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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 12094 volte 07 ottobre 2011

Non è solo l’Italia: è il mondo che trema

Rischio sovrano, downgrading, Borse sulle montagne russe, scontri sociali e proteste di piazza

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza, Finanza Internazionale, finanza italiana, lettere alla redazione

di Giorgio Vitangeli 

“La festa appena cominciata è già finita…”. Così  cantava malinconicamente  Sergio Endrigo al Festival di Sanremo nel 1968.

In questo inizio di ottobre, quella canzone rischiava d’ essere la musica di fondo più adatta per le sedute di Borsa, dall’Estremo Oriente all’estremo Occidente. Poi qualcosa ha accennato a cambiare, dopo la riunione dei ministri europei dell’Ecofin, a Lussemburgo, e le voci, seppure ancora confuse, di un “piano salva banche” che comincerebbe a delinearsi.

Dopo aver viaggiato per tutta l’estate sulle  montagne russe, tra cadute mozzafiato, specie dei titoli bancari, e lente risalite, nell’ultima settimana di settembre era già apparso tra le nubi temporalesche qualche improvviso raggio di sole.

La “schiarita” era iniziata timidamente venerdì 23 settembre, con  Londra a +0,5%;  Francoforte a +0,6, Parigi +1%, e Milano, tra saliscendi  da infarto, + 1,36, ma con i maggiori titoli bancari in recupero dal 4 al oltre il 6%. Po,i il lunedì dopo,  di nuovo rialzi, che divenivano impetuosi il martedì: Francoforte riguadagnava oltre il 5%; Parigi il 5,5 Milano il 4,9. Un rialzo che man mano ha perso vigore, per spegnersi  sul finire della settimana.  Festa finita dunque?  La prima settimana di ottobre si apriva ancora con Borse in ribasso, poi – mercoledì 5 – di nuovo  un raggio di sole, con i listini asiatici e Wall Street in zona negativa, ma tutte le Borse europee in netto recupero.

Eppure era continuato il “bombardamento a tappeto” delle agenzie di “rating”, concentrato in particolare sull’Italia. Negli ambienti bancari, al riparo dell’anonimato, qualcuno definisce le agenzie “terroristi ad orologeria”. Fanno esplodere cioè i loro giudizi,  i loro “outlook” ed i loro “downgrading” nei momenti più delicati, quando fanno più danni.

 

Ma la Borsa comincia

a ignorare i “rating”

 

Ma il bello è che la Borsa pare cominci ad ignorarli, come fossero bombe carta, o semplici petardi. Li ha già scontati in precedenza, dicono  i commentatori economici.

Sta di fatto che dopo che Standard&Poor’s  martedì  20 settembre aveva  ridotto il “rating” sul debito sovrano dell’Italia da A+ ad A, la Borsa di Milano ha guadagnato quasi il 2%. E la stessa cosa si è ripetuta in misura ancora più ampia mercoledì 5 ottobre:   Moody’s ha declassato l’Italia da Aa2 ad A2, con “outlook” negativo e la Borsa di Milano ha guadagnato oltre il 3,5%. Naturalmente c’è una spiegazione, o quantomeno delle ragioni che i commentatori   indicano come cause di tale atteggiamento. Il recupero degli indici di Borsa in tutta Europa nella terza decade di settembre era stato innescato dai “rumors” e dalle indiscrezioni che avevano accompagnato la riunione annuale del Fondo Monetario Internazionale a Washington, a margine della quale s’erano riuniti anche i ministri  finanziari ed i governatori dei Paesi del G20. Si vociferava chel’EFSF, cioè  il cosiddetto  Fondo “salva Stati” europeo sarebbe stato dotato di una “capacità di fuoco” di 2 o 3 mila miliardi di euro. E che la BCE avrebbe abbassato i tassi, addirittura di 50 punti base, tutto d’un colpo, riportano il costo del denaro all’1%, cioè al livello dell’inizio di quest’anno. Voci che hanno trascinato al rialzo tutti i listini europei, compreso quello italiano.

Stessa storia mercoledì 5 ottobre. Moody’s il giorno prima ha abbassato  il “rating” dell’Italia, ma le Borse europee, e Milano con esse,  hanno segnato decisi rialzi, spinte dalle voci di un “piano salva banche”  che sarebbe stato concordato, a grandi linee,   nella riunione dell’Ecofin tenutasi a Lussemburgo.

Indiscrezioni incontrollate ed anticipazioni confuse valgono dunque in Borsa più dei giudizi delle “blasonate” ma sempre più discusse e contestate società di rating?

 

Il rischio di default

in realtà è inconsistente

 

In realtà , al di là dell’impatto emotivo che il declassamento  può determinare, a guardarne le motivazioni, ed ancor più la valenza tecnica, il tutto si ridimensionerebbe notevolmente.

Standard&Poor’s  ad esempio a giustificazione del “downgrading” dell’Italia sostiene che il peggioramento delle attese di crescita rendono più difficile il riequilibrio dei conti pubblici. Rischio “default”, in prospettiva, dunque anche per l’Italia? In realtà il  rating A2 indica che l’Italia ha una probabilità dello 0,68% di finire insolvente entro i prossimi cinque anni.

Quanto a Moody’s , essa ammette (bontà sua…) che il rischio di un default dell’Italia è remoto, ma  giustifica il declassamento con una vulnerabilità dell’Italia aumentata non solo dalla crescita sempre più debole, ma anche dall’incertezza del quadro politico e dalla rilevante rigidità del mercato del lavoro, che impedisce riforme incisive da quel lato.

Sempre sul fronte degli ultimi attacchi da parte delle agenzie di rating , c’è da ricordare il giudizio espresso da Standard&Poor’s, che unitamente a Goldman Sachs ha rivisto al ribasso le previsioni sulla crescita economica nella zona euro,  aggiungendo che “è possibile che  l’Europa cada di nuovo in una recessione”. E per quanto riguarda l’Italia, la ulteriore raffica” che Moody’s ha sparato declassando non solo Unicredit ed Intesa-San Paolo, ma anche tutte le aziende partecipate dal Tesoro: dall’Eni ed Enel, da Finmeccanica a Terna ed alle Poste, nonché una lunghissima lista (una trentina circa) di Regioni, Province, Comuni.

Anche in questo caso però la Borsa  ha continuato ad ignorare i giudizi della Agenzia : le quotazioni delle società declassate non hanno fatto una piega, ed alcune hanno continuato a salire.

A questo punto il quadro comincia a farsi sempre più chiaro.

C’è stato e c’è in corso un attacco finanziario all’Europa che, enfatizzando rischi sovrani, si è concentrato sui Paesi “marginali”  dell’Eurozona. Ha iniziato dall’anello più debole, cioè la minuscola Grecia (2% circa del pil europeo), continuando poi con Portogallo e Spagna. Quest’ultima ha un debito pubblico che  arriva appena al 65%: del “pil”, ma –  si sottolinea a giustificare il “pressing”-  le sue banche  non hanno ancora completamente riassorbito i guai della “bolla immobiliare”.

 

I due punti deboli

dell’Italia

 

E dopo Spagna e Portogallo l’attacco si è concentrato sull’Italia, preceduto dall’interminabile bombardamento delle società di “rating”, che è continuato fino a tutto settembre. Le banche e le Compagnie assicuratrici italiane non hanno in portafoglio i titoli tossici fabbricati negli Stati Uniti, ma hanno – naturalmente- titoli di Stato italiani in grande quantità. Quest’anno  il deficit pubblico italiano è uno dei più bassi nell’ambito dell’eurozona. Ma il debito pubblico ha raggiunto il 120% del “pil”.  Una debolezza potenziale acuita da due fattori: il primo, ampiamente sottolineato, è la bassa crescita economica che affligge ormai un po’ tutti i Paesi, ma l’Italia in modo particolare. E se il “pil” non cresce, è molto più difficile migliorare il rapporto debito-pil .

Il secondo fattore di debolezza è che mentre sino ad una ventina di anni or sono i titoli di Stato italiani erano per la quasi totalità collocati in Italia, oggi una parte considerevole è in mano ad investitori istituzionali esteri, e quindi possono essere oggetto e strumento di massicce speculazioni. La riprova la dà il Giappone, che ha un rapporto debito pubbblico-pil quasi doppio di quello italiano. Ma è per oltre il 90% in mano ad istituzioni finanziarie ed a risparmiatori giapponesi, per cui da quel lato non viene attaccato perché è inattaccabile.

 

Ma perché l’Italia

è sotto attacco?

 

L’attacco all’Italia peraltro sembra avere più d’una motivazione. Oltre a quella, ovvia, di guadagni speculativi, ve ne potrebbe essere anche una di carattere politico. Il governo Berlusconi in politica estera si era preso in passato alcune libertà ( legami personali molto amichevoli con Putin, l’accordo per il gasdotto Southstream, il trattato di amicizia con la Libia di Gheddafi  che rafforzava rapporti preferenziali e sembrava preconizzare una triangolazione che facilitava la penetrazione russa in Nord Africa). Libertà e prospettive che avevano irritato gli ambienti atlantici. Sta di fatto che gli attacchi della Magistratura sulle personali vicende boccaccesche del presidente del Consiglio sono  prontamente ripresi e amplificati dalla stampa estera, demolendone l’immagine e la credibilità internazionale.

Collegato all’attacco politico c’è l’attacco sul piano finanziario, portato avanti dalle Agenzie di rating anglosassoni e dalla speculazione internazionale.

L’abbiamo già scritto: in questo caso  l’attacco è all’Italia, ma l’obbiettivo vero è l’euro. Perché l’area dell’euro forse potrebbe anche sopportare un default pilotato della Grecia, ma non reggerebbe certo ad un collasso dell’Italia.

 

Un gioco sempre

più pericoloso

 

Il gioco sta diventando però molto pericoloso, e se ne stanno accorgendo anche oltre Atlantico. Un nuovo sistema monetario internazionale, imperniato su un paniere di valute ( dollaro, euro, yen, yuan, rublo, e magari anche le monete dell’India e del Brasile) può nascere solo a condizione che l’euro regga.  Senza l’euro nessuna di quelle valute ha peso sufficiente ad insidiare il dollaro. Per impedire che un nuovo sistema monetario internazionale ponga fine al signoraggio del dollaro sul resto del mondo, è necessario dunque che l’euro venga neutralizzato, come lo furono in passato il vecchio “serpente monetario” europeo(1972)  e poi lo Sme (Sistema monetario europeo), con l’attacco speculativo del 1992.

Ma l’attacco all’euro oggi portato avanti enfatizzando i rischi sovrani dei Paesi marginali dell’eurozona, comporta mettere a rischio anche le banche  degli altri Paesi europei, che hanno in portafoglio i titoli di Stato dei Paesi sotto attacco. Non a caso  sulla “linea del fuoco” si trovano ora anche le banche francesi, alcune delle quali, tra le maggiori, hanno visto dimezzarsi dall’inizio dell’anno il loro valore di Borsa, sceso ormai al disotto del loro patrimonio ( constatazione, questa, che non riguarda solo le banche francesi…). Ciò da un lato può suscitare intuibili tentazioni (oggi non poche grandi banche europee si potrebbero scalare a prezzi fallimentari); dall’altro fa serpeggiare sempre più forte il timore del contagio. Cioè se crolla l’euro c’è il rischio reale che crolli tutto il sistema bancario occidentale, e che l’intera economia globale affossi nella più drammatica delle recessioni.

 

La crisi è globale

 

L’attacco all’eurozona, l’enfasi sulle vicende della minuscola Grecia e sui debiti sovrani di alcuni Paesi europei ha avuto, tra l’altro, l’effetto di colpevolizzare l’Europa, quasi fosse essa responsabile della crisi globale che incombe,distogliendo momentaneamente l’attenzione dalle vicende del resto del mondo, ed in particolare degli Stati  Uniti. Eppure è là  che ha avuto origine la crisi finanziaria globale con lo scoppio della “bolla immobiliare”, là sono nati in larghissima parte quei titoli “tossici” che poi sono stati spacciati in mezzo mondo, là sono fallite le prime grandi banche e Compagnie d’assicurazione, là  lo Stato è dovuto intervenire massicciamente per salvarle, là la Banca Centrale ha dovuto immettere nel sistema enormi quantità di moneta, e continua a farlo. E là, infine, si è dovuto ampliare il limite legalmente fissato al debito pubblico, perché altrimenti lo Stato non avrebbe più avuto i mezzi neppure per pagare gli stipendi, e paradossalmente la più grande potenza economica del mondo avrebbe dovuto dichiarare il default.

I riflettori della crisi si sono in larga parte spostati sull’Europa, cui gli USA cercano di addossare la responsabilità di un eventuale collasso dell’economia mondiale,  ma  negli Stati Uniti  la crisi è forse ancora più grave che in Europa, specie dal punto di vista sociale, ed alcuni indicatori statistici ufficiali lo evidenziano chiaramente. Secondo i dati di US Census Bureau Annual Report, che hanno fatto il giro del mondo, sollevando stupore e timore, 46,2 milioni di statunitensi  vivono oggi al disotto della soglia di povertà. Ciò equivale al 15,1% della popolazione: è la  percentuale più alta da quasi quarant’anni. Tra gli afroamericani e gli ispanici la quota di coloro che vivono al disotto della soglia di povertà  sale però rispettivamente al 27,4 ed al 26,6, ed al 22% tra i giovani al disotto ei 18 anni. La percentuale dei poveri negli Stati Uniti  è aumentata ininterrottamente negli ultimi quattro anni; il reddito medio familiare tra il 2001 ed il 2009 è sceso del 3,6%, e continua a scendere, mentre i salari restano piatti. Gli americani che non hanno alcuna forma di  assicurazione sanitaria sono oggi circa cinquanta milioni. La disoccupazione ufficiale è al 9,1% (quella reale è ben più alta, considerando i metodi di rilevamento usati negli Stati Uniti). Tra i disoccupati la quota di quelli senza lavoro da oltre sei mesi ha raggiunto la percentuale record del 40%. Nel 1958 negli Stati Uniti l’85% degli uomini in età di lavoro era occupato; oggi solo il 64%.

Un tempo il sistema americano era famoso per la flessibilità del lavoro, sia in uscita che in entrata. Facilissimo essere licenziati, ma altrettanto facile trovare presto un altro lavoro. Ora, a quanto pare, è rimasta la flessibilità solo nei licenziamenti. E l’assurdo è che proprio ora che il sistema di concertazione alla tedesca dimostra di saper affrontare meglio la crisi occupazionale, c’è chi vorrebbe prendere a modello, anche in Italia, il sistema americano.

 

Ovunque segni

di rivolta sociale

 

Di fronte a quella che, anche negli Stati Uniti, si delinea come la peggiore delle ultime dieci recessioni, sale ovunque la protesta sociale. Dagli “indignados” in Spagna alle manifestazioni di piazza in Grecia contro le condizioni-capestro imposte per evitare il “default”; dal referendum in Islanda contro la “socializzazione” dei debiti cumulati dalle banche speculative private, alle manifestazioni “contro Wall-Street” che negli Stati Uniti da New York si stanno allargando ad altre città. E qualcosa comincia a covare anche in Italia. La lettera che ai primi di agosto ( e resa nota da un quotidiano a fine settembre) è stata inviata al governo italiano dalla Banca Centrale Europea, firmata da Trichet e da Draghi, scritta in inglese e (bontà loro…) anche in Italiano, non promette nulla di buono. Per continuare a sostenere i titoli di Stato italiani la BCE chiede “con urgenza” e con tono imperativo privatizzazioni su larga scala  nei servizi pubblici locali, l’attenuazione del contratto collettivo di lavoro con accordi a livello d’impresa, la revisione delle norme che regolano l’assunzione ed il licenziamento dei dipendenti, ulteriori modifiche del sistema pensionistico (la pensione a 65 anni per tutte le donne, l’abolizione della pensione di anzianità, la riduzione ei costi nel pubblico impiego, rafforzando il “turn over” e se necessario, riducendo anche gli stipendi degli statali.

Ormai da anni la Banca Centrale Europea replica e ripropone filosofia e ricette del Fondo Monetario e della Banca Mondiale. Istituzioni (sono parole del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz) “prive di autentica democrazia, ed oscillanti tra incapacita’ tecnica ed asservimento agli interessi degli Stati Uniti”. Ovunque tali ricette di feroce “austerity” sono state applicate, hanno creato disastri, perche’ in concreto sono socialmente impercorribili, riducono il potere d’acquisto dei lavoratori aggiungendo alla recessione ulteriori spinte recessive, e comportano per giunta il saccheggio del patrimonio dello stato, imponendo ovunque il modello di capitalismo degli Usa.

Occorre cercare e scoprire altre strade per battere la recessione mondiale che galoppa. Viene in mente la risposta data anni fa dal ministro delle finanze argentino a chi gli chiedeva come era riuscito a far uscire l’economi argentina dalla palude in cui stava affondando. “Facendo – rispose- l’esatto opposto di quel che mi suggeriva il Fondo Monetario”.

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Autore: Redazione » Articoli 673 | Commenti: 286

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