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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 10156 volte 06 maggio 2011

Basilea 3: per banche ed imprese una nuova sventura?

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale

di Enea Franza

 

Non passa giorno che, sui giornali economici non si parli di una nuova catastrofe che presto si abbatterà sulle imprese, nella forma di minori finanziamenti dalle banche .E’ l’incubo di Basilea 3. Il testo, infatti, è stato  presentato allo Steering Committee del Financial Stability Board, l’organismo guidato dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, nel mese di settembre per essere poi ratificato al G20 di Seul. L’entrata in vigore sarà graduale: dal 1 gennaio 2013 per arrivare alla piena attuazione  al primo gennaio 2019.

Di che cosa si tratta? Prima di addentraci nelle novità, facciamo una premessa per rassicurare i più spaventati. Nelle intenzioni degli estensori dell’accordo, Basilea 3 pone l’attenzione sui rischi di mercato e, quindi, in particolare agisce sulle banche di investimento[1]; pertanto, chi svolge la normale attività bancaria non dovrebbe essere toccato dalla nuova normativa, almeno non nell’immediato, anche perché l’esigenza di non compromettere la già grave situazione dell’economia  in corso, ha consigliato una entrata in vigore delle disposizioni molto graduale[2] … Ma le cose stanno davvero cosi ?

 

La storia comincia

con Basilea 1

 

Per capirci davvero qualche cosa e tentare una risposta bisognerebbe partire da lontano; da Basilea 1 appunto, quando si cominciarono a dettare le norme per evitare che dai prestiti facili potesse nascere una crisi finanziaria di enormi proporzioni; cosa che poi è puntualmente accaduta, nonostante Basilea 1 e l’ulteriore stretta attuata poi con  Basilea 2. Ma cosa c’è stato di sbagliato nelle decisioni prese a Basilea? Bene, ripercorriamo le tappe fondamentali.

Sappiamo che Basilea 1 è un complesso di regole emanato da un Comitato con sede a Basilea[3] che nel 1988 ha dato vita alla normativa sul capitale di vigilanza degli istituti finanziari. L’Accordo di Basilea 1 si fonda su semplici principi base. Vediamoli.

Primo: poiché ogni impiego bancario comporta l’assunzione di un certo grado di rischio, questo deve essere quantificato e supportato da un adeguato livello di capitale proprio, detto “patrimonio di vigilanza”.

Secondo: il rischio degli impieghi bancari deve essere suddiviso in Rischio di Credito, legato alla possibile inadempienza delle controparti agli obblighi contrattuali, e Rischio di Mercato, legato alla possibilità per la banca di subire perdite dovute a variazioni dei prezzi delle attività finanziarie intermediate. Entrambi i rischi devono trovare mezzi adeguati per essere fronteggiati, ma sottintesa era la convinzione da parte delle Autorità di mercato che il rischio di mercato fosse ben misurato facendo riferimento alla consolidata teoria del portafoglio, attraverso un metodologia molto in voga prima dei fatti del 2007: quella del Value at Risk[4] o, in sigla,  VaR.

La crisi finanziaria del 2008 ed il crollo delle quotazioni dei titoli, si è fatta carico di distruggere la certezza dei burocrati ed ha dimostrato l’inaffidabilità della metodologia utilizzata fino a quel punto per misurare il rischio di mercato e la necessità di cambiare regime. Ma questa è un’altra storia …

 

 

Come si determina

il patrimonio di vigilanza

 

Ciò posto, Basilea 1 imponeva alle banche di detenere un  patrimonio di vigilanza (ovvero, capitale, riserve, crediti obbligazionari), pari a non meno dell’8% del totale delle attività ponderate per il loro rischio[5]. In altri termini, per ogni 100 di impiego occorre accantonare 8. Vediamo meglio. Il patrimonio di vigilanza, costituito dagli elementi sopra indicati, viene confrontato con il rischio di credito che viene ponderato su cinque coefficienti, in relazione alla tipologia di debitori: 0% per gli impieghi verso governi centrali, banche centrali ed Unione Europea; 20% per gli impieghi verso enti pubblici, banche ed imprese di investimento; 50% per i crediti ipotecari e le operazioni di leasing su immobili; 100% per gli impieghi verso il settore privato; 200% per le partecipazioni in imprese non finanziarie con risultati di bilancio negativi negli ultimi due esercizi.

Ma che significa? proviamo a chiarire come funzionava il vecchio sistema con un semplice esempio. Ipotizziamo, in primo luogo, un investimento in titoli di Stato (poniamo per 100 Euro). Allora con un semplice calcolo (8%*100*0) otteniamo il “Patrimonio di vigilanza”= 0 Euro. Nel caso di una attività sotto forma di B.O.T. per 100 Euro, la banca dunque non era obbligata ad accantonare una parte di patrimonio a garanzia del credito, in quanto la controparte (lo Stato Italiano nel nostro caso) era considerata “sicura”. Viceversa, ipotizziamo un finanziamento di 100 Euro ad un’ impresa. Allora, il patrimonio accantonato dovrà essere di 8 Euro (infatti 8%*100*100%=8 Euro). Ovvero, di fronte al credito ad una impresa privata, il coefficiente di ponderazione da considerare era del 100% e quindi, a fronte di un finanziamento di 100 Euro, la banca doveva accantonare a riserva una somma pari a 8 Euro.

 

I limiti di Basilea 1

e i  rating di Basilea 2

 

Quale è il limite di tale impostazione? In realtà i limiti erano diversi. Uno balza immediatamente agli occhi degli economisti: ogni impiego creditizio in imprese private viene valutato indipendentemente da calcoli sugli equilibri patrimoniali, finanziari, economici, e quant’altro possa chiarire con precisione il “reale” stato di salute dell’impresa stessa. In altri termini, nell’accordo di Basilea 1 non avevano rilevanza le scelte nelle  concessioni di credito alle imprese private da parte delle banche, poiché ciascun finanziamento concesso – qualunque fosse la situazione finanziaria dell’impresa – non aveva riflessi sul coefficiente di ponderazione del nuovo attivo bancario (credito). Peraltro, i crediti non erano neanche distinti in relazione alla vita residua del prestito.

Il superamento, con Basilea 2[6], ha determinato una nuova metodologia di valutazione del Rischio di Credito[7]. Quale ? Si è passati dai coefficienti fissi in funzione della tipologia di debitore all’introduzione di modelli di rating, idonei ad attribuire un coefficiente di ponderazione specifico in relazione alla solvibilità ed all’affidabilità finanziaria del soggetto finanziato (Stati[8], banche, privati, ecc). Cosi il capitale di vigilanza andava aumentato dalle banche nel caso in cui, ad esempio per gli impieghi verso governi centrali, banche centrali e Unione Europea, il coefficiente di ponderazione risultasse maggiore di 0.

Basilea 2, quindi ha premuto l’acceleratore sul criterio della valutazione della solvibilità del debitore, misurata attraverso i rating, secondo diverse metodologie: una tecnica c.d. “standard” dove il valore delle attività ponderate per il rischio è determinato moltiplicando l’esposizioni nette per uno specifico coefficiente di ponderazione in funzione del rating ricevuto dal debitore da un’agenzie di rating indipendente, ed altre metodologie basate sui c.d. “rating interni”, in cui il valore delle attività ponderate per il rischio viene determinato direttamente dalle banche, ma mediante modelli propri finalizzati all’attribuzione del rating a ciascun debitore, asseverati dalle rispettive Banche Centrali.

 

Ma i limiti non hanno evitato

la crisi delle banche…

 

Si è molto detto sui limiti al finanziamento all’impresa che Basilea 2 ha imposto alle banche commerciali, mentre è oggi di palmare evidenza che tali limiti regolamentari non sono riusciti a garantire un qualche argine alla crisi delle banche.

La critica derivava tutta dal fatto che -a parità di tassi applicati ai singoli debitori- all’aumentare del capitale di vigilanza le banche si sono viste ridurre il rendimento del capitale proprio investito. E come compensare la necessità di una maggiore copertura? Alternativamente: evitando di aumentare il capitale di vigilanza, concedendo credito solo a soggetti solvibili e finanziariamente affidabili, e revocando le linee di credito a soggetti eccessivamente rischiosi, ovvero, applicando tassi d’interesse più elevati ai soggetti maggiormente rischiosi per adeguare il rendimento degli impieghi al capitale proprio investito, evitando così una riduzione della redditività complessiva.

In teoria un vantaggio ci sarebbe: i soggetti dotati di elevate capacità finanziarie, e considerati altamente affidabili dalle banche, avrebbero dovuto beneficiare di una riduzione dei tassi applicati ai finanziamenti. In merito, mi permetto di osservare che il vantaggio, tanto fantasticato dagli economisti in realtà si è dimostrato essere solo una chimera e, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, l’effetto di Basilea 2 è stato piuttosto quello di chiudere i rubinetti dei finanziamenti.

 

Perché il rafforzamento

non ha retto alla crisi

 

Ma se il limite al finanziamento del sistema industriale c’è stato, perché il rafforzamento patrimoniale inventato dai burocrati di Basilea non ha retto alla crisi del 2007 – 2009? Detto in poche parole e rinviando ad una trattazione apposita,[9] la ragione risiederebbe nel fatto che i ratios si sono dimostrati incapaci di comprendere l’innovazione finanziaria, che ha moltiplicato gli attivi bancari con il processo cosiddetto di securitization. E’ successo cioè che gli attivi delle banche sono stati smontati e si sono costruite delle operazioni in derivati valutati tripla A (ovvero, di certa rimborsabilità) che, come tali, non hanno richiesto accantonamenti ulteriori e quindi, di fatto, hanno eluso l’obbligo di riserva.

Per altro verso la misura del rischio di mercato supponeva un piazza finanziaria sempre perfettamente liquida e non immaginava che si potesse presentare una crisi tale da azzerare il valore del portafoglio[10].

 

La lezione della crisi

e Basilea 3

 

Abbiamo imparato qualche cosa dalla lezione della recente crisi finanziaria?

Vediamo le novità. Con Basilea 3 il requisito minimo per il patrimonio complessivo resta all´8% in rapporto alle attività ponderate per il rischio, ma di converso si alza il livello del patrimonio di qualità primaria (il c.d. Core Tier1) che passa dal 2% al 4,5%, ed anche il Tier1 (patrimonio di buona qualità più le obbligazioni subordinate) dal precedente 4%, si alza al 6%. Inoltre al fine poi di evitare gli effetti ciclici possibili con Basilea 2, si introduce anche un “buffer” pari al 2,5%, ovvero, un cuscinetto di capitale aggiuntivo per assorbire le eventuali perdite.

Facendo un pò di conti – nella nuova griglia di Basilea 3 – i requisiti di capitale e “buffer”supplementare fanno si che il patrimonio da accantonare aumenti in definitiva del “buffer” supplementare (pari sempre al 2,5%) per cui, il Core Tier1, Tier1 ed il Patrimonio di base saranno rispettivamente: 7,0%, 8,5% e, 10,5%. E’ sufficiente a sventare i rischi di una nuova crisi e a dare stimolo al credito ?

 

Ma le perdite derivano

dai rischi di mercato…

 

Un recente studio condotto su di un campione di banche Usa ed Europee ha dimostrato che per il 90% del campione  le Banche a seguito della crisi hanno perso fino ad un massimo del 24% sul rischio di credito, mentre circa il 79% delle perdite derivano dai rischi di mercato. Adesso, i modelli interni delle banche dimostrano che mentre il capitale necessario per far fronte ai rischi di mercato è inferiore al 30%, 40 % quello per far fronte ai rischi di credito in media è sovrabbondante. Basta fare un po’ di conti per capire che il sistema escogitato da Basilea 3 in definitiva non è sufficiente a risolvere i problemi e che forse impatterà proprio sul credito.

Da ultimo una osservazione sulla realtà italiana. Secondo un’analisi di Keefe, Bruyette and Woods (Kbw),le simulazioni  che misurano la distanza del patrimonio di vigilanza attuale dai requisiti patrimoniali attesi al 2012 prevedono la necessità di iniezioni di capitale pari a 4,89 miliardi di euro per Intesa-Sanpaolo, 4,63 miliardi per Monte dei Paschi, 4,06 miliardi per Unicredit, 3 miliardi per Banco Popolare e giù giù sino ad appena450 milioni per Ubi e 32 milioni per Credem.

 

Le banche con maggiori necessità di incrementare il patrimonio potrebbero dover ridurre drasticamente la distribuzione di dividendi per alcuni anni, o chiedere agli azionisti di metter mano al portafoglio, finanziando aumenti di capitale.

Ma gli azionisti, che hanno già visto la redditività calare in modo drastico per effetto della crisi finanziaria e della recessione, non sembrano per niente disposti a ulteriori riduzioni dei dividendi ed anzi, chiedono un aumento dei payout. Allora, l’unica leva a disposizione del management, in assenza di un marcato rialzo dei tassi o di una forte ripresa economica, è la compressione dei costi. Tutti i costi e, in particolare, quelli operativi. Compreso, ovviamente, quello del lavoro.  In altre parole, si renderebbe necessaria una riduzione del personale dipendente




[1] Il 17 dicembre 2009 il Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria ha pubblicato due documenti, “Strengthening the resilence of the banking sector” e “International frame work for liquidity risk measurement, standards end monitoring” allo scopo di recepire in Basilea 2 le lezioni apprese nel corso della crisi finanziaria iniziata nell’agosto del 2007.

[2] l’entrata in regime sarà tra 7-8 anni.

[3] Fanno parte del comitato i Governatori dei seguenti paesi: Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Hong Kong, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea, Lussemburgo, Messico, Olanda, Russia, Arabia Saudita, Singapore, Sud Africa, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Gran Bretagna e Usa.

[4] Il VaR è la misura  della massima perdita potenziale nella quale può incorrere il portafoglio, scaturita dall’evoluzione dei prezzi di mercato , in un determinato periodo di tempo ad un certo livello di confidenza.  Indicando : – t il periodo di detenzione (Holding Period); – Vt il valore della perdita in t , Il VaR, ovvero la massima perdita potenziale, per il livello di probabilità stabilito è quel valore che soddisfa la relazione: []α=≤VaRVPtt  essendo α il livello di significatività.  Come detto, alla base della costruzione del modello VaR si pone la Teoria del Portafoglio, che usa stime della volatilità e correlazioni tra i rendimenti dei differenti strumenti trattati. I parametri determinanti per il calcolo del VaR sono la stima della volatilità futura e delle correlazioni tra gli strumenti finanziari che costituisco il portafoglio. Nel pre-crisi le simulazioni non consideravano l’ipotesi di illiquidità dei titoli, come poi accaduto.

[5] In formule matematiche: Patrimonio di Vigilanza/ Attivo ponderato (rischio di credito, rischio di mercato) >=8% .

 

[6] Il testo dell’accordo ha visto la sua versione definitiva nel giugno del 2004 , ed è entrato in vigore nel gennaio 2007, con una proroga di un anno concessa alle banche che hanno adottato il metodo advanced.

[7] Si rileva che, circa il rischio sugli impieghi bancari, è stata introdotta l’ulteriore variabile il c.d. Rischio Operativo, che senz’altro migliora la valutazione complessiva del rischio dell’attività bancaria.

[8] Ad esempio, diversificando anche per i debiti sovrani  potremmo avere una ponderazione maggiore di 0 nel caso in cui l’investimento esponga a rischi specifici connessi alla particolare situazione dell’emittente come per Argentina, ma anche da ultimo con la Grecia, il Portogallo, o l’Irlanda.

 

[9] Vedi, tra i tanti, Crack Finanziario, Enea Franza, Pagine Edizioni del Borghese, 2009.

[10] In altre parole, le misure del Var (Value at Risch) confrontavano il portafoglio finanziario della banca con quotazioni dei titoli da bolla. Alla questione si è pensato con Basilea 3 di ovviare con lo stressed Var.

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