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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 20483 volte 08 novembre 2011

Che effetti può avere una guerra all’Iran sull’ economia già in crisi?

Di Redazione  •  Inserito in: Africa, Geopolitica, Planisfero

di Arnaldo Vitangeli

Alla crisi economica e finanziaria, che non accenna a risolversi e che si mostra sempre più come una crisi sistemica e non ciclica, si aggiunge ora un preoccupante tassello.

Una serie di indiscrezioni che sono state fatte trapelare, in Israele e in Gran Bretagna, e che  sono rimbalzate sui principali media di tutto il mondo, ipotizzano che nei prossimi mesi si assisterà ad un attacco all’Iran da parte degli angloamericani o dello Stato Ebraico, con l’intento di distruggere, o quanto meno compromettere seriamente, le capacità nucleari iraniane e, se possibile, rovesciare il regime di Ahmadinejad.

Fonti militari inglesi (in un articolo del Guardian) hanno confermato, aldilà degli evidenti scopi di guerra psicologica contro il regime di Teheran, l’eventualità di un attacco aereo sui siti iraniani. Tale eventualità è stata avvalorata anche da  indiscrezioni provenienti da ambienti dei Servizi israeliani, che hanno irritato non poco il ministro della difesa di Tel Avi, Ehud Barak, che non le ha tuttavia smentite. Rispondendo alle domande, Barak si è infatti limitato ad affermare che “non possiamo escludere opzioni e non vogliamo nascondere le nostre intenzioni, ma certe cose non si possono discutere sotto i riflettori”.

Più in là si è spinto il Presidente israeliano Shimon Peres, sostenendo che Tel Aviv è ormai più vicina a una scelta militare che a altre forme di risposta.

Mentre si diffondevano queste notizie, seppur ancora ufficiose, in Israele si procedeva a un’ampia esercitazione di difesa passiva,  con i cittadini di Tel Aviv e di altre località del Paese che, per la prima volta dopo anni, sotto il suono delle sirene correvano nei rifugi, mentre in Sardegna i caccia con la stella di David simulavano un attacco contro istallazioni nemiche.

A spingere verso un attacco contro l’Iran ci sono motivazioni militari e geopolitiche molto forti.  In primo luogo , l’Iran, secondo indiscrezioni che dovrebbero trovare una conferma e prove nel prossimo rapporto Aiea, è ormai molto vicino a raggiungere l’arma atomica, nonostante l’embargo, gli attacchi informatici e l’uccisione di scienziati coinvolti nel progetto. Tanto che, al massimo per la fine del 2013, si prevede che entri a far parte delle potenze atomiche,  prospettiva ovviamente estremamente preoccupante per Israele.

Lo stato ebraico, infatti, perderebbe la sua deterrenza se anche gli iraniani disponessero della bomba, e questo in un contesto mediorientale in cui, già ora, gli equilibri di forza sono mutati e mutano molto velocemente.

In secondo luogo, anche gli interessi strategici americani e occidentali in medio oriente, già messi a rischio dalla “primavera araba” (che ha fatto cadere leaders non democratici ma alleati dell’occidente, come Mubarak), dallo spostamento della Turchia dall’asse atlantico all’asse asiatico e, appunto, dall’emergere di Teheran come potenza regionale, sarebbero ulteriormente turbati se questa nuova potenza ostile si dotasse anche dell’arma atomica.

Queste dunque le ragioni di un possibile e a quanto pare ormai probabile attacco militare. Ma quali sono i rischi per l’Occidente di una simile scelta?

Una guerra iraniana è una minaccia molto seria, sia da un punto di vista militare, sia economico.

Se attaccata, Teheran potrebbe colpire Israele con un diluvio di missili di vario tipo, lanciati dal suo territorio, dal sud del Libano (tramite Hezbollah)  da Gaza e dalla Siria. Gli iraniani potrebbero inoltre colpire le basi americane in Iraq e scatenare nuovamente la guerriglia sciita, che in passato ha mietuto oltre 5 mila vittime tra i soldati della coalizione. Inoltre, potrebbero bloccare lo Stretto di Hormuz da cui transita una grossa fetta del traffico petrolifero mondiale.

Fin qui le conseguenze di carattere militare. Tuttavia le conseguenze di una guerra sarebbero devastanti anche a livello economico.

In primo luogo, si avrebbe con buona probabilità un aumento drammatico del prezzo del petrolio, con effetti che si farebbero sentire in particolare in quei paesi, come l’Italia, fortemente dipendenti dalle importazioni di petrolio.

Questo aumento del prezzo dell’energia si tradurrebbe immediatamente in un aumento del costo dei beni prodotti, oltre che della bolletta energetica, e dunque in una forte tensione inflazionistica (in aggiunta a quella innescata da politiche monetarie statunitensi che hanno immesso ripetutamente nel sistema quantità enormi di moneta).

E’ inoltre ipotizzabile che il costo di questa operazione verrebbe pagato, almeno in parte, dai vari paesi nato, essendo gli Usa non nella condizione di fare fronte da soli a tale spesa, (se non stampando ulteriore moneta) e qualora, come assolutamente probabile, la guerra non fosse “lampo”, ma si prolungasse per un tempo indefinibile,  questo conto sarebbe tanto più salato, e graverebbe come un macigno sulle già esauste finanze  dell’Italia e dei partners europei.

E tutto questo senza neppure la possibilità che un attacco possa garantire il rovesciamento del regime iraniano e, di conseguenza, la fine dell’embargo. Senza garanzie che l’Iran possa rientrare nel novero delle nazioni in cui investire, essendo impossibile un’occupazione di terra, l’unica in grado di abbattere il Governo di Ahmadinejad.

E’ molto probabile che la dichiarazione di un’imminente attacco da parte di Tel Aviv sia solo una mossa tattica allo scopo di convincere Russia, Cina e alcuni Paesi europei a imporre una nuova serie di sanzioni ancora più dure, cosa verso la quale questi paesi sono riluttanti. Gli Usa e Israele sanno valutare correttamente  quanto alti siano i rischi di un attacco e quanto bassi, invece, siano i possibili vantaggi. O almeno c’è da augurarselo.
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