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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 8375 volte 15 settembre 2011

Il piccolo paese che sfida la grande finanza

Islanda, l’isola scandinava nel mare della speculazione

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Europa, Finanza Internazionale, Planisfero

I media tradizionali, che, prima dell’avvento di internet, possedevano il monopolio completo dell’informazione e, di conseguenza, della formazione dell’opinione pubblica, presi come sempre dalle continue liti della nostra politica e dai fatti di cronaca nera la hanno completamente ignorata, ma quella avvenuta in Islanda e’ stata, per molti versi, una rivoluzione.

Quanti di noi hanno sentito nei telegiornali, nei programmi di approfondimento politico, nelle grandi testate nazionali, che tanto spazio hanno dato alle rivoluzioni della cosiddetta “primavera araba”, che non in Tunisia o in Egitto, ma in un paese europeo, per giunta del nord, c’e’ stata una rivoluzione, completamente inedita, sia per le modalita’ con cui e’ avvenuta, sia per gli obbiettivi che persegue, e che questa rivoluzione ha avuto uno straordinario successo?

Il Paese di cui stiamo parlando e’ l’Islanda, un piccolo stato, popolato da appena 300 mila persone che, fino a poco tempo fa, come la vicina Irlanda, , a uno sviluppo tumultuoso e inarrestabile, grazie alla totale adozione in economia di quei dogmi liberisti che fino a poco tempo fa dominavano incontrastati e come pensiero unico le politiche di tutti gli stati occidentali.

In Islanda nel 2003 l’intero sistema bancario era stato privatizzato e mirava, attraverso una forte competitivita’, fatta di contenimento dei costi (grazie soprattutto all’informatizzazione e ai conti “on line”) e di generosi interessi, ad attirare quanto piu’ possibile gli investimenti stranieri, obbiettivo prontamente raggiunto grazie soprattutto a investitori britannici e olandesi che, attirati dagli interessi vantaggiosi, avevano versato nelle banche islandesi enormi capitali.

Nel 2003 l’indebitamento delle banche private islandesi era pari al 200% dell’intero pil del Paese, schizzato poi, nel 2007, al 900%.

Per un decennio abbondante il sistema ha funzionato, ma esattamente come nella catena di Sant’Antonio, fatalmente a un certo punto il meccanismo si e’ inceppato.

L’inceppo e’ stata la crisi economica, che nel 2008 porto’ alla luce l’assoluta inconsistenza di uno sviluppo basato non sulla crescita della capacita’ di produrre beni e servizi, ma sulla costante moltiplicazione di una gigantesca massa di danaro virtuale.

A seguito della crisi le tre maggiori banche islandesi, profondamente esposte in quel casino’ globale che e’ la speculazione finanziaria, dichiararono fallimento, lasciando gli investitori inglesi e olandesi nel panico.

All’improvviso da “paradiso del nord” l’Islanda si trovo’ sprofondata nell’inferno del debito alla greca, delle misure drastiche e urgenti, delle lacrime e sangue chieste ai cittadini per ripianare il debito, un debito che avrebbe pesato, sulla testa di ogni islandese, per una cifra pari a 18 mila euro, spalmati in 15 anni, in pratica un mutuo per pagare gli interessi del prestito che UE e FMI avrebbero accordato a Reykjavick per evitare la bancarotta.

I sacrifici venivano chiesti ai cittadini, ma perche’ mai questi avrebbero dovuto pagare il conto?

Il fallimento della banche avrebbe determinato l’impossibilita’, da parte di istituti privati, di far fronte a debiti con altri privati. In base a cosa, dunque, in caso di perdite si sarebbero dovuti chiamare i cittadini a ripianare il debito quando, in caso di guadagni colossali, neppure un centesimo sarebbe spettato loro?

La domanda, evidentemente, se la sono posti anche i cittadini islandesi cui veniva chiesto di mettere mano al portafogli, e la risposta che si sono dati e’ chiara. Di motivi non ce ne sono.

Il piccolo paese vicino al polo nord ha dimostrato di avere un’autonomia politica che altri stati, immensamente piu’ grandi e popolosi, evidentemente non possono o non vogliono rivendicare.

Alla radice del movimento di massa che ha imposto all’Islanda una linea politica che nessuno in occidente avrebbe osato proporre c’e’, l’inedita liberta’ di comunicazione garantita dalla rete di internet, una liberta’ di comunicazione autentica e non controllabile, perche’ in grado di veicolare un messaggio a milioni di persone in tempo reale, senza filtri o censure, senza ostacoli finanziari come i colossali capitali di cui necessitano le tv e i giornali, e dunque senza dover rispondere a investitori, politici e poteri economici, delle opinioni espresse. Una rivoluzione silenziosa dei mezzi di comunicazione che ha saputo plasmare le coscienze, esattamente come e’ stato per le rivoluzioni che hanno abbattuto, uno dopo l’altro come tessere di un domino, i regimi dei paesi arabi e che permette a più riprese di movimentare imponenti manifestazioni di protesta sconosciute nella storia dei paesi del Maghreb.

E il messaggio di ribellione in Islanda, come un tam tam nella giugla, si e’ cosi’ diffuso.

A capeggiare la prima fase della rivoluzione, al posto di partiti o personaggi politici, è stato un cantante e i cittadini ben presto lo hanno seguito, le proteste si sono susseguite senza sosta per 14 settimane, chiedendo le dimissioni del governo conservatore di Geir Haarde e nuove elezioni.

Il 23  gennaio il premier si dimette, e dal voto esce vittoriosa Johanna Sigurdadottir, che diviene primo ministro.

Il nuovo governo in carica assicura Olanda e Inghilterra che l’Islanda paghera’ i suoi debiti, e il parlamento si appresta ad accettare il prestito dell’FMI indebitandosi per 15 anni, ma il presidente Grimsson si rifiuta di ratificarla e indice un referendum, partendo dall’incontestabile presupposto che, in un sistema democratico, le decisioni che riguardano la vita dei cittadini devono essere prese da essi stessi, e non da tecnocrati a Bruxelles a Londra o a New York, e la stragrandissima maggioranza degli elettori islandesi (oltre il 93% dei votanti) ha sancito una clamorosa vittoria del no.

L’Islanda, non avrebbe pagato i debiti accumulati dagli speculatori finanziari, nazionali ed esteri.

Inutile dire che la Gran Bretagna e l’Olanda, oltre ovviamente alle istituzioni finanziarie sovranazionali, hanno fatto fuoco e fiamme, minacciando di isolare la piccola isola scandinava e di trasformarla nella Cuba del nord, ma il nuovo governo islandese, incalzato da un popolo furibondo, ha risposto picche con un moto di orgoglio nazionale, preferendo rischiare di essere la Cuba del nord piuttosto che l’Haiti.

Il passo successivo e’ stato quello di rinazionalizzare le grandi banche e di mettere sotto processo (nientemeno!) i banchieri e politici considerati responsabili del disastro finanziario (molti dei quali prontamente fuggiti all’estero), di scrivere una nuova costituzione, in sostituzione di quella, vetusta, risalente al 1918, eleggendo 25 costituenti tra cittadini senza appartenenza politica, e utilizzando, ancora una volta, la rete per aggiornare in tempo reale la popolazione sui lavori dell’Assemblea, nonche’ per accoglierne proposte e commenti.

In pratica la via islandese e’ stata diametralmente opposta a quella, fatta di privatizzazioni, tagli lineari e flessibilita’ esasperata proposta, o meglio imposta, da quegli stessi “tecnocrati” che, con le loro ricette liberiste, avevano indicato al mondo una via che ha portato alla crisi piu’ grave degli ultimi decenni.

Soprattutto laddove gli altri stati hanno accettato un fortissimo limite alla sovranita’ nazionale, delegando organismi non elettivi come il Fondo Monetario, La Banca Mondiale, la BCE etc. a scrivere la politica economica che i governi si sarebbero limitati a ratificare come meri notai, l’Islanda ha invece ristabilito il principio dell’autodeterminazione die popoli e che le sorti di un paese possono quindi essere decise solo dai propri cittadini, creando un sistema politico di democrazia diretta in cui coloro che vengono eletti scelgono realmente la politica, in primis economica, in totale autonomia da influenze sovrannazionali.

I risultati di questa rivoluzione silenziosa (non tanto perche’ gli islandesi abbiano protestato meno dei tunisini o degli egiziani, quanto per il fatto che le loro manifestazioni di protesta non sono apparse sui telegiornali di Europa e America) si stanno cominciando a vedere. Il FMI ha lasciato l’isola, dopo aver portato a termine la sua sesta revisione dell’economia nazionale islandese a Washington, ritenendo non necessario continuare il proprio lavoro. Il Primo Ministro islandese Johanna Siguroardottir lo ha comunicato ai suoi concittadini nei giorni scorsi, ed ha aggiunto che la ristrutturazione economica islandese procede bene e la ricostruzione del sistema bancario, dopo il crollo del 2008  “e’ andata oltre ogni nostra aspettativa”.

Non solo, dunque, la catastrofe biblica che i soloni del pensiero unico preannunciavano per l’Islanda, qualora avesse contravvenuto ai diktat del FMI, non si e’ verificata ma, secondo i dati ufficiali il Pil islandese e’ cresciuto nel 2011 del 2.8 % e si prevede per il 2012 un balzo addirittura del 3.5%.

Si cominciano insomma a vedere, a dispetto del clima gelido del Paese, i primi germogli della “primavera islandese” mentre in Europa, e in Italia in particolare, l’aria rimane ancora quella di un inverno siberiano.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 126 | Commenti: 311

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