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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 13690 volte 26 giugno 2011

Chi ha paura di una CDP “alla tedesca”?

Si cerca di frenare il cambiamento della Cassa Depositi e Prestiti evocando il rischio risorgente dello “Stato padrone”

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana

di Paolo Raimondi

Recentemente molti commentatori votati ad un neoliberismo post crisi del tutto fuori luogo stanno cercando di frenare il cambiamento della Cassa Depositi e Prestiti, ventilando il rischio di un ritorno dello “stato padrone”e di un dirigismo soffocante.

La CDP partecipa già in Terna (settore infrastrutture) con il 29,9% e in Eni (settore energia) con il 26,37%, ma si tratta di operazioni affidatele dal Ministero del Tesoro che in precedenza deteneva le quote di partecipazione.

Il nuovo orientamento della Cdp dovrebbe invece permettere delle partecipazioni dirette in industrie di “rilevante interesse nazionale”. Se ne è parlato insistentemente quando si è profilato per la Parmalat la prospettiva di finire in mani francesi. Questa domanda di intervento riappare ogni qualvolta si discute di salvare settori produttivi in difficoltà, oppure di mantenere una presunta “italianità” di marchi nazionali che sono oggetto di scalate straniere.

Per ostacolare questo cambiamento vengono però riproposti i fantasmi dell’Iri e della Cassa del Mezzogiorno. Si vuole così bloccare sul nascere ogni riflessione pacata e costruttiva. Remano contro i nipoti della scuola di Chicago che agitano affannosamente il drappo rosso di fronte al “torello” dell’antistato.

 

Una potente macchina

per far crescere l’economia

 

E’ opportuno però che il nuovo ruolo della Cdp non si debba limitare soltanto alla possibilità di partecipazione nel capitale di grandi industrie nazionali. E’ evidente che è venuta l’ora di rompere gli indugi e trasformare la Cdp in un’efficiente e potente macchina per la crescita della nostra economia. Il vero compito strategico della Cdp è quello di diventare una sorta di fondo di investimento per finanziare lo sviluppo nelle infrastrutture, nelle nuove tecnologie, nella ricerca. Dovrebbe altresì affiancare le imprese italiane che operano all’estero per acquisire commesse importanti.

Essa infatti nel 2010 aveva attività di bilancio per 249 miliardi di euro (+ 10% rispetto al 2009), una raccolta di risparmio attraverso la rete degli uffici postali pari a 207 miliardi (+ 9%) che dovrebbe salire a 256 miliardi nei prossimi tre anni e una liquidità di 128 miliardi di euro (+ 8%) . Ma il suo mandato la costringe ancora ad un ruolo troppo secondario e marginale.

E’ forse l’istituzione più vecchia del nostro paese. Fu creata prima dell’Unità d’Italia. Il suo statuto la vincola però ad operazioni primariamente interne come cassa di riserva dello stato e come istituto di finanziamento di progetti degli enti locali.

 

Il motore dei finanziamenti

a medio e lungo termine

 

Può invece diventare il motore principale del finanziamento a medio e lungo termine, dell’innovazione del  nostro tessuto industriale, a cominciare dalla piccole e medie industrie, per mettere il paese in condizione di rispondere alle sfide della ripresa e dell’economia globalizzata.

In verità la Cassa Depositi e Prestiti negli ultimi anni ha allargato il suo orizzonte, aprendo linee di credito a favore delle Pmi. Nel passato triennio ha globalmente concesso crediti per 33 miliardi di euro. Nel triennio 2011-2013 i prestiti dovrebbero essere per 43 miliardi, di cui 24 per investimenti in opere pubbliche e per le Pmi. Però se non cambia il suo statuto e la sua “mission”, la Cdp rischia di rimanere un nano con tante potenzialità.

In tutte le sedi nazionali e internazionali il presidente della Cdp Franco Bassanini e l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini giustamente chiedono una trasformazione della Cassa sul modello della Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, la banca di ricostruzione tedesca.

 

Il paragone

con la KfW tedesca

 

La KfW è uno dei meccanismi più efficienti dell’economica tedesca. Nel 2010 il Gruppo KfW ha registrato attività per 442 miliardi di euro (nel 2009 furono 400 miliardi) e ha creato crediti nei vari settori di intervento nazionali e internazionali per 81,4 miliardi di euro con un aumento di 27% rispetto all’anno precedente. E’ il perno del “sistema paese”, soprattutto per le attività di investimento e di intervento nei mercati internazionali. Conta su una struttura di migliaia di operatori altamente qualificati suddivisa per importanti settori strategici.

Ha una banca per gli investimenti nelle Pmi, la Kfw Mittelstandsbank, e opera per lo sviluppo degli enti locali attraverso la KfW Kommunalbank. Nel 2009 le attività in questi settori sono state rispettivamente per 23,8 e 9,4 miliardi di euro.

Attraverso la IPEX Bank la KfW inoltre è impegnata con investimenti a medio e lungo termine di 8-15 anni di durata in progetti internazionali e in finanziamenti all’export con linee di credito aperte per oltre 60 miliardi di euro. La Ipex Bank a sua volta è impegnata in molti settori tecnologici strategici, anche in riferimento all’acquisizione di materie prime per il sistema produttivo tedesco.

La KfW ha creato una banca per lo sviluppo, la  KfW Entvicklungsbank, con investimenti per circa 3,5 miliardi di euro in 1.800 progetti in più di 100 paesi del cosiddetto terzo mondo che lottano contro la povertà. Già dagli anni sessanta ha creato anche la Deutsche-Investitions und Entwicklungsgesellschaft (DEG)  con un portafoglio di progetti per 5,3 miliardi di euro per sostenere il settore delle Pmi tedesche private impegnate nella modernizzazione delle infrastrutture di base dei paesi emergenti, dai trasporti all’acqua, dall’educazione alla sanità.

Si è posta all’avanguardia anche nei settori dell’energia rinnovabile attraverso la DENA, l’Agenzia tedesca per l’energia, che sostiene in particolare la R&S nei settori energetici innovativi. Naturalmente la Dena ha da subito sviluppato un grande rapporto di collaborazione con la Russia, i cui rifornimenti di energia, gas e petrolio, sono di importanza strategica per i programmi economici tedeschi.

 

La “mission” iniziale

 

La forza della KfW sta nel non aver abbandonato la sua mission iniziale a sostegno dello sviluppo a lungo termine dell’economia reale. Nacque insieme al Piano Marshall per la ricostruzione delle economie europee devastate dalla Seconda Guerra mondiale. Si ricordi che all’epoca gli Usa non richiesero che i crediti concessi fossero ripagati in dollari ma in moneta nazionale, versando i pagamenti in un conto speciale detto “fondo di controvalore” presso le banche centrali. Alcuni stati come la Gran Bretagna lo utilizzarono per ridurre il debito dello stato. La Germania invece ottenne che il fondo potesse essere utilizzato per il finanziamento della KfW. Quindi oltre al sostegno pubblico iniziale, la KfW sviluppò il meccanismo di autofinanziamento, sempre mirato agli investimenti di lungo periodo nella ricostruzione e nella modernizzazione dell’economia reale.

 

Nei passati decenni la KfW è cambiata molto nella sua struttura e nei suoi meccanismi senza mai venir meno alla sua mission di fondo per lo sviluppo. Oggi essa affianca le industrie tedesche nei mercati internazionali non solo come centrale di credito ma anche come garante di fatto degli accordi e come procacciatrice di commesse. Emette obbligazioni che hanno la garanzia dello stato tedesco e può operare sui mercati aperti.

 

E’ rilevante sottolineare che negli ultimi 3 anni la nostra Cdp ha unito le sue forze con la KfW, con la francese Caisse des Depots et Consignations e con la Banca Europea per gli Investimenti (Bei) per creare la “Rete Marguerite” dei fondi equity e il Long Term Investors Club per riportare la finanza pubblica e privata a sostenere investimenti di lungo termine nelle infrastrutture e nei settori dell’energia e della ricerca.

In passato l’Italia ha potuto positivamente contare su istituti come l’Iri e la Cassa per il  Mezzogiorno nel suo processo di ricostruzione e di sviluppo del dopoguerra. Poi col tempo in un processo di degenerazione della politica essi sono diventati strumenti politicizzati, inefficienti, che in un’ottica clientelare e di malintesa socialità finivano col distrugger ricchezza invece di crearne.. Ciò portò alla loro soppressione, senza però creare efficaci meccanismi alternativi per il credito agli investimenti a sostegno delle attività produttive.

In sostanza: si buttò via il bambino assieme all’acqua sporca.

Infatti le banche private e il mercato da soli hanno dimostrato di non essere capaci di sostenere adeguatamente un tale compito strategico. Anzi hanno sempre più puntato sulla finanza a breve.

Perciò discutere del nuovo ruolo della Cdp tenendo conto delle esperienze degli altri Paesi, delle nostre esperienze passate e delle necessità attuali, è una cosa doverosa e opportuna.

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Autore: Redazione » Articoli 673 | Commenti: 286

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