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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 15204 volte 23 settembre 2011

Il Bilancio d’esercizio: un mito ormai vecchio?

Gli effetti distorsivi del principio del “fair value” in un periodo i turbolenza dei mercati, uniti agli obblighi di rafforzamento patrimoniale imposti da Basilea3 stanno sconvolgendo i bilanci del settore bancario

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale

di Enea Franza

 
Sono sempre di più gli economisti che affermano che a moltiplicare gli effetti della recente crisi finanziaria
c’è stato l’effetto congiunto dell’adozione dei nuovi principi contabili, che hanno spinto sul criterio del fair value e, parallelamente, l’impatto delle disposizioni in materia di patrimonio di vigilanza per le imprese bancarie e conosciute come accordi di Basilea2. L’effetto congiunto delle due innovazioni, spiegano gli economisti, avrebbe moltiplicato la variabilità delle quotazioni dei titoli delle società emittenti, e avrebbe contribuito a generare un effetto “panico”, alimentando la caduta dei prezzi di azioni ed obbligazioni sulle principali piazze finanziarie. Ma è solo questo il problema ? Rinviando a quanto già abbiamo avuto modo di rilevare in “Crack Finanziario”, aggiungiamo qualche ulteriore considerazione su quanto l’evoluzione della crisi ha palesato al mondo intero.
 


Una regolamentazione

prociclica
 
 
Se a livello teorico il dibattito sulla pro-ciclicità dell’attuale regolamentazione in materia di bilancio e di patrimonio di vigilanza delle banche pare oramai aver acquisito forza, tuttavia,resta ancora difficile anche solo immaginare cosa lo  possa sostituire con altrettanta immediatezza e condivisione. Un dubbio, infatti, si palesa con immediatezza: se, infatti, tale regolamentazione effettivamente crea danni, è necessario, anzi urgente, sostituirla, ma con cosa?
 
Per capire il perché dell’attuale disciplina contabile bisogna fare, tuttavia, un passo indietro e comprendere le motivazioni che hanno convinto tanti esperti in economia aziendale a perorare l’adozione immediata di nuovi principi contabili e nuovi requisiti di vigilanza bancaria. In effetti, la vulgata che ha accompagnato l’introduzione della regolamentazione in favore del fair value, che ha soppiantato la vecchia regolamentazione, che aveva il criterio cardine di valutazione a cui ancorare il bilancio nel costo storico, ed il patrimonio di vigilanza fissato  in modo rigido, ha per lungo tempo insistito sui vantaggi di un nuovo modo di concepire il bilancio d’esercizio. Il principio secondo cui il documento contabile annuale dovesse rappresentare in modo veritiero e corretto il patrimonio aziendale, ha rotto l’idea che il bilancio potesse invece ispirarsi ad un criterio prudenziale, a tutela dei  creditori aziendali. Le modifiche introdotte in materia di principi di redazione del bilancio, fanno il paio con le disposizioni di Basilea 2. 
 

Fear value migliore
del “costo storico”?
 
Perché il fair value sarebbe migliore rispetto al tradizionale criterio del costo storico, ovvero all’indicazione in bilancio del bene al prezzo pagato all’atto dell’acquisto e ciò non solo nell’anno di acquisto, ma anche per gli anni successivi ?  Secondo gli estensori dei principi contabili internazionali, il fair value, risponde al fatto che, a chi compra ed a chi vende,specie se a termine, interessa sapere quanto l’attività, contrattata oggi, varrà domani, ovvero, interessa di più sapere qual’ è il costo o il ricavo odierno.Per questo motivo, tra l’altro, i prezzi di mercato  a contanti ed a termine sono la migliore indicazione di fair value e possono essere utilizzati come base di misurazione e, se i prezzi di mercato non sono disponibili, bisogna stimare il fair value in base alle migliori informazioni disponibili, anche in termini probabilistici. In altri termini, ogni anno bisogna porsi la domanda: il bene che ho pagato 100, ha ancora quel valore, ovvero, vale di più,diciamo 110, ovvero ha perso valore e, pertanto, se dovessi venderlo, non otterrei più di (diciamo) 90 ? Il fair value è ritenuto per i motivi sopra esposti un criterio migliore del costo storico, in particolare, per gli strumenti finanziari e, addirittura, l’unica valida misura del valore dei prodotti derivati e delle operazioni di copertura finanziaria. Come si determina il fair value? Riferendosi al valore di mercato, per gli strumenti finanziari per i quali è possibile individuare facilmente un mercato attivo, altrimenti al valore di mercato dei componenti o dello strumento analogo (se il valore di mercato non è facilmente individuabile per lo strumento, ma lo è per i suoi componenti o per uno strumento analogo), oppure, infine al valore che risulta da modelli e tecniche di valutazione generalmente  accettati, se non è possibileindividuare facilmente un mercato  attivo. Attenzione: è possibile un’eccezione: gli strumenti finanziari tenuti dall’impresa come immobilizzazioni, possono essere iscritti al valore contabile. Adesso penso sia di tutta evidenza comprendere che se la valutazione deve tenere conto del prezzo di mercato, più il mercato modifica i  suoi prezzi (ovvero è ballerino) più i beni nell’attivo dell’impresa subiranno delle modifiche conseguenti. Ma, si dirà, una valutazione al fair value dell’attivo sarà compensata da una variazione nelle voci del passivo, e quindi l’impatto sarà neutro. Le cose tuttavia non stanno cosi. Mentre è richiesto che la maggior parte delle attività sia contabilizzata al fair value, le passività continuano ad essere valutate in base ai Local Gaad.Di qui consegue che ciascun movimento delle attività registrato tramite il fair value non trova corrispondenza in un’analoga valutazione delle passività che continuano ad essere indicate al costo storico, generando una volatilità artificiale nel conto economico, attribuibile all’impiego di differenti criteri di valutazione per le poste dell’attivo e del passivo.Insomma,la grande turbolenza sui mercati finanziari cui assistiamo fa esplodere i bilanci, creando buchi enormi. Ecco come si spiegano la maggior parte degli squilibri ! 
Basilea 2
ha moltiplicato i rischi

Anche Basilea2 sembra aver moltiplicato i rischi. In effetti, il capitale accantonabile è passato dalla percentuale fissa sulle diverse attività,

come previsto dal modello di Basilea1, alla determinazione di un capitale strettamente correlato con il rischio di credito imputabile a seconda della categoria dell’attività, e del rischio specifico. Non è più sufficiente acquistare titoli di Stato per garantire il patrimonio, ma anche per quest’ultimi deve essere necessario un accantonamento specifico. Nell’ipotesi, infatti, che vi fossero nel bilancio di una banca tanti titoli pubblici,questi con Basilea1 non richiedevano nessun accantonamento, mentre con Basilea2 va scontato il “rischio Paese”, attraverso la costituzione di una riserva di capitale, ovvero, un accantonamento. Aggiungiamo che se questo è stato fatto per i titoli di Stato si può facilmente comprendere l’impatto sugli altri titoli custoditi nel patrimonio della Banca. Sottovalutare i problemi connessi alla volatilità è stato un errore ? Certamente oggi possiamo dire di si. Ma il mito di un mercato finanziario perfetto è duro a morire, proprio in quanto mito. Sui giornali economici (e non solo) del nostro Paese, si parla spesso di una nuova catastrofe che presto si abbatterà sulle imprese, nella forma di minori finanziamenti dalle banche. E’ l’incubo di Basilea 3. Il testo, infatti, è stato presentato allo Steering Committee del Financial Stability Board, l’organismo guidato dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, nel mese di settembre 2010. L’entrata in vigore sarà graduale, dal 1 gennaio 2013 per arrivare alla piena attuazione al primo gennaio 2019. 

Di che cosa si tratta? Prima di addentraci nelle novità facciamo una premessa per rassicurare i più spaventati. Nelle intenzioni degli estensori dell’accordo, Basilea3 pone l’attenzione sui rischi di mercato e, quindi, in particolare, agisce sulle banche di investimento; pertanto, chi svolge la normale attività bancaria non dovrebbe essere toccato dalla nuova normativa, anche perché l’esigenza di non compromettere l’attuale grave situazione dell’economia, ha consigliato una entrata in vigore delle disposizioni molto graduale(11). Ma le cose stanno davvero cosi ? Per capirci davvero qualche cosa e tentare una risposta bisognerebbe partire da lontano; da Basilea1 appunto, quando si cominciarono a dettare le norme per evitare che dai prestiti facili potesse nascere una crisi finanziaria di enormi proporzioni; cosa, che poi è puntualmente accaduta, nonostante Basilea1 e l’ulteriore stretta attuata poi con Basilea2. Ma cosa c’è stato di sbagliato nelle decisioni prese a Basilea? Bene, ripercorriamo le tappe fondamentali. Sappiamo che Basilea1 è un complesso di regole emanato da un Comitato con sede a Basilea(12) che nel 1988 ha dato vita alla normativa sul capitale di vigilanza degli istituti finanziari.


Si cominciò
con Basilea1

 

L’Accordo di Basilea 1 si fonda su semplici principi base.Vediamoli. Primo: poiché ogni impiego bancario comporta l’assunzione di un certo grado di rischio, questo deve essere quantificato e supportato da un adeguato livello di capitale proprio, detto “patrimonio di vigilanza”. Secondo: il rischio degli impieghi bancari deve essere suddiviso in “rischio di credito”, legato alla possibile inadempienza delle controparti agli obblighi contrattuali, e” rischio di mercato”, legato alla possibilità per la banca di subire perdite dovute a variazioni dei prezzi delle attività finanziarie intermediate. Entrambi i rischi devono trovare mezzi adeguati per essere fronteggiati. Era sottointesa la convinzione, da parte delle Autorità di mercato, che il “rischio di mercato” fosse ben misurato facendo riferimento alla consolidata teoria del portafoglio attraverso un metodologia molto in voga prima dei fatti del 2007, quella del Value at Risk(13) o, in sigla,VaR. La crisi finanziaria del 2008 ed il crollo delle quotazioni dei titoli hanno distrutto tale certezza, ed hanno dimostrato l’inaffidabilità della metodologia utilizzata, fino a quel punto, per misurare il rischio di mercato, e la necessità di cambiare regime. Ma questa è un’altra storia …
Ciò posto, Basilea1 imponeva alle banche di detenere un patrimonio di vigilanza (ovvero, capitale, riserve, crediti obbligazionari), pari a non meno dell’8% del totale delle attività ponderate per il loro rischio(14). In altri termini, per ogni 100 di impiego occorre accantonare 8. Vediamo meglio. Il patrimonio di vigilanza, costituito dagli elementi sopra indicati, viene confrontato con il rischio di credito che viene ponderato su cinque coefficienti, in relazione alla tipologia di debitori: 0% per gli impieghi verso governi centrali, banche centrali ed Unione Europea; 20% per gli impieghi verso enti pubblici, banche ed imprese di investimento; 50% per i crediti ipotecari e le operazioni di leasing su immobili; 100% per gli impieghi verso il settore privato; 200% per le partecipazioni in imprese non finanziarie con risultati di bilancio negativi negli ultimi due esercizi. Ma che significa? proviamo a chiarire come funzionava il vecchio sistema con un semplice esempio. Ipotizziamo, in primo luogo, un investimento in titoli di stato (poniamo per 100 Euro). Allora con un semplice calcolo (8%x100x 0) otteniamo il “Patrimonio di vigilanza”= 0 Euro. Ovvero, nel caso di una attività sotto forma di B.O.T. per 100 Euro, la banca non era obbligata ad accantonare una parte di patrimonio a garanzia del credito, in quanto la controparte (lo Stato Italiano nel nostro caso) era considerata “sicura”. Viceversa, ipotizziamo un finanziamento di 100 Euro ad un’ impresa. Allora, il patrimonio accantonato dovrà essere di 8 Euro (infatti 8%x100 x100%= 8 Euro). Ovvero, di fronte al credito ad una impresa privata, il coefficiente di ponderazione da considerare era del 100% e quindi,a fronte di un finanziamento di 100 Euro, la banca doveva accantonare a riserva a 8 Euro. 
Non valeva più l’analisi
del “merito di credito”

Quale è il limite di tale impostazione? In realtà i limiti erano diversi.Uno balza immediatamente agli occhi degli economisti: ogni impiego creditizio in imprese private viene valutato aprioristicamente ed indipendentemente dai calcoli sugli equilibri patrimoniali, finanziari, economici, e quant’altro possa chiarire con precisione il “reale” stato di salute dell’impresa stessa; si abbandona cioè qualsiasi forma di “analisi del merito di credito” che, almeno nel nostro Paese, ha ispirato la politica creditizia delle nostre banche per decenni, con notevole successo, peraltro, testimoniato dal numero sufficientemente basso delle partite creditizie “incagliate” presenti storicamente nel nostro sistema bancario. 

In altri termini, nell’accordo di Basilea1 non avevano rilevanza le scelte nelle concessioni di credito alle imprese private da parte delle banche, poiché ciascun finanziamento  concesso – qualunque fosse la situazione finanziaria dell’impresa - non aveva riflessi sul coefficiente di ponderazione del nuovo attivo bancario (credito). I crediti, peraltro, non erano neanche distinti in relazione alla vita residua del prestito. Il superamento, con Basilea 2,(15), ha determinato una nuova metodologia di valutazione del Rischio di Credito(16). Quale ? Bene si è passati dai coefficienti fissi in funzione della tipologia di debitore all’introduzione di modelli di rating, idonei ad attribuire un coefficiente di ponderazione specifico in relazione alla solvibilità ed all’affidabilità finanziaria del soggetto finanziato (Stati(17),banche, privati, ecc). Cosi il capitale di vigilanza andava aumentato dalle banche nel caso in cui, ad esempio per gli impieghi verso governi centrali, banche centrali e Unione Europea, il coefficiente di ponderazione risultasse maggiore di 0. Basilea 2, quindi ha premuto l’acceleratore sul criterio della valutazione della solvibilità del debitore valutata attraverso i rating, secondo diverse metodologie: una tecnica c.d. “standard”, dove il valore delle attività ponderate per il rischio è determinato moltiplicando l’esposizioni nette per uno specifico coefficiente di ponderazione in funzione del rating ricevuto dal debitore da un’agenzie di rating indipendente, ed altre metodologie basate sui c.d. “rating interni”, in cui il valore delle attività ponderate per il rischio viene determinato direttamente dalle banche, ma mediante modelli propri finalizzati all’attribuzione del rating a ciascun debitore, asseverati dalle rispettive Banche Centrali. 

Si riduce il rendimento
del capitale proprio

Si è molto detto sui limiti al finanziamento all’impresa che Basilea 2 ha imposto alle banche commerciali, mentre oggi appare evidente che tali limiti regolamentari non siano riusciti a garantire un argine alla crisi delle banche. La critica derivava tutta dal fatto che -a parità di tassi applicati ai singoli debitori- all’aumentare del capitale di vigilanza, le banche si sono viste ridurre il rendimento del capitale proprio investito. E come compensare la necessità di una maggiore copertura? 

Alternativamente: evitando di aumentare il capitale di vigilanza, concedendo credito solo a soggetti solvibili e finanziariamente affidabili, e revocando le linee di credito a soggetti eccessivamente rischiosi, ovvero, applicando tassi d’interesse più elevati ai soggetti maggiormente a rischio, evitando così una riduzione  della redditività complessiva. In teoria un vantaggio ci sarebbe: i soggetti dotati di elevate capacità  finanziarie, e considerati altamente affidabili dalle banche, avrebbero dovuto beneficiare di una riduzione dei tassi applicati ai finanziamenti.  Ma il vantaggio, tanto fantasticato dagli economisti, si è in realtà dimostrato solo una chimera e, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, l’effetto è stato quello di chiudere i rubinetti dei finanziamenti. Ma se il limite al finanziamento del sistema industriale c’è stato, perché il rafforzamento patrimoniale del  sistema bancario, inventato dai burocrati di Basilea, non ha retto alla crisi del 2007 – 2009? Detto in poche parole e rinviando ad una trattazione apposita(18) la ragione risiederebbe nel fatto che i ratios si sono dimostrati incapaci di comprendere l’innovazione finanziaria, che ha moltiplicato gli attivi bancari con il processo di securitization. Allora è successo che gli attivi delle banche sono stati smontati e si sono costruite delle operazioni in derivati valutati tripla A (ovvero, di certa rimborsabilità) che, come tali, non hanno richiesto accantonamenti ulteriori e, quindi, di fatto hanno eluso l’obbligo di riserva. Per altro verso, la misura del rischio di mercato supponeva un piazza finanziaria sempre perfettamente liquida e non immaginava che si potesse presentare una crisi tale da azzerare il valore del portafoglio. 


Ha insegnato qualcosa
la crisi finanziaria?

Abbiamo imparato qualche cosa dalla lezione della recente crisi finanziaria? Vediamo le novità. Con Basilea3 il requisito minimo per il patrimonio complessivo resta all’8% in rapporto alle attività ponderate per il rischio,  ma di converso si alza il livello del patrimonio di qualità primaria (il c.d. Core Tier1) che passa dal 2% al  4,5%, ed anche il Tier1 (patrimonio di buona qualità più le obbligazioni subordinate) dal precedente 4%, si alza al 6%. Inoltre, al fine poi di evitare gli effetti ciclici possibili con Basilea 2, si introduce anche un buffer pari al 2,5%, ovvero, un cuscinetto di capitale aggiuntivo per assorbire le eventuali perdite. Facendo un po’ di conti – nella nuova griglia di Basilea 3 – i requisiti di capitale e buffer supplementare fanno si che il patrimonio da accantonare aumenti in definitiva del buffer supplementare (pari sempre al 2,5%) per cui, il Core Tier1, Tier1 ed il Patrimonio di base saranno rispettivamente: 7,0%, 8,5% e, 10,5%. E’ sufficiente a sventare i rischi di una nuova crisi e a dare stimolo al credito?

Un recente studio condotto su di un campione di banche Usa ed Europee ha dimostrato che per il 90% del campione le Banche a seguito della crisi hanno perso fino ad un massimo del 24% sul rischio di credito, mentre circa il 79% delle perdite derivano dai rischi di mercato. Adesso i modelli interni delle banche dimostrano che mentre il capitale  necessario per far fronte ai rischi di mercato è inferiore al 30%, 40 % quello per far fronte ai rischi di credito in media è sovrabbondante. Basta fare un po’ di conti per capire  che il sistema escogitato da Basilea3 in definitiva non è sufficiente a risolvere i problemi e che forse impatterà proprio sul credito.  
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Autore: Redazione » Articoli 673 | Commenti: 286

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