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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 31661 volte 28 novembre 2011

Berlusconi s’è dimesso la speculazione no

Continua l’attacco ai titoli di Stato dell’Eurozona

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza, Finanza Internazionale, finanza italiana, lettere alla redazione

di Giorgio Vitangeli


La speculazione internazionale, che dalla scorsa primavera – instradata dalle Agenzie di rating- ha martellato ininterrottamente i titoli del debito pubblico italiano, ha finito dunque col determinare in Italia la crisi di governo, e la caduta di Berlusconi. Risultato che non erano riusciti ad ottenere  né le manovre politiche né le inchieste della Magistratura.

Crisi per la verità alquanto anomala, non solo per l’elemento esterno determinante (qualcuno ha parlato di “terrorismo finanziario”). Berlusconi  infatti  non è stato sfiduciato dalle Camere, ma si è dimesso, nell’illusione che ciò bastasse a placare i mercati, mentre aveva ancora la maggioranza, pur risicata,  scoraggiata, ed in via di erosione.

“La decisione finale ci è stata praticamente imposta, coi tempi voluti dal Presidente della Repubblica”, ha dichiarato poi.

Nel passaggio dal governo Berlusconi a quello “tecnico” di Mario Monti il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha svolto in effetti, per unanime riconoscimento, un ruolo attivo di protagonista politico, più che quello neutrale e notarile proprio della sua funzione istituzionale, suscitando – fuori dal coro conformistico dei reverenti elogi – qualche perplessità d’ordine costituzionale (vedi articolo a parte del giurista prof.Mario Esposito).

Un disegno precostituito

Il fatto che prima di incaricare Mario Monti di formare il nuovo governo, il Presidente della Repubblica l’abbia nominato senatore a vita, quasi a dargli una legittimità politica accanto alla veste di “tecnico”, ha accentuato indubbiamente  la sensazione che l’incarico a Monti fosse un disegno precostituito. Un disegno tendente, in Italia come già in Grecia, a “commissariare”i politici eletti, sostituendoli con esponenti “tecnici” del mondo economico-bancario (Mario Monti, nuovo “premier” italiano, è stato Commissario europeo, preside dell’Università Bocconi di Milano, da cui esce gran parte della classe dirigente economica italiana,  advisor di Goldman Sachs, ed è membro  di spicco dei più elitari Club politico-economici internazionali, quali il Bilderberg Club e la  Commissione Trilaterale, fondata nel 1973 da David Rockefeller).

La sostituzione  dei politici eletti con tecnici “nominati” appartenenti all’oligarchia finanziaria e ai circoli culturali ad essa connessi è  però solo uno degli aspetti, pur importante e significativo, della crisi che ha investito l’Italia. Essa in realtà travalica ampiamente le frontiere italiane, intrecciando le motivazioni economiche con quelle politiche; il mutare degli equilibri geopolitici con la crisi dell’Occidente.

Cerchiamo, sinteticamente, di dipanare questa matassa.

Nello scenario dell’attacco all’euro

Già nel numero di luglio-agosto de “la FINANZA” scrivevamo che nell’attacco della speculazione all’Italia il vero bersaglio, il “bersaglio grosso”, in realtà era l’euro. Si attaccava l’Italia, come prima erano stati attaccati Grecia, Portogallo, Spagna ed Irlanda perché, per quanto riguarda il debito pubblico, tra i grandi Paesi europei l’Italia sembrava  l’anello più debole della catena.

La speculazione, com’è ovvio, mira solo a  guadagnare. Ma non si può ignorare che le sue mosse hanno anche indubbie conseguenze politiche, ed a volte, quindi, all’origine degli attacchi speculativi le motivazioni economiche si intrecciano con quelle politiche, essendo i protagonisti dell’economia spesso strutturalmente legati a quelli della politica.

Enfatizzando, ad esempio, la crisi  del debito pubblico in Europa, ed attribuendo così all’Europa la colpa delle forti turbolenze sui mercati finanziari, si finisce col far passare in seconda linea il fatto che la crisi finanziaria globale in realtà è originata dagli Stati Uniti, che le banche americane (e non esse soltanto, per la verità) sono ancora piene di titoli “tossici” e che la fabbrica dei “derivati”, bomba ad orologeria nella finanza globale, continua a lavorare a pieno regime.

Oltretutto non è vero che la situazione debitoria dell’eurozona sia peggiore di quella degli Stati Uniti: nell’Unione Europea infatti l’ammontare complessivo del debito pubblico è pari all’85% del prodotto interno lordo; negli Stati Uniti è del 100%. E la scorsa estate, per evitare un “default” tecnico, il Congresso americano ha dovuto aumentare il tetto  massimo del debito, fissato per legge.  La crescita del deficit poi non è certo prerogativa dei soli Paesi europei, che anzi sotto questo aspetto appaiono più virtuosi: nell’ultimo anno il deficit del bilancio pubblico è stato pari al 6,2%  del prodotto interno lordo in Europa ed al  10,7%  negli Stati Uniti.

Ulteriore considerazione: se la speculazione riuscisse a  frantumare l’Unione Monetaria Europea, il dollaro riconquisterebbe per intero lo “status” di unica moneta internazionale e di riserva, con gli enormi vantaggi che derivano agli Stati Uniti da questo “signoraggio” sul mondo.

Le motivazioni internazionali della caduta di Berlusconi

Se gli attacchi della speculazione internazionale ai Paesi dell’Eurozona paiono sottendere dunque anche implicazioni e motivazioni politiche, pure dietro la caduta di Berlusconi non sembra irragionevole intravedere, in filigrana, alcune motivazioni politiche d’ordine internazionale.

La cordiale amicizia personale del premier italiano con Putin (che si traduceva ovviamente in rafforzati rapporti economici tra l’Italia e la Russia,) alla lunga non poteva non infastidire gli ambienti atlantici più ortodossi. Il progetto del gasdotto “Southstream” , alternativa dell’Eni e di Gazprom al “Nabucco”, ideato per ridurre la dipendenza dell’Europa dal gas russo, era un ulteriore elemento di disturbo. Le “relazioni speciali” che il Presidente del Consiglio italiano aveva instaurato con il leader libico Gheddafi poi allargavano all’Italia nel Mediterraneo una via preferenziale al petrolio ed al  gas libico, suscitando invidie anglo-francesi, ma prospettavano anche una triangolazione tra Italia Russia e Libia per gli investimenti di modernizzazione della Libia e per il migliore sfruttamento delle sue risorse energetiche.

Sta di fatto che, secondo quanto ha pubblicato il quotidiano Milano Finanza, è stata proprio la banca americana Goldman Sachs  ad innescare la vendita di Buoni del Tesoro italiani, seguita  poi da altre banche americane e dagli “hedge fund” statunitensi, creando così una tempesta finanziaria cui Berlusconi non ha potuto resistere.

Uno studio che sembra un avvertimento

La stessa Goldman Sachs  ha  poi  reso noto uno “studio” secondo cui se a Berlusconi fosse seguito un governo di unità nazionale guidato da una personalità con elevata reputazione  esterna (sembra quasi un ritratto di Monti…), lo spread tra Buoni del Tesoro italiani e Bund tedeschi sarebbe sceso a 350 punti; se invece il nuovo premier fosse stato espresso e sostenuto dalla vecchia maggioranza, lo spread avrebbe oscillato tra 400 e 450 punti; e se poi si fosse scelta la via delle nuove elezioni lo spread sarebbe andato fuori controllo.

Più che uno studio- ha osservato qualcuno- quello della Goldman Sachs sembrava un minaccioso avvertimento.

C’è da aggiungere peraltro che anche da alcuni settori europei sono giunte azioni non certo benevole nei confronti dell’Italia,  come se le posizioni atlantiche trovassero sponda anche in alcuni ambienti economici e politici europei, o se qualcuno accarezzasse il progetto di un euro “depurato” della presenza dei Paesi deboli mediterranei.

A maggio, quando è iniziato l’attacco all’Italia da parte delle Agenzie di “rating” americane,  la  Deutsche Bank  in una sola mattinata ha venduto tutti i titoli pubblici italiani  che aveva in portafoglio, per un ammontare di 8 miliardi di euro.

La decisione, certo non amichevole, sotto l’aspetto puramente economico è comprensibile: gli amministratori di una banca hanno il dovere di evitare quanto più possibile rischi e perdite. Meno comprensibili sono le dichiarazioni  del commissario europeo agli affari economici, il danese Olli Rhen, il quale nel pieno della crisi dichiarava che “la situazione economica e finanziaria dell’Italia è drammatica”, gettando così benzina sul fuoco invece di cercare di rassicurare i mercati.

Ma davvero è drammatica la situazione italiana?

Ma davvero la situazione  economica e finanziaria dell’Italia è così drammatica?

Non è solo l’Italia: è il mondo che trema, scrivevamo nel numero scorso. I fatti di questi ultimi due mesi confermano e rafforzano quell’affermazione.

Le stime più recenti hanno rivisto al ribasso le prospettive di crescita anche dei maggiori Paesi europei: +0,6% per la Francia, nel 2012, mentre la Germania dovrebbe decelerare dal 3% di quest’anno ad uno 0,7%; ben che vada +1%.  Ed anzi alcune stime ultimissime abbassano ancora queste percentuali. Dunque: la troppo modesta crescita che viene imputata all’Italia in realtà sta diventando malattia comune: è tutto l’Occidente che sta scivolando verso la recessione.

L’Italia in questo scenario soffre indubbiamente di problemi suoi, gravissimi ed antichi. Un assetto istituzionale che rende i suoi governi fragili ed effimeri, la scarsità di grandi “campioni nazionali” accentuatasi a seguito delle privatizzazioni, che hanno consegnato al capitale straniero una fetta considerevole del nostro apparato industriale; la conseguente inadeguatezza del settore Ricerche e Studi, il dualismo tra Nord e Sud, il declino della nostra scuola pubblica, la semiparalisi e le distorsioni dell’amministrazione della Giustizia, e così via. Ma malgrado tutto ciò, nella crisi globale che sta gonfiandosi l’Italia ancora se la cava meglio di tanti altri Paesi. La disoccupazione è all’8,3%, cioè inferiore alla media europea (in Spagna è al 21%).  L’Italia resta saldamente il secondo Paese esportatore dell’Europa, inferiore solo alla Germania. A  differenza degli altri Paesi, ha un forte tessuto di piccole e medie imprese che sono in affanno,è vero, ma che proprio nei momenti di crisi mostrano tutta la loro capacità di flessibilità. Ha infine un patrimonio culturale e turistico che non ha eguali nel mondo, e che si traduce in un costante afflusso di valuta.

Il  debito con l’estero più basso d’Europa

Sul piano finanziario l’Italia viene considerata l’anello debole della catena europea, poiché il Trattato di Maastricht  enfatizza, come unico parametro, il debito pubblico, che in Italia è pari al 121% del prodotto interno lordo (pil) mentre in Inghilterra è pari all’81%, in Germania all’83% ed in Francia  all’87 (percentuali, queste ultime, che tendono a crscere).

Ma se si  considera, più correttamente,  il debito estero totale, cioè quello dei governi, delle autorità monetarie, delle banche e delle imprese, la situazione si rovescia. Quello dell’Inghilterra, gonfiato dagli afflussi di capitali esteri alle banche operanti alla City di Londra, sale al 436% del “pil”; quello della Francia è pari al 235% ; quello della Germania tocca il 176% mentre l’Italia risulta la meno indebitata con un debito estero pari soltanto al 163% del suo prodotto interno lordo.

Stesso risultato  calcolando il debito estero “pro capite”, cioè suddividendo il debito totale per il numero di abitanti. L’Italia ha un debito estero totale per persona pari a 32.875 euro; la “virtuosa” Germania  più di una volta e mezzo tale somma, cioè 50.659 euro a testa; la Francia il doppio dell’Italia (66.508 euro) e l’Inghilterra addirittura quattro volte circa il debito estero “pro capite” italiano, cioè 117.580 euro.

Queste cifre, diffuse il 18 novembre in rete dalla BBC (bbc mobile- news business), ed elaborate sulle più recenti statistiche del Fondo Monetario Internazionale, della Banche Mondiale e dell’Onu, cumulano, come già precisato, il debito estero dei governi, delle istituzioni monetarie, delle banche e delle imprese. Completa il quadro la situazione finanziaria delle famiglie. Secondo dati della Banca d’Italia, che risalgono a cinque anni or sono, in Italia era indebitato  il 25% delle famiglie, contro il 40% in Spagna, il 60% in Francia, il 100% negli Stati Uniti.

La ricchezza delle famiglie ed il reddito sommerso

E’ vero che nell’ultimo decennio  i prestiti totali accesi dalle famiglie italiane sono  cresciuti dell’11,5% e quelli per acquisto di abitazioni del 15%. Ma ancora tre anni or sono i debiti di quella quota  di famiglie italiane indebitate erano pari al 49% del loro reddito annuo. Un livello che  è appena la metà di quello dell’area dell’euro ed un terzo di quello del Regno Unito e degli Stati Uniti.

Se da un lato vi sono i debiti, dall’altro vi sono poi le attività, finanziarie e reali, detenute dalle famiglie. Ed anche sotto questo aspetto l’Italia si trova in ottima posizione, essendo il 70% delle famiglie italiane proprietarie della casa in cui abita. Risultato: tra beni immobili e attività finanziarie le famiglie italiane  hanno una ricchezza pari ad otto volte il reddito: un livello analogo a quello delle famiglie francesi ed inglesi, ma superiore a quello delle famiglie tedesche, di quelle americane e di quelle giapponesi. Se si considera poi che un buon terzo dell’economia italiana è sommersa, e non figura perciò nelle statistiche ufficiali, se ne deduce che il “pil” italiano è sottostimato, che  il rapporto ufficiale tra deficit pubblico e “pil” non è veritiero, e che le famiglie italiane, mediamente, sono ancora oggi tra le più ricche di tutto l’Occidente. Il che spiega alcune apparenti anomalie. In questa Italia dalla situazione economica e finanziaria “drammatica”, per usare le parole del commissario europeo Olli Rhen, per le imminenti festività natalizie la spesa media per famiglia, secondo le previsioni,  sarà di circa 650 euro, sensibilmente superiore alla media europea, malgrado il “regalo di Natale” che sta preparando il nuovo governo, cioè una serie di aumenti su imposte e tasse. Ed all’orizzonte un allungamento dell’età per andare in pensione, la svendita di quel che resta dell’industria pubblica, la privatizzazione dei servizi pubblici locali.

Basterà tutto questo a calmare la fame speculativa dei mercati?  A giudicare da questi primi giorni di governo Monti, si direbbe proprio di no. Il divario tra Buoni del Tesoro Italiani e Bund tedeschi è tornato ad oscillare attorno ai 500 punti. La Borsa di Milano, come le altre Borse del mondo, alterna brusche cadute a timide riprese, cui seguono nuove cadute. Chi diceva e credeva che era il governo Berlusconi la causa principale della sfiducia dei mercati verso l’Italia evidentemente si sbagliava. O meglio, guardava da una visuale interna, anche alquanto strumentalizzata, una crisi che in realtà è globale, e che più che attenuarsi e risolversi, tende invece a farsi ancora più grave.

 

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