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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 23882 volte 06 maggio 2011

De bello gallico: attacco all’Italia

Dopo le numerose scalate francesi ad imprese italiane, la guerra in Libia, fomentata da Parigi e Londra, mira a rompere il rapporto preferenziale tra Libia ed Italia, e la triangolazione Berlusconi-Putin-Gheddafi

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza, Finanza Internazionale, finanza italiana, lettere alla redazione

di Giorgio Vitangeli 

Il ministro dell’economia Tremonti, intervistato a Rai3 lo ha detto nel modo più chiaro: “abbiamo intenzione di presentare, tradotta in italiano, la legge francese”. La legge è quella che tutela le imprese strategiche  del Paese da scalate straniere.

Detto, fatto. Un articolo, inserito in extremis il 31 marzo nel “Decreto omnibus” e pubblicato lo stesso giorno, in serata, sulla Gazzetta Ufficiale, stabilisce che “La Cassa Depositi e prestiti può assumere partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale in termini di strategicità del settore di operatività, di livelli occupazionali, di entità di fatturato, ovvero di ricadute per il sistema economico-produttivo del Paese”. La dizione, come si vede, è quanto mai estesa, e conferisce al governo ampia libertà d’azione.

Il Decreto stabilisce inoltre che  le partecipazioni “possono essere acquisite anche attraverso veicoli societari o fondi d’investimento partecipati dalla Cassa Depositi e Prestiti, ed eventualmente da società private o controllate dallo Stato o da Enti pubblici”.

Sembra quasi una beffa: per difendere le imprese italiane dalla crescente aggressività dei “cugini” di oltralpe l’Italia ha preso a modello la legge della Francia, ed il suo FSI, cioè il Fond Strategique d’Investissement, partecipato al 51% dalla  Caisse des Depots et Consignations e per il 49% dall’Agenzia delle Partecipazioni di Stato.

Ma al di là dell’implicita ironia del metodo, la mossa del ministro Tremonti  è inattaccabile.

I francesi non potranno certo accusare l’Italia di protezionismo,  se adottiamo le loro stesse leggi. E la Comunità europea, che ha messo sotto osservazione i provvedimenti difensivi adottati da Parigi, dovrà a sua volta decidere: se essi non violano i trattati europei e sono legittimi, lo sono anche per l’Italia.

Purtroppo i francesi la loro legge antiscalata l’hanno  fatta a cavallo tra il 2005 ed il 2006, e grazie ad essa e ad altre misure hanno respinto sia il tentativo della Saipem (Gruppo Eni) di conquistare Technip, sia quello dell’Enel  di acquisire la maggioranza in Suez Electrabel.

L’Italia invece ad una norma antiscalata ha pensato solo sei anni dopo. E nel frattempo, o poco prima, una bella fetta del nostro sistema produttivo è passata sotto il controllo di Parigi.

 

Dal lusso all’alimentare

 

L’elenco  delle imprese italiane in cui i francesi hanno conquistato la maggioranza azionaria è lungo, e minacciava di allungarsi sempre più.

Ultimamente ha destato scalpore il passaggio (peraltro concordato) sotto controllo francese di Bulgari, uno dei simboli italiani del lusso. Nella moda e nel lusso l’Italia è nel mondo forse l’unico vero concorrente di Parigi. Ma molti dei nomi più famosi della moda italiana in realtà sono passati sotto controllo straniero. Prima di  Bulgari il colosso del lusso francese LVMH aveva acquisito Fendi, mentre Gucci, per non finire in bocca a LVMH, è finita in braccio a PPR, l’altro colosso del lusso francese.  L’Italia contende alla Francia anche il primato nell’industria alimentare, ed in particolare nel settore caseario. Ma un terzo ormai dei formaggi italiani è controllato da industrie francesi: da Galbani ad Invernizzi, da Locatelli a Cademartori, nomi storici della nostra industria sono entrati a far parte  del Gruppo francese Lactalis, che ora si apprestava a mettere le mani sul gigante risanato  Parmalat, avendo acquisito una quota del 29% del capitale azionario, che gli assicurerebbe la stragrande maggioranza nel Consiglio di amministrazione.

Parmalat, oltretutto, ha in cassa una liquidità di un miliardo e 400 milioni di euro. Mettendo le mani sulla cassaforte di Parmalat, Lactalis, che è indebitata per quasi 900 milioni di euro, risolverebbe d’un colpo i suoi problemi finanziari. E’ vero che il debito, che scade fra tre anni, è con una holding lussemburghese controllata dallo stesso proprietario di Lactalis, Emmanuel Besnier, e che il presidente di Lactalis Italia, Antonio Sala, ha dichiarato che la liquidità di Parmalat sarà utilizzata per lo sviluppo del gruppo italiano, ma il ritratto di Lactalis, e del suo “patron” Besnier, pubblicato il 30 marzo scorso dal quotidiano francese “Les Echos” (e ripreso in Italia da MF), non è dei più rassicuranti. Besnier infatti è così dipinto: “Metodi da filibustiere, estrema durezza coi sindacati, considerati “arcaici” e con le cooperative degli allevatori, definite “inutili”, segretezza nei conti, atteggiamenti ribelli e vendicativi”.

Dall’alimentare alla grande distribuzione. Oltre alla Rinascente, sono divenute francesi due delle maggiori catene distributive alimentari italiane, cioè GS e SMA, acquisite da Auchan. E divengono strumento di penetrazione in Italia dei prodotti dell’industria alimentare francese.

 

Dall’alimentare all’energia:

il “forcing” sulla Edison

 

Dall’alimentare all’energia: cresce il “forcing” di Electricité de France (Edf) per il controllo della Edison,  il secondo produttore italiano d’energia elettrica, controllato pariteticamente da Edf e da un gruppo di ex aziende municipalizzate italiane, guidate da A2A, la ex municipalizzata milanese. Secondo gli accordi, ai francesi spetta la designazione dell’amministratore delegato, agli italiani quella del presidente. Una situazione apparentemente paritaria, in realtà  sbilanciata a favore del socio francese. Ma all’invito di Tremonti ad Eni ed Enel, perché prendano in carico il “dossier” Edison, Edf  ha risposto, in vista dell’assemblea dei soci di fine aprile, designando alla carica di amministratore delegato il francese Bruno Lescoeur, e facendo così saltare la testa dell’amministratore delegato Umberto Quadrino, sinora ceo di Edison, considerato  vicino al ministro Tremonti, ed agente di collegamento tra gli azionisti francesi ed i plazi romani.

Dall’energia alle assicurazioni. La francese Groupama stava correndo in aiuto della seconda compagnia assicuratrice italiana, Fondiaria-Sai, ma è stata bloccata dalla Consob, che ha deciso che l’intervento doveva comportare l’obbligo di un’Opa. Quello di Groupama era un intervento “amico”, ma in questi casi prima o poi sovviene l’antico detto: “Dagli amici mi guardi Iddio…”.

Intendiamoci: in un “mercato unico” quale è  o dovrebbe essere quello dell’Unione Europea, è normale che i capitali si spostino, e che imprese di un Paese acquisiscano il controllo di imprese di un altro Paese. Il fatto è che nessuna grande impresa alimentare francese, nessuna banca, nessuna “maison” dell’alta moda, nessuna grande società del comparto energetico, nessuna compagnia assicuratrice d’oltralpe è finita sotto il controllo di capitali italiani.

 

Il “colpo grosso” della Libia

 

Ma tutti questi episodi, pur rilevanti, sono poca cosa a fronte  dell’intervento anglo-francese in Libia, con il presidente degli Usa Obama che, per usare le parole del Sole-24 Ore, “ha lanciato il sasso e nascosto la mano”.

Non occorre infatti essere esperti in “intelligence” e in geopolitica per rendersi conto:

  1. Che la rivolta in Libia contro Gheddafi è stata fomentata ed organizzata dall’esterno. E’ stata la stessa stampa inglese, ripresa poi in Italia dal Sole-24 Ore e da Repubblica, a rivelare che alcune centinaia di “commandos” inglesi erano sbarcati ai primi di marzo, o forse addirittura in febbraio, in Cirenaica per armare ed istruire le tribù senussite ostili a Gheddafi.
  2. Che erano completamente false le notizie di stragi tra i civili, con diecimila morti ad opera dell’Esercito di Gheddafi, e fosse comuni in Cirenaica, sulla cui base l’Onu ha deliberato l’intervento “umanitario” per interrompere, appunto, la presunta carneficina. Si è ripetuta con la Libia la commedia delle “armi di distruzione di massa” in mano a Saddam Hussein con cui si giustificò l’invasione dell’Iraq.
  3. Che il presidente francese Sarkozy, impaziente di intervenire in Libia, e di mettere il suo cappello sull’intervento, non ha aspettato neppure la decisione dell’Onu per far partire i suoi bombardieri “umanitari”.
  4. Che lo stesso Sarkozy si è opposto in ogni modo all’idea che il comando dell’operazione passasse dagli anglo-francesi alla  Nato. Evidentemente vuole essere lui, con gli alleati inglesi, ed il “placet” degli Stati Uniti, a stabilire gli equilibri economico-politici ed i rapporti petroliferi della Libia post-Gheddafi.
  5. Che la vera vittima della guerra alla Libia è l’Italia, che vede distrutto il suo rapporto preferenziale con Tripoli. Non solo diventano pericolanti i contratti petroliferi dell’Eni (Total e BP scalpitano per prenderne il posto…) ma anche le grandi commesse in atto in mano a società italiane ed i rilevanti investimenti di capitali libici in Italia (in Unicredit, nell’Eni, in Finmeccanica ecc.).
  6. Che la goccia che ha fatto traboccare il vaso  e che ha mosso l’offensiva atlantista contro Gheddafi, con Sarkozy che si agita quale mosca cocchiera, è stato probabilmente il delinearsi di una triangolazione nella quale Berlusconi, facendo da perno, metteva in contatto i suoi due “amici”, Gheddafi e Putin, cioè la Libia e la Russia. Un primo esempio di questa triangolazione? Il grande contratto per la costruzione della ferrovia litoranea libica, assegnato alle ferrovie di Stato russe, con tutta la parte della segnalazione appaltata all’Italia, cioè all’Ansaldo Sts, del Gruppo Finmeccanica.

Una cosa sembra abbastanza evidente: il presidente francese, facendo rivoltare De Gaulle nella tomba, ha creato un asse Parigi-Londra, che si affianca (o tende a sostituire?) il precedente asse Parigi- Berlino, che tendeva ad allungarsi verso Mosca.

 

Giocando su due tavoli

 

Ed è altrettanto evidente che se Sarkozy non può ignorare la Germania ed il suo ruolo nell’euro, per l’Italia nel suo disegno politico non c’è alcun ruolo, o al massimo un ruolo di serie B. Il mancato invito di Berlusconi nella videoconferenza con il presidente americano, il premier inglese e la cancelliera tedesca sugli sviluppi della guerra in Libia è un gesto tanto arrogante quanto eloquente.

Si direbbe che il presidente francese stia giocando su due tavoli: con gli anglosassoni per conquistarsi un ruolo di protagonista nel Mediterraneo, a spese soprattutto dell’Italia, e con Berlino per spingere l’Italia fuori dalla serie A dell’Unione monetaria europea.

Forse è condito di fantapolitica quel che ha scritto “Milano Finanza”, ma sembra trovare nei fatti qualche inquietante riscontro.

Si è letto sull’organo di stampa milanese: “Le ultime uscite aggressive delle aziende francesi, a caccia di tesori nascosti nella pancia di Edison, Parmalat, FonSai, Pioner e persino Generali, nascondono un progetto che va anche al di là del già deprecabile evidente intento di far fuori Roma dalle rotte petrolifere della Libia in fiamme: spolpare il cuore dell’economia italiana, conquistare  magari una bella fetta del risparmio e costringere il Bel Paese a fare i conti con la possibilità di cadere nella serie B del futuro euro, tutto a trazione franco-tedesca”.

Il solo a livello politico italiano che sembra aver coscienza di questi pericoli e che tenta una reazione è il ministro dell’economia Tremonti, spalleggiato da Bossi.

Berlusconi da mesi e mesi è sotto schiaffo. Prima ha dovuto subire il “25 luglio” di Fini e dei suoi seguaci, ed il loro esodo dal governo, di cui ha salvato fortunosamente ed a stento la maggioranza parlamentare. Ora, non a caso, sta subendo l’offensiva su tutti i fronti della magistratura milanese.

Nella vicenda libica ha avuto paura di aver coraggio, temendo, non a torto, di fare la fine di Craxi, se avesse sfidato gli anglosassoni.

Ha cercato di salvare il salvabile, ed invece rischia di perdere tutto, “spiacente a Dio ed ai nemici suoi”.

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Autore: Redazione » Articoli 668 | Commenti: 200

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