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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 9591 volte 27 ottobre 2011

C’è vita dopo il default?

Di Emanuela Melchiorre  •  Inserito in: Europa, Finanza Internazionale, Planisfero

di Emanuela Melchiorre

È ormai di dominio pubblico il fatto che l’ultima frontiera della speculazione siano i titoli del debito pubblico degli stati che, proprio grazie al gioco di borsa, hanno varcato i confini nazionali e sono divenuti internazionali, entrando nei caveaux delle banche di tutto il mondo. Prima oggetto della speculazione erano i titoli del debito dei paesi sottosviluppati, che per trovare collocazione sul mercato erano costretti ad accordare tassi di rendimento elevati, anche a due cifre. Poi si è scoperto che più lucroso e meno rischioso è il gioco sui titoli del debito dei paesi occidentali e industrializzati, dove la speculazione si è fatta più raffinata.

La speculazione anarchica e quella organizzata

Non più composta da decisioni anarchiche di tanti speculatori emotivi, la speculazione si è organizzata, in squadra, dove ogni giocatore svolge il proprio ruolo strategico. Vi sono in primo luogo le società di rating, definite “terroristi ad orologeria” (copyright Giorgio Vitangeli), che con i loro giudizi minano alla base la credibilità di questo o quel paese europeo, così come più volte abbiamo scritto sulle pagine di questa Rivista on line. Ad ogni  pronunciamento di tali agenzie segue, nel giro di poco tempo, un aumento dello spread e si frantuma parte della reputazione di solvibilità dello stato che emette il suo titolo del debito pubblico. Cosicché, le fluttuazioni dei titoli lasciano spazio alle retrovie della speculazione, ossia a tutti gli investitori istituzionali che sanno orientarsi nelle oscillazioni di borsa. Più la borsa oscilla, più ampi sono i margini di guadagno per gli speculatori.

La differenza tra la speculazione anarchica e quella organizzata si nota negli effetti, poiché la seconda è di gran lunga più devastante. Se la speculazione anarchica specula sul grano e ne fa lievitare il prezzo, la conseguenza diretta è quella di affamare un popolo.  Se la speculazione organizzata specula sul debito pubblico di uno stato, non solo provoca il default dello stato posto sotto assedio, ma comporta, dato il canale internazionale del debito pubblico, una reazione a catena in tutti gli stati acquirenti dei titoli del debito pubblico, che risultano quindi direttamente coinvolti. Non sono solo gli stati a crollare, ma anche tutte le connessioni economiche, commerciali e politiche. Il default a quel punto non è più solamente finanziario, diviene politico e diplomatico.

Sulla soglia del baratro

Ma come siamo giunti sulla soglia del baratro? La corsa ai mercati finanziari è cominciata da tempo ed è comune a tutti  i paesi occidentali. Un esempio eclatante è quello dell’Inghilterra, patria della rivoluzione industriale, che da potenza economica, dotata di una industria poderosa anche se matura e in declino, ha rinunciato in gran parte alla sua vocazione manifatturiera a favore dei settori finanziari, trasformandosi in una grande immensa City, dove era possibile produrre denaro da  carta straccia. Il paese è caduto così in balia dei venti speculativi e delle bolle che si sono generate. Il sistema bancario, causa e complice di questa evoluzione, ne è divenuto anche vittima. Fortemente indebolitosi, ha prodotto lo spettacolo degradante della corsa agli sportelli da parte dei correntisti inglesi della Northern Rock, atterriti dall’eventualità di perdere ogni risparmio. La sterlina ha perso valore e la disoccupazione, specialmente tra i settori finanziari, é divenuta vastissima. È il risultato della rinuncia alla produzione a favore della moltiplicazione della carta finanziaria e l’esperienza inglese tornerà presumibilmente a ripetersi nel prossimo futuro anche in altri paesi.

Il meccanismo si è innescato e come una bomba a orologeria sta procedendo, ticchettando istante per istante, verso la deflagrazione.

Involuzione tecnocratica e specializzazione internazionale spontanea

Il bandolo della intricata matassa dell’attuale crisi non è nelle banche, né paradossalmente negli speculatori. Quest’ultimi sono infatti i figli mostruosi di una madre sempre gravida, la globalizzazione lasciata libera di evolversi e di diffondersi senza regole, senza un paracadute sociale, libera di manifestare gli effetti più devastanti e con un conto da pagare molto, troppo salato. Assistiamo quindi oggi ad una specializzazione internazionale spontanea. La produzione manifatturiera si sposta sempre più ad est, verso paesi a vocazione mercantilista e privi di scrupoli o di principi sociali, che lucrano sul differenziale di costi di mano d’opera e sulla fame della propria gente, mentre l’occidente ambisce a divenire sempre più specializzato nella finanza, senza per questo saperla governare. Le banche centrali divengono il nuovo centro del potere, governano la moneta incuranti degli effetti che le loro politiche monetarie possano avere sulla crescita economica. Sono lo strumento di una tecnocrazia, mai espressione di un consenso popolare e sempre più forte e indisturbata.

Un ordine di grandezza della profondità della crisi

L’azione delle banche centrali non è servita né da controllo del sistema bancario né da argine alla speculazione. Il timore per la sorte della Grecia, per la sostenibilità dei debiti degli stati, per la fine dell’euro e dell’Unione europea hanno distolto l’attenzione da un problema ben più vasto, reale e dall’epilogo imminente: l’esistenza e la grandezza del numero dei titoli derivati, quelli per intenderci che fino all’anno passato chiamavamo “tossici”, posseduti dalle banche di tutto il mondo, e che prima o poi dovranno andare a scadenza e mostrare il loro infimo valore.

 

L’agenzia per la supervisione del sistema di banche nazionali e federali del dipartimento del tesoro americano, la Comptroller of the Currency Administrator of National Banks, ha pubblicato di recente il suo rapporto sul primo trimestre del Trading Revenue. Ne è risultato che le cinque maggiori banche americane posseggono quasi la totalità dei titoli derivati in circolazione. Questo rappresenta una concentrazione del rischio spaventosa per il sistema bancario americano. 

La situazione europea è anche più grave. A differenza degli Stati Uniti, l’Europa non possiede uno strumento di indagine del sistema bancario tanto trasparente. Al contrario, sono stati applicati degli opacissimi stress test, in gran parte brillantemente superati dalle banche europee grazie ad escamotages, più che contabili, puramente nominalistici. Emblematico è il caso della austriaca Erste, che solo di recente ha reso note le perdite spaventose del suo portafoglio credit default swap da 5,2 miliardi di euro (di cui 2,4 consistenti in esposizioni a istituzioni finanziarie e 2,8 miliardi relativi a esposizioni sovrane). Secondo i dati della European banking authority (Eba) relativi agli stress tests dello scorso luglio, l’esposizione a cds sovrani di Erste era pari a zero. Questo grazie appunto al giochetto, escogitato dalla Erste con la complicità dell’ente europeo di controllo, di cambiare la denominazione del conto in cui erano iscritte le perdite, in modo da evitare che rientrassero nelle categorie di conti soggette al controllo degli stress test.  Vista la semplicità con cui tali test di affidabilità bancaria possono essere aggirati, è legittimo pensare che la banca austriaca non sia stata l’unica a celare la propria situazione di esposizione al rischio.

 

È divenuta urgente una attenta inversione di marcia. L’Europa, e in particolare l’euro-zona, deve provvedere con appropriate disposizioni a rafforzare la rete di protezione del risparmio e nel contempo porre nuovi vincoli all’operato delle banche, affinché svolgano la loro funzione che non è certo quella di perseguire stratosferici utili, ma di seguire l’economia nel suo avanzamento finanziando la libera intrapresa. Le banche non sono istituzioni di beneficienza e devono perseguire l’utile per i propri azionisti, ma entro limiti ragionevoli soprattutto, perché utili notevoli per le banche significa sempre condizioni esose del credito, tra cui alti tassi di interesse ed alte commissioni a carico della clientela da un lato e dall’altro bassi tassi di interesse per i correntisti. Le banche per il loro ruolo determinante nella vita economica devono essere sottoposte a rigide norme e a controlli accurati, per impedire, come tante volte è già accaduto, l’inflazione creditizia o le immobilizzazioni e il salvataggio a spese della collettività. Se così facessimo potremmo giungere a quella situazione in cui non sarà più necessario chiederci se ci sia o meno vita dopo il default.
 
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Autore: Emanuela Melchiorre » Articoli 71 | Commenti: 310

Emanuela Melchiorre è un’economista e una giornalista che ha collaborato con importanti istituti di ricerca nazionali, con il dipartimento di economia pubblica dell’Università La Sapienza di Roma e con l’Investment Centre della Fao. Scrive regolarmente di economia politica e di politica economica su giornali e su riviste specializzate. ---- Emanuela Melchiorre is an economist and a journalist. She has worked with national research institutes, with the Department of Economics at the University La Sapienza of Rome and the FAO Investment Centre. She writes regularly in newspapers and magazines about Economics and Economic Policy.

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