’Italia ha conosciuto uno sviluppo infrastrutturale senza precedenti in ogni settore: ferrovie, trasporto stradale, infrastrutture energetiche sono stati completamente rivoluzionati in pochi decenni. A seguito di ciò nei primi anni ‘70, per fare un esempio, la rete delle autostrade italiane era tra le più sviluppate del mondo. In quei 40 anni che hanno visto il nostro Paese passare dall’economia agricola allo sviluppo industriale fino a diventare la quinta potenza economica del pianeta il ruolo svolto dallo sviluppo infrastrutturale e’ stato centrale.

Poi tutto si e’ fermato.

Anno dopo anno si e’ accumulato un ritardo rispetto agli altri paesi avanzati che, col tempo, e’ diventato cronico e ha posto una pesantissima ipoteca sulla nostra crescita economica.

Il declino dell’economia italiana si e’ tradotto, o forse sarebbe più corretto dire si e’ intrecciato in un rapporto di causa/effetto con il declino delle infrastrutture, passate, in molti settori, dall’essere all’avanguardia all’essere drammaticamente antiquate e gravemente insufficienti.

 

L’Italia divisa in due

 

 

 

Anche  su questo tema poi il nostro Paese appare spaccato in due, perché se e’ vero che a livello nazionale le infrastrutture sono spesso carenti e inadeguate, questa deficienza è tanto più grave e drammatica quanto più si scende a sud. Basti pensare alla situazione del trasporto stradale, degli acquedotti o delle ferrovie nel Meridione.

Il ministro Tremonti recentemente ha voluto toccare con mano, ed accompagnato dai leader sindacali Raffaele Bonanni (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil) è partito senza preavvertire in treno da Roma verso Reggio Calabria: su un Freccia rossa fino a Napoli, poi su un intercity in seconda classe fino a Lamezia Terme, ed infine sul regionale dei pendolari fino a Reggio Calabria.

Tre ore di viaggio da Milano a Roma, sette ore per arrivare a Reggio. Il suo icastico ed amaro commento: da Milano  Roma i moscerini si spiaccicano sui finestrini del treno; nel Meridione viaggiano più veloci dei treni.

 

Le metropoli soffocate

 

Anche le metropoli, che rappresentano oggi l’elemento trainante della crescita economica degli stati, soffrono in Italia di una cronica carenza di adeguate infrastrutture che, aldilà dei disagi sulla vita quotidiana dei cittadini, soffocano o condizionano negativamente le possibilità di sviluppo.

Emblematici i casi di Roma e Milano. La capitale e’ congestionata dal traffico, in virtù di un sistema stradale sempre più obsoleto (per capire quale sia stato l’immobilismo della politica negli ultimi decenni basta un dato: negli anni ‘50, quando ad Ostia abitavano poche migliaia di persone, esistevano come collegamenti la via Cristoforo Colombo, la via del Mare e la metropolitana di superficie; oggi, 60 anni dopo, centinaia di migliaia di persone vivono in quell’area, tra Roma e il mare, ove i vecchi borghi ora sono quartieri della capitale, ma a fronte di un aumento esponenziale della popolazione le infrastrutture sono rimaste le stesse di 6 decenni fa, solo più vecchie e malandate.

Anche il capoluogo lombardo, su cui gravita un’area metropolitana tra le più popolose d’Europa, quanto ad infrastrutture e’ la Cenerentola delle metropoli continentali. Per fare un esempio: sotto la Madonnina corrono solo tre linee metropolitane; nel sottosuolo di Madrid invece ne corrono 12 e 10 a Berlino, 16 a Parigi (di cui 14 doppie)

Avendo dunque accumulato un simile ritardo nelle infrastrutture sarebbe logico immaginare che l’Italia investa, per colmarlo, una parte del suo “pil” maggiore rispetto a paesi che possono contare su una rete infrastrutturale moderna ed efficiente, ed invece è l’opposto.

 

Una spesa per infrastrutture

inferiore alla media europea

 

La spesa relativa agli investimenti fissi, che riguarda principalmente le infrastrutture, in Italia si attesta infatti al 2,2% del Pil, contro il 2,5% della media dell`area euro. La spesa italiana e` nettamente inferiore a quella di Francia (3,2%), Spagna (3,8%), Irlanda (5,4%), Slovenia (4,2%) e Paesi Bassi (3,3%).

La consapevolezza di questo ritardo è presente nella classe politica sia di destra che di sinistra, ma una serie di problematiche, che in questa sede sarebbe troppo lungo esaminare, impedisce che si inverta la tendenza e si recuperi il terreno perduto.

 

Pur con queste palle al piede qualcosa, timidamente, si tenta di fare, e questo governo, perlomeno nei  propositi, vorrebbe segnare un’inversione di tendenza.

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha dichiarato in una recente conferenza stampa a Palazzo Chigi che“uno dei motivi per cui il “pil” dell’Italia non è aumentato al pari di quello di altri grandi paesi europei è la carenza di infrastrutture”. Tra le “eredità drammatiche” che il governo si è trovato a gestire, il Capo del governo ha citato anche il sistema dei trasporti, affermando che l’Italia “ha un gap del 50% rispetto a Francia e Germania” e che “le nostre merci escono dagli stabilimenti e poi costano care per colpa del trasporto”. “Drammatico”, per il premier, è anche il fatto che le battaglie della sinistra ecologica “abbiano fermato il nucleare.

 

Il caso limite

delle centrali nucleari

 

Con le centrali nucleari siamo al caso limite. All’inizio degli anni ’70 l’Italia era al terzo posto nel mondo per produzione di energia elettronucleare, ed al secondo posto in Europa. Ma anche nella costruzione di nuove centrali nucleari dagli anni ’70 iniziò declino e paralisi. Sulla carta grandi programmi di sviluppo; nella realtà poco o nulla.

Poi ci fu’ il referendum del 1986, indetto l’anno dopo il disastro di Chernobyl, interpretato estensivamente come un rifiuto “tout court” della produzione in Italia di energia elettronucleare. E così non solo non si costruirono nuove centrali, ma furono “spente” e disattivate anche quelle esistenti, e fu dissipato e disperso il patrimonio umano di conoscenze e di esperienza che si era formato attorno all’industria nucleare italiana.

Oggi il governo italiano in carica ha deciso di tornare al nucleare, ma il tempo perso non può essere recuperato. Ed inoltre se fino a ieri nell’opinione pubblica sembravano essere maggioranza coloro che  ritenevano opportuno un ritorno alla produzione anche in Italia di energia elettonucleare, ora l’incubo di fughe radioattive dalla centrale giapponese di Fukushima, investita da un apocalittico terremoto e da uno tsunami con onde alte quasi dieci metri potrebbe aver rovesciato di nuovo la situazione  favore degli antinuclearisti.

In un contesto del genere e’ stupefacente che l’Italia continui, nonostante tutto, ad essere un paese sviluppato e con esportazioni robuste, avendo trascurato colpevolmente quelli che sono gli elementi fondamentali della competitività, ossia la ricerca, l’innovazione, e gli investimenti strategici in una moderna rete di infrastrutture.

 

Il miracolo italiano

 

E’ forse vero, comunque, che esiste un “genio italico” se, pur essendoci messi in condizione di competere in maniera fortemente svantaggiata rispetto agli altri grandi paesi industrializzati, il “made in Italy” conquista ancora spazio ed è tuttora visto come sinonimo di qualità e di eleganza. Ma dobbiamo domandarci per quanto tempo ancora basteranno per sorreggere la nostra economia,

la geniale creatività dei nostri stilisti e “designers”, l’immagine conquistata nel mondo dalle nostre automobili più prestigiose o dalla cantieristica di lusso,  l’intraprendenza e la maestria delle nostre piccole imprese che vendono in tutto il mondo i propri prodotti o le punte d’eccellenza dei nostri scienziati, che pur lavorano in strutture e con fondi totalmente inadeguati.

I miracoli non possono durare in eterno. E’  indispensabile ormai una inversione di tendenza in questo vero e proprio declino della forza propulsiva dell’economia italiana. E l’inversione di tendenza si misurerà nella capacità di tornare a sviluppare rapidamente la dotazione d’infrastrutture del nostro Paese, profittandone per una radicale modernizzazione.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 123 | Commenti: 230

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