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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 9575 volte 15 novembre 2011

Dopo il no al nucleare elettricità “a tutto gas”

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale

Intervista a Renato Urban, Ceo di Urban Gas& Power ed esperto del Ministero dello Sviluppo Economico

di Patrizia Licata
Il  sì al referendum del 12 e 13 giugno che ha detto no, almeno per ora, al nucleare apre in Italia un punto interrogativo su come soddisfare il fabbisogno di energia elettrica che l’atomo non aiuterà a coprire. Il principale candidato a rimpiazzare le centrali nucleari è una fonte già ben nota e salita in auge perché, pur se tradizionale, è molto più pulita del petrolio: il gas naturale. Oggi oltre il 50% del nostro fabbisogno elettrico è soddisfatto dal gas, secondo l’Autorità per l’energia elettrica e il gas. In pochi decenni, il nostro Paese è diventato il quarto consumatore mondiale di questa fonte sempre più strategica che acquistiamo per il 90% da pochi grandi Paesi fornitori (Algeria, Russia, Libia, Olanda, Norvegia, Nigeria), sulla base di contratti di lungo periodo (fino a 20-25 anni), negoziati ormai da diversi decenni, del tipo “take or pay”.

La liberalizzazione del mercato, la comparsa sul mercato Usa del cosiddetto gas “shale”, e, più di recente, l’incidente alla centrale giapponese di Fukushima e le tensioni socio-politiche in Nord Africa sono tuttavia destinati a cambiare gli equilibri globali dell’energia. Quali prospettive ci sono per l’Italia?

50 miliardi in più di metri cubi di gas

“Nel mondo, se la rinuncia al nucleare sarà davvero definitiva, si aprono le porte a circa 50 miliardi di metri cubi standard di gas, di cui una parte notevole dovrebbe essere assorbita dalla mancata costruzione delle quattro centrali da 1600 MW dell’Enel”, afferma l’ing. Renato Urban, Ceo di Urban Gas & Power e membro, in qualità di esperto, del Comitato tecnico di Emergenza e Monitoraggio del Sistema Gas del Ministero dello Sviluppo Economico. “Ma il passaggio non è semplice come sembra: avere il gas non è facile come girare la manopola sotto il fornello e far apparire il fuoco sotto la pentola”, aggiunge Urban: “Il gas non è una commodity come le altre materie prime, non è rapidamente disponibile, pronto all’uso”.

Il gas naturale ha in particolare una grande complessità sia per il modo in cui viene estratto che venduto. Una volta individuato il giacimento e definiti la consistenza delle riserve certe, il Capex d’investimento, i costi variabili e il trasporto economicamente più conveniente, inizia una vera maratona commerciale, visitando i possibili clienti finali interessati all’acquisto e negoziando con loro le condizioni economiche di vendita del gas. Quando si è raggiunto l’obiettivo di vendita di circa l’80% delle riserve certe, con contratti take or pay di lungo termine, si passa alla” Final Investment Decision”. Solo allora si radunano i Board delle varie società che fanno parte della “joint venture” che gestisce il progetto e si dà il via agli investimenti veri e propri. “Non si fa una trivellazione senza un piano vendite”, sottolinea Urban. “Prima della decisione finale di investimento, nel gas occorre stabilire chi comprerà la produzione. I contratti take or pay, attraverso le loro formule contrattuali di prezzo, garantiscono il ritorno economico del progetto. In questi contratti l’acquirente s’impegna, con pesanti fideiussioni, non solo a ritirare i quantitativi annui di gas previsti nel Gas Sales Agreement, ma anche a pagare il corrispettivo, anche nel caso in cui non fosse in grado di ritirare i quantitativi sottoscritti nelle clausole contrattuali”.

Probabili tensioni sul mercato internazionale

Sicuramente con l’uscita di scena, almeno per ora, del nucleare, si creeranno tensioni sul mercato, dunque “ma non tanto per un’invasione improvvisa di gas naturale, bensì perché non ci sarà abbastanza gas per soddisfare la domanda europea di energia elettrica, se davvero chiuderanno anche gli impianti tedeschi”, osserva ancora Urban. “Oggi per produrre l’energia elettrica ci sono solo carbone e gas: non possiamo considerare sufficienti né affidabili le fonti alternative, come il sole e il vento, che non sono programmabili e tra l’altro hanno costi unitari di produzione del KWh ben più alti”.

Facciamo male allora a non fidarci del nucleare? “Il nucleare non è più o meno sicuro e affidabile del petrolio o del gas o di qualsiasi impianto industriale”, risponde Urban. “E ha anche un vantaggio: le riserve di uranio non sono controllate dai Paesi arabi e questo è sicuramente un elemento che può cambiare le carte tavola”.

Lo shale gas per ora non è per l’Europa

E il gas shale, di cui gli Stati Uniti sono diventati un importante produttore, che impatto può avere sul bilancio mondiale? “Indubbiamente si tratta di una nuova fonte di gas naturale, che va ad aggiungersi alle riserve certe attuali di gas naturale tradizionale”, ammette Urban. “Ma a parte il fatto che non si tratta della sola fonte aggiuntiva, perché anche gli idrati di metano hanno riserve certe di grande interesse, che potrebbero rivoluzionare il futuro del settore, lo shale ha caratteristiche tali da renderne difficile la produzione in Europa, sia dal punto di vista tecnico che ambientale ed economico”.

La produzione richiede infatti un’enorme quantità di acqua ad alta pressione e di prodotti chimici, che possono inquinare le falde acquifere. Per questo motivo tale tipo di gas è prodotto in zone preferibilmente desertiche, che negli Stati Uniti esistono, ma in Europa scarseggiano. “Il gas shale ha acquisito una certa consistenza nel mercato americano, con riserve dell’ordine di 1712 miliardi di standard metri cubi e una produzione, nel 2009, di circa 88 miliardi di standard metri cubi”, osserva Urban. “Alcuni progetti Usa d’importazione di Lng sono stati o cancellati o rallentati proprio a causa della produzione di gas da scisti bituminosi (shale). Qui possiamo dunque prefigurare un impatto sul mercato europeo del gas, ma non nel breve termine, anche perché molti dei terminali europei di Lng hanno capacità già impegnate con contratti take or pay di lungo periodo. Molto più probabile potrebbe essere una destinazione di questi surplus sui mercati emergenti di Cina, India e Sud America”.

patrizialicata@tin.it

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Autore: Redazione » Articoli 670 | Commenti: 231

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