Europa Nord America Centro America Sud America Africa Asia Oceania

Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 14223 volte 17 ottobre 2011

Creare valore per la comunità

Il vero significato della rivolta globale degli “indignati”

Di Redazione  •  Inserito in: Economia, Economia Internazionale, Economia Italiana, lettere alla redazione

di Giorgio Vitangeli
 
 
Qualche centinaio di “anarchici insurrezionalisti”, giunti anche dall’estero, inseritisi a Roma nel corteo di duecentomila “indignati”, hanno trasformato per quattro ore la capitale in un teatro di guerriglia urbana, devastando negozi, attaccando banche, incendiando automobili, fronteggiando con bombe carta, con bottiglie molotov, con sampietrini e bastoni le forze dell’ordine. Milioni di euro di danni, decine di feriti, un miracolo che non vi sia stato qualche morto.
Naturalmente ciò ha calamitato ed assorbito tutta l’attenzione delle televisioni e degli organi di stampa, cosicché il teppismo ed il nichilismo di duecento persone hanno fatto passare in seconda linea la protesta civile di altre duecentomila, ed i motivi di essa.
Ma ignorare o, peggio, criminalizzare quel che sta accadendo  in tutto il mondo un tempo “sviluppato” sarebbe errore gravissimo. Da New York a Madrid, da Roma ad Atene, da Londra a Tel Aviv, in quasi mille città di 82 diversi Paesi è montata la protesta di piazza. E dovunque sotto accusa è questo capitalismo finanziario impazzito, degenerato in bisca planetaria, che in luogo di sorreggere l’economia reale l’ha parassitizzata prima e devastata poi. E sotto accusa sono anche le cure con cui le Istituzioni finanziarie internazionali  pretendono di sanare le  crisi, cioè dosi selvagge di austerità nei bilanci pubblici, progressiva abolizione, in nome della “flessibilità”, dei diritti conquistati dai lavoratori in due secoli di lotte sindacali, con impoverimento diffuso,  regresso sociale, saccheggio del patrimonio pubblico all’insegna di una totale “privatizzazione” ed un avvenire cupo per le giovani generazioni.
Se errore gravissimo sarebbe ignorare o criminalizzare questa protesta, errore altrettanto grave è  il tentativo delle sinistre storiche di cercare di incanalarla nei vecchi schemi ideologici, o – peggio- di tentare di utilizzarla per la contingente polemica politica interna.
Il capitalismo, questo capitalismo, è sempre più traballante, e sta per cadere per la sua insostenibilità sociale. Ma è assurdo pensare di poterlo sostituire col socialismo reale, che è già caduto per corrosione interna. Occorre “inventare” soluzioni nuove, cio’ e spetta in primo luogo ai giovani, che sono in prima fila nella crisi, ed in prima fila nella protesta.
Ma, forse, basterebbe semplicemente ritrovare la via maestra del progresso comune, cioè di tutti, che è stata abbandonata alcuni decenni or sono per seguire la scorciatoia fallace dell’interesse personale, a vantaggio di pochi, nella superstizione cieca che il mercato, con la sua “mano invisibile” avrebbe trasformato l’avidità personale in bene comune.
E ritrovare, in particolare, le linee guida di quello che chiamavamo un tempo “economia sociale di mercato” e che sostanziavano quel modello di “capitalismo renano” che si contrappone  al modello di capitalismo americano, come già una ventina d’anni or sono chiariva Michel Albert nel suo “Capitalismo contro capitalismo”.
Un esempio per tutti: l’impresa, motore primo dell’economia. Per il capitalismo americano , una “commodity”, cioè un bene come un altro, e chi lo gestisce ha un solo dovere: “creare valore per l’azionista”. Magari licenziando migliaia di dipendenti, con la giustificazione che “occorre essere competitivi sul mercato globale”. La Borsa applaude, il titolo sale, l’obbiettivo è raggiunto.
Per il capitalismo  “renano”  o europeo, l’impresa è invece una “community”, cioè unione di persone, di capitale e lavoro, volta a creare valore per la comunità,  ed il profitto per il capitale investito ne è la premessa, non il fine unico.
Il modello di capitalismo americano in questi due ultimi decenni, all’insegna di un liberismo senza freni e senza regole e di un malinteso “globalismo” ha finito col soverchiare  il modello europeo. I risultati li abbiamo davanti agli occhi.
Ora, paradossalmente, per andare avanti dobbiamo tornare indietro, e riscoprire e inverare i principi fondanti della nostra Costituzione, per la quale la Repubblica Italiana “è fondata sul lavoro” (art.1), “riconosce il diritto al lavoro” (art.4), “incoraggia e tutela il risparmio” (art 47) . E infine il lavoratore oltre ad avere  diritto “ad una retribuzione sufficiente ad assicurare a sé ed alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”( art.36) ha diritto a “collaborare nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge alla gestione dell’azienda” (art.46).
Già  65 anni or sono dunque la nostra Costituzione prefigurava quel “capitalismo della partecipazione” che è lo sbocco naturale del modello europeo di capitalismo e dell’ economia sociale di mercato. Né l’avidità di una finanza impazzita né il rigurgito di paleocapitalismo ottocentesco che l’ha accompagnata potranno impedire questa naturale evoluzione. E’ questa  la vera lezione che deve venire dalla rivolta globale degli “indignados”.
ScarsoMediocreSufficienteDiscretoBuono
Loading ... Loading ...

Autore: Redazione » Articoli 668 | Commenti: 200

Seguimi su Twitter | Pagina Facebook

0 Commenti   •  Commenta anche tu!

Nessun Commento ancora. Vuoi essere il primo?

Lascia un commento   •   Leggi le regole

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Abbonati

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua casella email

Inserisci la tua email: