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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 13687 volte 22 settembre 2011

Attacco all’Italia ( ma il bersaglio grosso è l’euro)

Per quasi due mesi le società di “rating” americane hanno bombardato l’economia italiana, poi la speculazione ha colpito con tutte le sue forze

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Europa, Finanza Internazionale, lettere alla redazione, Planisfero

di Giorgio Vitangeli 

Prima le società di ”rating” anglosassoni hanno preparato il terreno con n incessante e devastante fuoco d’artiglieria, poi la speculazione ha attaccato con tutte le forze a disposizione: in prima linea gli “hedge funds”,ma accanto ad essi anche le banche d’investimento, gli investitori istituzionali e persino i fondi pensione.
Il “venerdì nero” dell’8 luglio scorso l’economia italiana contava morti e feriti. In una settimana di passione la Borsa italiana aveva perduto oltre il 7%; quasi il 3,5% solo nella giornata di venerdì, ed il divario tra i Buoni del Tesoro decennali italiani ed i corrispondenti titoli tedeschi era balzato a 256 punti base.Dopo il “venerdì nero” c’è stato un lunedì ancora più “nero”; il divario tra titoli italiani tedeschi è salito al record storico di oltre 300 punti, la Borsa ha perduto un altro 4%, ed a questo punto la tempesta ha investito anche le altre Borse europee. Poi martedì i primi segnali di inversione di tendenza. Non solo non v’era più alcun segno di dissidi in seno alla maggioranza di governo, ma addirittura le opposizioni manifestavano la propria disponibilità a far passare rapidissimamente la manovra economica in Parlamento, nel superiore interesse della Nazione: E la Commissione europea, il ministro delle finanze tedesco, lo stesso cancelliere Angela Merkel, ed infine il Fondo monetario esprimevano apprezzamento per quella manovra finanziaria del governo italiano che l’agenzia di “rating” Standard&Poor’s alcuni giorni prima aveva saccentemente giudicato inadeguata, rinfocolando così la speculazione. La Borsa prendeva atto del clima mutato, e Milano riguadagnava l’1.18%’,: il miglior risultato tra le Borse europee. Mercoledì 13, mentre scriviamo queste note, la Borsa italiana è di nuovo in rialzo. La bufera sembra passata; l’Italia ha retto all’attacco violento della speculazione. Ma guai se si cominciasse ora a sottovalutare il pericolo, e non si facesse tesoro di quanto è accaduto. Ripercorriamo dunque, rapidamente, questi giorni convulsi.

Già qualche tempo prima che le fiamme della speculazione incendiassero il mercato, la Consob, sentendo puzza di bruciato, aveva tentato di fare chiarezza. I rappresentanti italiani di Moody’s e di Standard&Poor’s erano stati infatti convocati dal presidente della Consob, Vegas, che voleva sapere per quali motivi Standard&Poor’s a mercati ancora aperti ed ancor prima che fosse noto il testo definitivo, avesse ritenuto “poco efficace” la manovra economica decisa dal governo italiano. Analogamente la Consob voleva sapere da Moody’s le ragioni per cui il 23 giugno aveva annunciato che ben sedici delle maggiori banche italiane,cioè la quasi totalità del sistema bancario italiano, era stata messa “sotto osservazione”, col rischio annunciato di un “downgrading”, che ne aveva fatto crollare le quotazioni il giorno dopo.
Queste due mosse erano solo le ultime di una serie di annunci negativi coi quali le agenzie di “rating”stanno bersagliando da quasi due mesi il mercato italiano. Ad iniziare l’attacco è stata,il 20 maggio scorso, Standard&Poor’s, cambiando da “stabile” a “negativo” l’outlook sul “rating” della Repubblica Italiana, cioè sui titoli di Stato italiani. Le ragioni di questo giudizio sfavorevole poggiavano solo su una serie di opinabili ipotesi, ma tanto è bastato
perché la “forbice” tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi cominciasse ad allargarsi. Dopo il declassamento delle prospettive sul debito pubblico, Standard&Poor’s ha cominciato a mettere sotto osservazione il nostro settore bancario, ed in particolare Mediobanca ed Imi-San Paolo, cambiando l’outlook da stabile a negativo In un primo tempo le altre due delle “tre sorelle”, cioè Moody’s e Fitch,sembrava non avessero intenzione di seguire Standard&Poor’s.“Non c’è evidenza che la situazione dei conti pubblici italiani si stia deteriorando”, dichiarava l’analista di Fitch. Ma neppure un mese dopo, cioè venerdì 17 giugno, è arrivata la nuova “bordata” di Moody’s, laquale  annunciava che era pronta a rivedere al ribasso il rating attribuito all’Italia, e decideva inoltre di mettere sotto osservazione gli enti pubblici
e le società partecipate dal Tesoro.  Vale a dire un lungo elenco di regioni e di province, e le grandi società italiane con partecipazione pubblica nel loro capitale: Enel, Eni, Finmeccanica, Terna e Poste Italiane. Non basta: alcuni giorni dopo Moody’s ha sparato ad alzo zero conto il sistema bancario italiano, mettendo sotto osservazione, con implicazioni negative ben sedici tra le maggiori banche italiane, tra cui
addirittura la Cassa Depositi e Prestiti, mutando inoltre da stabili a negative le prospettive di altre 13 banche definite “di importanza non sistemica”.

L’ultima ciliegina sulla torta avvelenata preparata dalle società di “rating” l’ha messa Standard&Poor’s, che ha dato un giudizio sostanzialmente negativo della manovra da 40 miliardi di euro varata dal governo  per riequilibrare i conti pubblici e giungere al pareggio entro il 2014. Ed immediatamente ciò ha determinato un terremoto in Borsa, con forti vendite dei titoli bancari che in un giorno perdevano fin quasi al 10%. Fin qui i fatti, da cui derivano alcune stringenti considerazioni. Primo: le cosiddette “Agenzie” di “rating, occorre ricordarlo, sono in realtà società per azioni, cioè semplici società private che nulla hanno di pubblico. Secondo: i maggiori azionisti delle società di “rating”spesso controllano anche quei fondi d’investimento che si gettano come avvoltoi sui Paesi indeboliti dai giudizi negativi delle società di “rating”. In Moody’s ad esempio il primo azionista è Warren Buffet con il 19,1 %; a seguire, tra gli altri soci, Fidelity, State Street e Blackstone, cioè i fondi che si avvalgono dei rating nelle proprie decisioni di investimento. Situazioni analoghe anche per Standard&Poor’s e Fitch”. Terzo: le Agenzie di rating sono tra i maggiori responsabili della crisi finanziaria ed economica che sta devastando l’economia globale: hanno tranquillamente assegnato la tripla A,cioè il voto massimo di affidabilità, a prodotti finanziari strutturati con mutui “subprime” inesigibili, e rivelatisi quindi “spazzatura”. Quarto: è da più di un anno ormai che con la giustificazione di debiti pubblici eccessivi le Agenzie di “rating”hanno messo in atto un vero e proprio attacco all’euro, volto a salvaguardare l’egemonia del dollaro, e non a caso la cancelliera Merkel nel pieno dell’attacco speculativo all’Italia ha commentato: “Difenderemo l’euro”.

L’attacco all’euro è iniziato il 27 aprile dello scorso anno, quando Standard&Poor’s retrocesse al grado di “spazzatura” i titoli pubblici della Grecia, ed è continuato ininterrottamente: l’ultimo attacco è quello di Moody’s, che nei primi giorni del luglio 2011 ha giudicato “spazzatura”
i titoli del Portogallo. Stati Uniti, Inghilterra, ed anche il Giappone hanno “fondamentali” assi più deboli di quelli dell’eurozona; si parla ormai apertamente di possibile “default” degli Usa,ma nessun hedge fund attacca il dollaro, che paradossalmente si sta rafforzando rispetto all’euro e solo or Moodys mette il rating degli gli Stati Uniti “sotto osservazione”. Quinto: la Cina, per non subire le manovre insidiose delle società di “rating”americane si è dotata di una proprio società, e sulla stessa linea sembra si stia muovendo la Russia. E’ vero: non si cura la febbre rompendo il termometro. Ma se il termometro dà risposte false e strumentali, la cosa migliore è gettarlo via, e comprarsene un altro. Ed a questo punto emerge il vero problema: la scarsa e lenta capacità decisionale dell’Europa, la sua strutturale debolezza politica. Quando l’Europa avrà finalmente il coraggio di dotarsi di una propria Agenzia pubblica di “rating”, che magari dichiari “spazzatura” i giudizi partigiani e strumentali delle società di rating americane; quando più che imporre solo sacrifici da “lacrime e sangue” agli Stati membri, avrà il coraggio di imporre regole e limiti a chi ha trasformato il mercato in “casinò” planetario, allora finalmente l’Unione Europea comincerà davvero ad uscire dalla crisi, e si avvierà a prendere nei rapporti internazionali il posto cui la sua storia, il suo retaggio di cultura, il suo patrimonio scientifico e la forza della sua economia e della sua moneta le danno fondamento e diritto.

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Autore: Redazione » Articoli 676 | Commenti: 311

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