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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 31580 volte 15 dicembre 2011

Goodbye England

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale, Geopolitica, lettere alla redazione


Dopo lo strappo del vertice europeo di Bruxelles

di Giorgio Vitangeli

Il vertice europeo di Bruxelles, con la sua decisione di avviare nell’UE una sorta di unione fiscale dopo quella dei mercati e della moneta,  non basterà a mettere in sicurezza l’euro, né tantomeno a interrompere gli attacchi della speculazione internazionale. Ma un risultato storico indubbiamente l’ha ottenuto: ha  messo a nudo l’ambiguità dell’Inghilterra, entrata in Europa  per godere dei benefici del mercato unico, ma senza  rinunciare né alla piena sovranità nazionale, né alla totale indipendenza della City londinese, né ai “rapporti privilegiati” con gli Stati Uniti. In sostanza: con un piede dentro ed uno fuori, attenta a fruire di ogni possibile vantaggio, ma pronta a frenare, se non a sabotare, ogni passo verso l’unità politica europea.

Una posizione, quella inglese, durata incredibilmente a lungo, ma la cui contraddittorietà, alla fine, non poteva non emergere.

“Non vorrei allarmarvi, ma noi crediamo che al massimo entro un decennio l’Inghilterra sarà fuori dall’Unione Europea”, aveva detto Il direttore di un importante Centro Studi inglese, ad un Convegno internazionale  alcune settimane or sono.  Ma a quanto pare basterà molto meno di un decennio per sancire la separazione tra  il Regno Unito e l’Europa.  Di fatto essa è già iniziata, ed è assai improbabile che Londra possa tornare indietro. Per farlo dovrebbe non solo entrare prima o poi nell’euro e delegare la sua politica monetaria alla Banca Centrale Europea, ma anche sottoporre la sua politica di bilancio alla supervisione europea, ed infine adeguare la City ed il suo mercato finanziario alle regole dell’Europa. Arduo immaginare che ciò possa accadere, ed altrettanto arduo pensare che il resto dell’Europa torni ad accettare per l’Inghilterra un regime di adesione tutto particolare, che le consenta di stare, a sua scelta, in parte dentro ed in parte fuori.  Dunque: Londra ha già imboccato la via di fuga dall’Europa.

Una costante secolare della politica inglese

Una scelta che può stupire solo quegli inguaribili anglofili che, dimentichi della storia e  sottovalutando le linee di forza permanenti della geopolitica, confondendo i loro desideri con la realtà si illudevano che l’Inghilterra, entrando  nell’Unione Europea, avrebbe posto fine alla sua orgogliosa separatezza, ed avrebbe completato e rafforzato il progetto storico di unità del continente.

In realtà l’avversione dell’Inghilterra ad un’Europa unificata, percepita come un pericolo mortale per la sua indipendenza, è una costante plurisecolare della politica inglese.

Anche restando ai tempi più recenti, Londra ha guardato con ironico scetticismo  ai primi tentativi di creare un Mercato Unico Europeo, nella prospettiva di una Europa Federale. Poi, quando il Mercato Comune ha visto la luce e si è consolidato attorno al nucleo iniziale di sei Paesi (Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo) l’Inghilterra cercò di dar vita ad un’Unione alternativa, l’Efta, che metteva assieme  Paesi eterogenei in una “Zona europea di libero scambio” , che ebbe inevitabilmente vita effimera. Infine, caduto il suo “bluff”, Londra iniziò a bussare con arroganza, alla porta di quel Mercato Comune Europeo che prima aveva tentato di contrastare.

L’errore dei Paesi della Comunità Europea, quando le consentirono l’ingresso, fu quello  di illudersi che Londra, finalmente, fosse diventata europea. In realtà l’Inghilterra, grazie anche ad un clima culturale mutato, che vedeva in crisi i modelli socialista e keynesiano e l’emergere  con il “tatcherismo” e la “reaganomics”, dell’ideologia monetarista e liberista, manovrando da Bruxelles  ha contribuito a modificare a poco a poco il modello europeo di economia sociale di mercato. Al capitalismo di tipo “renano” e mitteleuropeo si è sostituito sempre più anche in Europa un capitalismo di tipo anglosassone. Cosicché in definitiva in questi anni  è l’Europa che è divenuta più anglosassone, non l’Inghilterra più europea. Il suo progetto ottimale  per  l’Europa restava quello di una semplice zona di libero scambio, con capitale finanziaria a Londra. Ed è questo progetto che il vertice di Bruxelles dei Paesi europei ha respinto, ventisei ad uno, e che ora ha iniziato a disintegrarsi.

La parte più difficile: i rapporti tra UE ed  Usa

Chiariti i rapporti con Londra, resta ora la parte più difficile: chiarire cioè i rapporti dell’Unione Europea con gli Stati Uniti, che al di là delle apparenze sono tutt’altro che semplici e lineari. E nei giorni del vertice di Bruxelles il frenetico attivismo del segretario del Tesoro americano,  giunto appositamente in Europa, i suoi incontri con i  leaders europei (che alcuni hanno percepito come un’indebita intrusione), le telefonate del presidente Obama, sono chiari segnali non solo  del carattere globale della crisi economico–finanziaria e dei timori che una esplosione dell’euro  coinvolga l’economia americana, ma anche del fatto che i rapporti tra gli Usa e l’Unione Europea tendono a farsi più delicati e problematici.

A differenza dell’Inghilterra gli Stati Uniti hanno guardato all’inizio con favore al progetto del Mercato Unico Europeo e, più lontano, all’idea di un’Europa Federata, sull’esempio degli Stati Uniti d’America. Ma il loro favore più che da motivi ideologico–sentimentali nasceva da interessi concreti: la frammentazione dell’Europa in vari Stati sovrani con un reticolo di frontiere, barriere doganali, leggi diverse, rendeva più macchinosa e costosa la penetrazione delle multinazionali americane; un mercato unico, con leggi comuni, avrebbe facilitato i rapporti economici e commerciali tra Usa ed Europa. Un’Europa Unita vista naturalmente da Washington quale partecipe  dell’ unico “Occidente”  a guida americana che si opponeva all’ “Impero del male” comunista.

Guai cioè se l’Europa Unita avesse tentato di uscire dall’orbita americana; guai se una difesa comune europea non fosse stata integrata nella Nato ad egemonia statunitense; guai se la moneta comune europea avesse insidiato il primato del dollaro. Simili evoluzioni urtavano ed urtano contro interessi strategici vitali per gli Stati Uniti.

Il signoraggio del dollaro e l’insidia dell’euro

Il fatto è che l’euro, con la sua stessa esistenza, insidia il signoraggio sul mondo del dollaro, quale moneta di riserva e strumento pressoché unico  dei pagamenti internazionali, ed apre la strada, inoltre, ad un sistema monetario internazionale multipolare, basato cioè non più sulla sola moneta americana, ma su un paniere di valute, rappresentativo delle principali economie, e dei nuovi equilibri che stanno emergendo  tra America, Europa ed Asia. Ciò equivarrebbe, per gli Stati Uniti, a perdere l’immenso vantaggio di cui godono dai tempi dell’accordo di Bretton Woods, cioè da quasi settanta anni, di poter acquistare cioè risorse reali da tutto il mondo semplicemente stampando la loro cartamoneta.

Di qui l’atteggiamento ambivalente di Washington rispetto all’euro: dopo aver cercato di ostacolarne la nascita, mobilitando anche una schiera di Premi Nobel dell’economia che sconsigliavano caldamente tale progetto;  dopo che  l’euro nascente era stato umiliato con un cambio ben al disotto della parità col dollaro, ora gli Stati Uniti si trovano davanti ad un dilemma apparentemente insolubile: la disintegrazione dell’euro avrebbe effetti rovinosi per l’economia globale, e per l’economia americana in primo luogo; la sopravvivenza dell’euro erode però il potere del dollaro, cioè un elemento fondamentale dell’egemonia americana.

Due spinte d’opinione apparentemente opposte

Da ciò, forse, nascono le due spinte apparentemente contrapposte chiaramente percepibili oggi in Europa, e che vedono impegnate schiere di “opinion makers”.

Da un lato c’è una pressione generalizzata affinché la Banca Centrale Europea divenga anche “prestatore di ultima istanza”, possa finanziare cioè non solo le banche ma anche i governi, ed abbia tra i suoi fini istituzionali non solo la difesa dall’inflazione, ma anche lo sviluppo economico e l’occupazione. Una BCE, in definitiva, che si adegui al modello della FED americana, che ne replichi ora la politica di  “quantitative easing”,  ed operi in sostanza in tandem con l’autorità monetaria statunitense, per non dire sotto la sua pressione, con un euro quanto più possibile “addomesticato”.

Dall’altro c’è una pressione opposta che mira a “difendere la sovranità nazionale” dalle ingerenze di Bruxelles. Una linea che contrastando ogni trasferimento di poteri nazionali al livello comunitario, svuota di significato l’Unione Europea, ridotta a semplice mercato comune, e porta alla disintegrazione dell’euro.

L’Europa Unita d’altronde, per naturale spinta geopolitica, per contiguità territoriale e per complementarietà economica  tende a saldarsi con la Russia, costruendo sull’asse Berlino–Mosca quell’Europa “dall’Atlantico agli Urali” che vaticinava il generale De Gaulle negli anni sessanta del secolo scorso. Ed anche questo è uno sviluppo incompatibile con gli interessi strategici vitali per gli Stati Uniti e per la loro ambizione di fare del secolo appena iniziato un “secolo americano”.

E’ in questo scenario complesso, reso ancor più turbolento dalla crisi economica globale, dalla recessione che avanza in Occidente, dalle tensioni sociali che ne conseguono, che vanno “decifrati” i segnali che vengono dai cosiddetti “mercati”; segnali che paiono aver acquistato  il valore di sentenze inappellabili, cui anche il potere politico deve sottostare.

I mercati: tra speculazione ed obbiettivi politici

Intendiamoci: la speculazione fa il suo mestiere, che è quello di guadagnare e di evitare i rischi di perdite Ma è pur vero che le sue scelte hanno poi anche conseguenze di carattere politico. Basterebbe l’esempio italiano delle dimissioni del governo Berlusconi: un risultato che è  conseguenza diretta dell’attacco all’Italia da parte dei cosiddetti “mercati”  e dello “spread” insostenibile venutosi a creare tra il tasso d’interesse dei Buoni del Tesoro decennali italiani e quello dei “Bund” tedeschi.

E l’attacco speculativo all’Italia andava ben al di là delle sorti del governo Berlusconi,  perché in sostanza, come scrivevamo già lo scorso maggio, esso era un attacco insidiosissimo all’euro. Lo ha riconosciuto ora apertamente la stessa cancelliera Angela Merkel, quando ha dichiarato che “l’Italia è la terza economia dell’Unione Europea, ed il suo futuro è quello dell’eurozona”. Come dire: se crolla l’Italia crolla l’euro, e con esso tutta l’Unione Europea.

Ma se le scelte dei  mercati hanno anche inevitabili conseguenze politiche, è proprio mania di complottismo ipotizzare che i mercati possano essere  stimolati ed “indirizzati” per ottenere anche quelle conseguenze politiche?

L’esempio plateale delle Agenzie di rating

Un esempio plateale di indirizzo dei mercati è stata, in questi ultimi mesi, la pioggia di “downgrading”, e di “outlook negativo” da parte delle Agenzie di rating americane, che ha bersagliato gli Stati, le Istituzioni pubbliche locali e le banche europee.

Qualcuno afferma che le Agenzie, con simile solerzia, cercano di rifarsi una verginità, e far dimenticare le triple “A” concesse a piene mani  e ad occhi chiusi  a quei prodotti finanziari americani “strutturati”, rivelatisi poi cartastraccia; titoli tossici come i “mutui subprime” che hanno dato l’innesco alla crisi finanziaria globale.

Sarà anche così, ma sta di fatto che questa nuova solerzia è largamente a senso unico, cioè colpisce soprattutto l’Europa.

L’ultimo esempio,  vergognoso nella sua frettolosa impudenza, è quello di Standard&Poor’s. Il minivertice tra Angela Merkel e Sarkosy si era appena concluso con un accordo sostanziale che prevedeva un rafforzamento della “governance” dell’eurozona, con un avvio di unificazione fiscale e sanzioni automatiche per i Paesi inadempienti; il nuovo governo Monti aveva appena predisposto in Italia una pesante manovra correttiva del bilancio con aumenti delle tasse, e tagli alle spese; all’orizzonte si profilava una settimana cruciale per il destino dell’euro, culminante con il vertice europeo di Bruxelles. E proprio in questo momento delicato, mentre sui mercati sembrava riapparire la fiducia, prima ancora di conoscere i risultati del vertice europeo, Standard&Poor’s annunciava d’aver messo sotto osservazione, con la prospettiva di “outlook negativo” e di  un possibile taglio del “rating” ben 15 Paesi dell’eurozona, tra cui anche quelli che sinora godono della tripla “A”, a cominciare da Francia e Germania.   Non basta: Standard&Poor’s – che fa da battistrada alle altre Agenzie di rating americane – ha minacciato di declassare anche il Fondo Europeo di Stabilità monetaria (il cosiddetto “Fondo Salva Stati”) ed ha messo sotto esame, con implicazioni negative, le maggiori società assicurative europee.

Un gesto, quello di Standrd&Poor’s, che rafforza, semmai ce ne fosse bisogno, l’opinione sempre più diffusa e generalizzata di coloro che ritengono che le Agenzie di rating agiscono come “terroristi finanziari” , in un intreccio  inestricabile ed  oscuro tra interessi privati ed obbiettivi politici.

E persino Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia,  che per temperamento e per dovere d’ufficio usa solitamente un linguaggio cauto e moderato, questa volta è esploso: “Le Agenzie di rating – ha detto apertamente – hanno fatto un’analisi semplicistica, superficiale e frettolosa”.

Un giudizio questo largamente condiviso, in Italia ed in Europa. Ma le Agenzie americane di rating ed il loro ruolo aggressivo e destabilizzante sono solo un aspetto, e non il maggiore, dei problemi che l’Europa è chiamata ad affrontare, per poter continuare e consolidare il suo cammino verso l’unità,ed ancora una volta ha mostrato che quando è con le spalle al muro riesce a prendere delle decisioni, anche se ancora incomplete.

Il problema più grave, la sfida principale, è quella di ritrovare la via della crescita economica, e sconfiggere la recessione che avanza. Ciò esige di rimettere al centro dell’attenzione politica l’economia reale e le sue necessità, e porre regole  stringenti all’economia finanziaria e freni alla sua proliferazione cancerosa.  Ora che l’Inghilterra  ha cominciato a dissociarsi dall’Europa, questo forse è diventato più facile.

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  • [...] per la City e all’eventuale adozione della Tobin tax sulle transazioni finanziarie, titolavamo “Goodbye England”; ricordando in quell’editoriale che l’Inghilterra ha aderito, tardivamente, alla Comunità [...]

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