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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 13090 volte 25 ottobre 2011

Continua la saga di Basilea 3

Di Redazione  •  Inserito in: Europa, Finanza Internazionale, Planisfero

di Laura Vitale e Francesca Tufino

 

Da quando il Comitato di Basilea ha elaborato il nuovo Accordo di Basilea 3, per i non addetti ai lavori la percezione è che si tratti di una saga infinita, un “sequel” come il Pirata dei Caraibi o Henry Potter.

Lo spettro della crisi e l’attuale assetto dell’economia internazionale tutt’altro che rassicurante hanno palesato l’esigenza di una normativa che prevedesse, per le banche, requisiti più severi e stringenti di quelli attualmente in uso. Le misure predisposte al fine di migliorare la qualità del patrimonio di vigilanza andranno ad impattare oltre che sugli Istituti di credito anche sulle imprese, soprattutto su quelle di piccole dimensioni. E, proprio per non compromettere la leggera ripresa manifestatasi con i bilanci 2010, è prevista una certa gradualità nell’applicazione, così da consentire alle banche di continuare a rispondere alle esigenze delle imprese, altrimenti potenzialmente esposte a eventuali inasprimenti delle condizioni di concessione del credito.

Secondo un’analisi di Prometeia di fine maggio 2011[1], per raggiungere i requisiti di Core Tier 1 richiesti da Basilea 3 le prime cinque banche italiane hanno bisogno di mezzi freschi aggiuntivi pari a 11,4 miliardi di euro: un conto meno salato rispetto a un anno fa, ma che comunque sale a 13,4 miliardi se si considerano i primi 13 maggiori gruppi. Giuseppe Lusignani, vice presidente della società aveva sottolineato che “il sistema solido” degli Istituti italiani li avrebbe resi “in grado di assorbire” gli stress-test 2011, fermo restando la necessità di capitale aggiuntivo. Non a caso alle già decise operazioni di ricapitalizzazione (Banca Intesa, Monte dei Paschi, BPM, Ubi) se ne accompagnavano altre molto probabili.

Ma la Borsa ignora

gli stress test superati

dalle banche italiane

I risultati dello stress test sul sistema bancario dell’UE[2], condotto a livello consolidato, sono stati effettivamente in linea con queste previsioni. Dei 90 gruppi bancari interessati cinque erano italiani. UniCredit, Intesa San Paolo, Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare e UBI Banca. Gli istituti di credito che rappresentano oltre il 62% del totale dell’attivo del sistema bancario nazionale, alla fine del 2012 avrebbero, in base ai risultati dello stress test, un Core tier 1 ratio ben al di sopra della soglia (5 per cento) stabilita dalle Autorità come benchmark per valutare la necessità di eventuali interventi di ricapitalizzazione.  Eppure, questo dato sembra non collimare con l’andamento in borsa dei titoli bancari nazionali. Il fatto che sia il nostro listino a subire le maggiori perdite mentre nell’Europa “che conta” i ribassi sono più o meno limitati, spinge tutti a chiedersi, se le banche siano effettivamente così solide e quale sia il quid tossico che spaventa i mercati finanziari. A venerdì neri, a Piazza Affari seguono lunedì nerissimi. I titoli bancari sono subissati dalle vendite. Il differenziale tra i BTp e il Bund tedesco cresce a dismisura. Ma andiamo con ordine.

Basilea 3 rappresenta la prima vera risposta regolamentare, coordinata a livello internazionale, alla crisi originata dai mutui “subprime” statunitensi. La possibile soluzione ai limiti di Basilea 2 riconosciuti dallo stesso Comitato di Basilea[3] prevede molteplici campi d’azione. Innalzamento della qualità del capitale regolamentare delle banche. Fissazione di più elevati requisiti patrimoniali. Creazione di buffer anticiclici. Introduzione di un indice di leva finanziaria (leverage ratio). Introduzione di due “ratio” di liquidità. Estensione della copertura dei rischi.

Senza dubbio la variazione più consistente di Basilea 3 attiene al capitale: la definizione del capitale regolamentare è più restrittiva ed è più rilevante il ruolo attribuito al capitale di maggiore qualità, composto unicamente dal capitale azionario versato e dalle riserve di utili. Viene eliminato il limite superiore del 50% all’incidenza del patrimonio supplementare (Tier 2) sul patrimonio complessivo della banca, dal momento che sono previsti requisiti minimi espliciti per common equity (4,5% degli attivi ponderati per il rischio) e Tier 1 (6% degli attivi ponderati per il rischio). Scompare anche il Tier 3 cosicché i rischi di mercato vengono presidiati con capitale della medesima qualità di quello utilizzato per gli altri rischi.

Basilea 3 infatti prevede l’innalzamento della qualità del capitale regolamentare per aumentare la capacità delle banche di assorbire le perdite in un’ottica sia di continuità aziendale (going concern) sia di liquidazione (gone concern): Tier 1 e Tier 2 complessivamente devono rappresentare almeno l’8% degli attivi ponderati per il rischio (RWA).

Tutti gli strumenti conteggiabili nel patrimonio di vigilanza dovranno poi contenere la clausola di “bail in”, ossia tutti gli strumenti validi come capitale regolamentare (inclusi i semplici prestiti subordinati  presenti nel Tier 2) devono poter essere convertiti in azioni ordinarie nel caso in cui la banca si trovi a beneficiare di aiuti pubblici. La ratio è evitare che sia lo Stato, e quindi i contribuenti, a versare  i capitali per salvare una banca mentre i detentori di strumenti ibridi e subordinati non perdano nulla di quanto hanno investito.

Bloccato l’espediente

degli strumenti ibridi

Vale a dire si vuole evitare quanto già è successo: negli anni precedenti la crisi finanziaria numerose banche, per via della forte distribuzione di dividendi, hanno ridotto la componente Core Tier 1 e contemporaneamente, mediante l’emissione di strumenti ibridi,  hanno aumentato[4] il proprio coefficiente patrimoniale. Il ricorso sempre maggiore a questa componente “secondaria” è stato indotto anzitutto dalla volontà di non diluire il controllo (questi strumenti non hanno diritti di voto), nonché dalla “ricerca” di un  profilo di rischio-rendimento compatibile con le esigenze di alcune categorie di investitori istituzionali, interessati ad accrescere i rendimenti ma indisponibili a investire in capitale di rischio tradizionale. Non si trascuri poi il vantaggio di natura fiscale (tali strumenti rappresentano un debito per l’amministrazione tributaria per cui i relativi interessi sono fiscalmente deducibili). Eppure, a fronte di tanti apparenti vantaggi tale  componente “secondaria” si è rilevata inefficace[5] nell’assorbimento delle perdite subite,  dal momento che le banche, pur di evitare conseguenze di natura reputazionale, di rado hanno concretamente utilizzato le clausole di cancellazione dei pagamenti presenti in questi strumenti, rendendoli di fatto non effettivamente succedanei delle più tradizionali forme di patrimonio.

All’uopo riprendiamo i risultati del processo condotto dall’Autorità bancaria europea (EBA), dalle autorità di vigilanza nazionali degli Stati membri con la collaborazione del Comitato europeo per il rischio sistemico (ESRB), della Banca centrale europea (BCE) e della Commissione sulla solidità del sistema bancario europeo. L’esercizio[6] ha previsto uno scenario di riferimento e uno avverso, che includeva anche un aumento del rischio sovrano differenziato tra i paesi dell’UE, a seconda delle condizioni delle finanze pubbliche e della rischiosità percepita dai mercati. L’aumento del rischio sovrano implicava una perdita di valore dei titoli pubblici detenuti nel portafoglio di negoziazione, un aumento delle perdite attese sulle altre esposizioni delle banche verso le Amministrazioni pubbliche e su quelle verso le istituzioni finanziarie dei diversi paesi, un incremento del costo di tutte le forme di provvista bancaria.

I cinque gruppi bancari italiani hanno superato con ampio margine il test, a conferma dell’adeguatezza della capitalizzazione delle banche italiane presagita da Lusignani di Prometeia e della capacità di assorbire l’impatto di un forte deterioramento delle condizioni macroeconomiche e di mercato. Applicando le severe condizioni ipotizzate nello stress test, la media ponderata del Core tier 1 ratio post-stress per i cinque intermediari sarebbe del 7,3 per cento ossia ben al di sopra della soglia del 5 per cento, stabilita dalle autorità come riferimento per valutare l’eventuale necessità di interventi di ricapitalizzazione. Il risultato tiene conto delle misure di rafforzamento patrimoniale decise entro l’aprile di quest’anno. Includendo anche ulteriori risorse patrimoniali, tra cui alcuni strumenti non compresi nella definizione di Core tier 1 ma caratterizzati da elevata capacità di assorbire le perdite, il coefficiente patrimoniale medio dei cinque gruppi risulterebbe del 7,9 per cento alla fine del 2012. Per cui, anche se si verificasse l’ ulteriore inasprimento del rischio sovrano (profetizzato da molte parti), la solidità delle banche italiane non sarebbe intaccata.

Ma cosa spaventa

gli investitori?

Questi dati sono alquanto in controtendenza con l’andamento in Borsa dei titoli bancari nazionali.

Se le banche italiane sono davvero “a prova di stress” cosa spaventa gli investitori?

Sicuramente c’entra la forte concentrazione di titoli di Stato nei portafogli delle banche.

C’è poi il problema delle sofferenze bancarie. Alla fine del 2010 questa voce pesava per 85 miliardi nei bilanci dei primi cinque gruppi bancari, ovvero ben oltre il doppio rispetto alla fine del 2007, quando l’economia reale è entrata in crisi. Di conseguenza i mercati possono aver incorporato nelle loro scelte anche l’aspettativa di una penalizzazione del conto economico delle banche che saranno costrette ad accantonare somme ancora più consistenti a copertura dei crediti a rischio. Eppure, anche se si sommano Btp, sofferenze, bilanci futuri deludenti e utilizzo di  programmi computerizzati di trading (la vendita in automatico di titoli sulla base di complessi algoritmi, senz’altro ha contribuito ad amplificare i ribassi) si stenta a comprendere il tiro a segno sugli istituti con targa italiana che avviene in Borsa.

Il fatto che le grandi banche italiane ormai valgono in Borsa meno della metà dei loro mezzi propri in fondo riflette essenzialmente una sfiducia sul paese Italia. Come ha scritto Ferruccio De Bortoli, “[la sfiducia] non se la meritano le famiglie che lavorano e risparmiano più della media europea e non se la meritano le imprese, il cui export cresce allo stesso ritmo di quelle tedesche” (nei primi cinque mesi del 2011 l’export manifatturiero italiano ha fatto segnare un risultato del + 17% e nello stesso periodo il vigoroso sistema industriale tedesco ha incrementato le proprie vendite all’estero del 17,7%. Il dato è del 2 Agosto e proviene dall’analisi dei settori industriali che Prometeia e IntesaSanPaolo redigono periodicamente).

Il dato di fatto è che gli investitori istituzionali, indipendentemente dalla bontà o meno della singola azienda italiana o del singolo risparmiatore italiano, devono necessariamente rispettare specifici benchmark con il risultato che le nostre pur solide banche continuano a perdere in Borsa e che per rifinanziare il debito pubblico lo Stato deve garantire agli investitori quasi quattro punti percentuali in più dei tedeschi. Come la Grecia 16 mesi fa. L’economia e i mercati sono fatti anche e soprattutto di fiducia e aspettative e gli orologi della borsa misurano esattamente questo: un futuro faticoso, arduo, per l’economia mondiale e per il nostro Paese in particolare.

Meccanismi per evitare

effetti prociclici

In risposta al limite di Basilea 2 di accentuare le fluttuazioni del ciclo economico, il nuovo piano regolamentare introduce due principali meccanismi volti a governare la prociclicità: il “capital conservation buffer” e un “buffer anticiclico di capitale (counter-cyclical buffer)”. La logica di Basilea 2 di richiedere alle banche più capitale in corrispondenza di fasi economiche recessive ha un senso, ma se estesa a livello macro può avere l’effetto di aggravare l’instabilità del sistema finanziario. E la crisi finanziaria ha chiaramente evidenziato che si tratta di un rischio tutt’altro che teorico.

È dunque giusto che Basilea 3 preveda meccanismi through the cycle, volti appunto a “guidare” il comportamento delle banche attraverso il ciclo, onde favorire un’evoluzione virtuosa del capitale nelle fasi di crescita. Il “capital conservation buffer” prevede un cuscinetto aggiuntivo di capitale, oltre al minimo, pari al 2,5% (il che porta al 7% il requisito totale per il common equity). Pena per le banche che non abbiano accantonato tale cuscinetto è la limitazione nella distribuzione dell’utile (estesa oltre che agli utili in senso stretto a qualunque pagamento discrezionale agli azionisti, al riacquisto di azioni proprie e ai bonus pagati al management), limitazione tanto più stringente quanto più ampio è il divario rispetto al requisito totale. Per effetto del “capital conservation buffer”, nelle fasi positive le banche accumuleranno capitale di alta qualità fino al 7% dell’attivo (8,5% includendo le forme di Tier 1 diverse dal common equity, 10,5% comprendendo anche il Tier 2), cosicché nelle fasi negative, questo buffer potrà essere ridotto dalle perdite senza che ciò ostacoli la normale operatività della banca (che potrà ridurre il Tier 1 fino al 4,5% per poi ricominciare a accumularlo quando riprenderà a generare utili).  Dal canto suo, il “counter-cyclical buffer” è un requisito di capitale (fino al 2,5% degli attivi ponderati) ulteriore e il cui utilizzo è a discrezione delle singole autorità nazionali che potranno imporne l’utilizzo, in caso di surriscaldamento del ciclo creditizio. Quando applicato, il “counter-cyclical buffer” verrà preannunciato con un anno di anticipo, in modo da evitare bruschi shock alle banche e ai mercati e riguarderà indistintamente tutte le istituzioni creditizie che erogano prestiti nel Paese in cui si sta verificando la fase di surriscaldamento.

Un rischio per le piccole

e medie imprese

Il fatto che il requisito sia sulle esposizioni creditizie verso prenditori residenti nel Paese in questione piuttosto che sulla singola banca suscita delle perplessità: potenziale moral hazard delle banche più prudenti. Anche le banche con sistemi di rating particolarmente conservativi, che quindi già comportano un maggiore accantonamento di capitale, saranno gravate dal requisito aggiuntivo, rischiando di scontare i comportamenti degli istituti più incauti e quindi potenzialmente incentivate a comportarsi con minore avvedutezza. Ciò potrebbe indurre un comportamento di questo tipo: i grandi gruppi industriali multinazionali potrebbero farsi finanziare dalle sussidiarie ubicate in Paesi dove il buffer non viene applicato, in modo da poter poi canalizzare i  fondi alle società con sede nei Paesi in cui è stato imposto il requisito addizionale. “In questo modo le uniche a pagare saranno le piccole e medie imprese, che non hanno strutture sufficientemente sofisticate per realizzare “triangolazioni” di fondi attraverso Paesi esteri” [7].

Al di là dei due già menzionati meccanismi, Basilea 3 rivolge poi un invito agli organismi contabili: ricondurre ad unità l’ottica della contabilità (che, fondata sul principio dell’oggettività, non consente accantonamenti a riserva nel conto economico se non si è registrata una perdita effettiva) con le logiche di gestione del rischio (che, in una prospettiva prudenziale, vorrebbe accantonamenti correlati alle perdite attese). Una gestione anticiclica degli accantonamenti bilancerebbe l’effetto prociclico dei requisiti patrimoniali.

Se da un lato la prociclicità ha amplificato gli shock nel “tempo”, l’interconnessione fra diverse istituzioni finanziarie ha favorito, attraverso il sistema finanziario e l’economia, la trasmissione degli shocks nello “spazio”. Questo richiede lo sviluppo di sistemi che assistano gli organi di vigilanza nazionali nella misurazione del grado di rilevanza sistemica delle singole banche, così come l’identificazione di politiche e strumenti che consentano di ridurre la probabilità e l’impatto di episodi di crisi di istituzioni così rilevanti da essere considerate sistemiche. Si consideri che requisiti incrementali per le banche “sistemiche” sarebbero peraltro giustificati dal fatto che le stesse sono riconosciute dal mercato come destinatarie di una  garanzia governativa implicita, e dunque beneficiano di un minor costo di provvista sul mercato all’ingrosso.

Un limite massimo

di leva finanziaria

Il Comitato di Basilea ha recepito dal Financial Stability Board l’idea di integrare lo schema di adeguatezza patrimoniale fondato sugli attivi ponderati per il rischio con un vincolo di leva finanziaria basato sul semplice rapporto fra patrimonio e attivo (“plain leverage”). Il Comitato di Basilea ha previsto nella fase di test (2013-8) l’introduzione di un requisito massimo di leva finanziaria: limite minimo del 3% al rapporto fra patrimonio di base e totale dell’attivo (non ponderato, così da predisporre una “rete di sicurezza” a fronte di errori nelle ponderazioni dovuti per esempio al rischio di modello), quest’ultimo comprensivo delle esposizioni fuori bilancio. L’obiettivo è contenere il grado di leva finanziaria, con la conseguenza di attenuare i rischi legati a un brusco deleveraging e limitare i possibili errori di misurazione connessi al sistema di ponderazioni per il rischio associato all’attuale schema di requisiti di capitale. Si tratta anzitutto di un chiaro argine al fenomeno del deleverage che nella recente crisi ha accentuato l’instabilità dei mercati finanziari: numerose banche al ridosso della crisi caratterizzate da livelli di leva finanziaria aggressivi, spinte dalla necessità di accrescere il proprio coefficiente patrimoniale, hanno bruscamente ridotto i propri attivi in misura rilevante. Se dal 2018 questo nuovo requisito dovrebbe divenire parte integrante del “primo pilastro” di Basilea e dunque integrare i requisiti patrimoniali basati su grandezze risk-weighted, si segnala che uno degli elementi integranti del terzo pilastro relativo alla disciplina di mercato riguarderà la piena trasparenza al mercato di ogni banca relativamente alla propria leva finanziaria.

Ma l’evidenza empirica

fa sorgere dubbi

Circa le menzionate predisposizioni c’è però qualcosa che non quadra se le leggiamo alla luce dei dati di varie ricerche empiriche e di potenziali limiti teorici. Kim e Santomero[8] già nel 1988 hanno mostrato che l’adozione di un requisito patrimoniale basato sul semplice rapporto fra capitale e attivo è inefficace nel ridurre il rischio di insolvenza di una banca.  L’evidenza empirica associata al recente processo di deleveraging poi non mostra una correlazione positiva fra leva finanziaria ante crisi e diminuzione degli attivi. Analogamente, l’evidenza empirica sui corsi azionari prodotta da Beltratti e Strulz mostra come le banche che hanno sofferto una maggiore caduta nel prezzo delle loro azioni non erano quelle con maggiore leva finanziaria[9]. I limiti teorici consisterebbero, da un lato, nell’applicazione di una ponderazione pari al 100% per tutte le classi di attivo e, dall’altro, in  una definizione tutt’altro che semplice del totale attivo (cioè il denominatore del quoziente). “In breve, i limiti teorici e pratici del coefficiente di leva sono così evidenti da autorizzare il sospetto che la sua introduzione nel package di Basilea 3, e l’ampio consenso di cui questa misura gode tra molti osservatori, vadano ascritti non già a fattori tecnici, bensì a un elemento per così dire “emotivo”: il desiderio di tornare a misure dichiaratamente “facili e semplici” per sostituire i modelli di risk management, talvolta anche molto complessi, messi a punto dalle banche negli ultimi vent’anni. Se questo è il disegno… allora è necessario contrastarlo con forza e con lucidità. La crisi, infatti, non è maturata a causa dei modelli di risk management ma, se mai, per effetto di politiche gestionali e commerciali rivolte alla ricerca del profitto di breve periodo, ottenuto sviluppando strumenti finanziari sempre più complessi, opachi e difficili da valutare. I modelli di risk management e le misure di redditività corretta per il rischio, pur rappresentando in molti casi strumenti ancora molto recenti e scarsamente collaudati, avevano in molti casi messo a nudo la fragilità di questo modello di business e denunciato i suoi pericoli, ma non sempre avevano trovato nei vertici aziendali un interlocutore sufficientemente interessato e attento. In taluni casi, anzi, le strutture preposte al controllo e alla misura del rischio erano state viste più come un fastidioso intralcio da aggirare, per poter strutturare operazioni sempre più audaci, ingegnose e redditizie, che come un’ancora verso la realtà” [10]

Due nuovi vincoli

per il rischio di liquidità

Se Basilea 2 non trattava il rischio di liquidità attraverso un requisito esplicito e uniforme per tutte le banche, in virtù del fatto che effettivamente detto rischio va governato attraverso un corretto mismatching della struttura per scadenza di attivo e passivo, i problemi di liquidità sperimentati da numerose banche internazionali nel corso della crisi hanno spinto il Comitato di Basilea a proporre l’introduzione (a partire dal 2015) di due nuovi vincoli di vigilanza prudenziale che impongono alle banche di detenere una soglia minima di liquidità. Al pressante invito alle singole banche di dotarsi di strumenti e processi per misurare e governare il rischio di liquidità sono seguite due condizioni minime da soddisfare. La prima è il “Liquidity coverage ratio” (LCR) ed è pari al rapporto fra gli attivi di elevata qualità e i prevedibili deflussi di cassa netti nei successivi 30 giorni, stimati sulla base di uno scenario di stress, che deve risultare sempre almeno pari a uno. L’obiettivo di questo primo requisito che deve essere rispettato su base continuativa è quello di spingere le banche a mantenere un adeguato livello di attività prontamente liquidabili in caso di condizioni di stress.

Il secondo ratio Net stable funding ratio (NSFR) è un requisito volto a promuovere un rapporto equilibrato fra le fonti di finanziamento “stabili” e il fabbisogno di fondi a medio-lungo termine determinato dalla scadenza degli attivi di una banca. L’obiettivo principale di questo secondo requisito che deve essere almeno sempre pari ad uno è quello di indurre le banche a non fare eccessivo affidamento su risorse finanziarie a breve termine per finanziare attivi e linee di business con scadenza più elevata.

I nuovi requisiti patrimoniali, di leva finanziaria e di liquidità, renderanno certamente meno probabile il verificarsi in futuro di situazioni di insolvenza; ciò non significa che si possa avere la certezza matematica che simili episodi in futuro non si ripetano. In tal caso è evidente che, indipendentemente dalle dichiarazioni di principio, le autorità non potranno astenersi dall’intervenire a sostegno delle grandi banche caratterizzate da forti legami con l’intero sistema bancario nazionale o internazionale. E’ dunque necessario mettere a punto sin d’ora le basi per schemi di azione che consentano di affrontare le crisi evitando il ripetersi di costosi interventi governativi.

Le crisi non potranno

gravare sui contribuenti

Come ha correttamente osservato The Economist[11], non si tratta di ispirarsi a un criterio di vendetta, ma in futuro non dovrebbero più essere tollerati casi in cui il costo di una crisi bancaria gravi sui contribuenti invece che sui veri responsabili, che dovrebbero essere chiamati a sostenere le perdite inattese così come hanno beneficiato degli utili.

Se rispetto a tutte le novità previste da Basilea 3 ci soffermiamo su quella di ridurre il rischio di fallimento di una banca introducendo un cuscinetto di capitale contro eventi avversi non previsti (capitale a fronte di perdite inattese),  emerge il tallone di Achille di sempre del regime di Basilea: ritenere che vi possa essere un rapporto di capitale predefinito che assicuri nel tempo e nello spazio il grado desiderato di stabilità del sistema bancario. Come è stato osservato dal Governatore della Banca d’Inghilterra Mervyn King[12], la rischiosità degli attivi e la liquidità/disponibilità delle fonti di finanziamento si possono modificare repentinamente e radicalmente, anche a seguito di cambiamenti nelle aspettative. Non c’è dunque modo di calcolare “ex ante” quanto capitale sia effettivamente necessario per assicurare ai mercati la solidità/non insolvenza di una banca[13]. E comunque la rischiosità non è invariante rispetto al modello e alle caratteristiche strutturali del sistema bancario preso in esame, delle forme funzionali e operative, della morfologia dei prestiti e della raccolta, e quindi delle articolazioni nazionali.

E’ pur vero che, nonostante la complessità dell’intero impianto normativo, un evidente passo in avanti con Basilea 3 è stato fatto. Solo i risultati ex-post chiariranno l’eventuale necessità di un “Basilea 4”.

 

[1] www.prometeia.it, “analisi dei bilanci bancari” e “previsione dei bilanci bancari”, 25 Maggio 2011

Comunicato stampa Banca d’Italia 15 luglio 2011. Maggiori informazioni sugli scenari e sulle metodologie adottate per la conduzione dello stress test sono disponibili sul sito web dell’EBA (http://www.eba.europa.eu).

[3] Comitato di Basilea per la Vigilanza bancaria: “La risposta del Comitato di Basilea alla crisi finanziaria: rapporto al G20”, Ottobre 2010: “La profondità e la gravità della crisi sono state amplificate da una serie di debolezze presenti nel settore bancario, come un’eccessiva leva finanziaria, un capitale inadeguato e di bassa qualità e insufficienti riserve di liquidità. La crisi è stata accentuata da un processo prociclico di deleveraging e dalle interconnessioni tra istituzioni finanziarie sistemicamente rilevanti.”.

[4] ACHARYA, VIRAL V., GUJRAL, IRVIND AND SHIN, HYUN SONG , Dividends and Bank Capital in  the Financial Crisis of 2007-2009 (March 18, 2009).

[5] COLETTI, 2009 “Il nodo dell’adeguatezza patrimoniale e peculiarità delle banche italiane”, 14° Rapporto Fondazione Rosselli

Comunicato stampa Banca d’Italia 15 luglio 2011. Maggiori informazioni sugli scenari e sulle metodologie adottate per la conduzione dello stress test sono disponibili sul sito web dell’EBA (http://www.eba.europa.eu).

 

[7] Cit.” La crisi finanziaria e Basilea 3:  origini, finalità e struttura del  nuovo quadro regolamentare  di Andrea Resti Andrea Sironi “ n. 1/11Milano, febbraio 2011 , Carefin, Università Bocconi . www.carefin.unibocconi.eu

[8] Cfr. KIM, D., A.M., SANTOMERO, 1988, “Risk in Banking and Capital Regulation”, The Journal of Finance,  Vol. 43, No. 5 (Dec., 1988), pp. 1219-1233

[9] Cfr. BELTRATTI, A. E R. M. STULZ, 2009, Why Did Some Banks Perform Better During the Credit Crisis? A Cross-Country Study of the Impact of Governance and Regulation, mimeo

[10] “La crisi finanziaria e Basilea 3:  origini, finalità e struttura del  nuovo quadro regolamentare”,  Andrea Resti Andrea Sironi, cit. pg.47  di n. 1/11 Milano, febbraio 2011 , Carefin, Università Bocconi . www.carefin.unibocconi.eu

[11] The Economist 2010, Taming the banks, September 2010

[12] Mervyn King (2009), Speech to Scottish business organisations, Edinburgh, October 20th.

[13] Tarullo D.K. (2010), Comments on “Regulating the Shadow Banking System”, Washington (DC): Federal Reserve System, September 17th.

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