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Home | ©2010 La Finanza sul Web | Articolo visto 18888 volte 20 settembre 2010

Se il Sud decollasse l’Italia diverrebbe la seconda potenza europea

Il peso della questione meridionale e la valenza strategica di una rinascita del Mezzogiorno

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Economia Italiana, Europa, Planisfero

Di tante problematiche, nazionali e internazionali, che pesano sul presente e sul futuro dell’Italia,ce n’è una  che ha, da sempre, un carattere di assoluta centralità: la questione meridionale.
Il divario economico, politico, sociale ed infrastrutturale tra Centro-Nord e Sud pesa da decenni su ogni aspetto della vita del Paese ed è all’origine della nascita di movimenti, poi trasformatisi in partiti di massa, che teorizzano, seppur in maniera altalenante, la fine dell’ unità nazionale e la creazione di due o più stati indipendenti.
Risulta per certi versi sorprendente osservare come, dal dopoguerra ad oggi, l’Italia abbia vissuto decenni ininterrotti di sviluppo tumultuoso e sia arrivata ad essere ai primi posti tra le nazioni più sviluppate e ricche dell’Europa e del mondo, pur trovandosi, a differenza dei suoi diretti concorrenti,  sostanzialmente nella condizione di un pugile che combatte i suoi incontri con un braccio legato.
Se infatti l’Italia risulta essere insieme alla Germania, la Francia e l’Inghilterra (nei confronti della quale si era verificato negli anni 80 un famoso “sorpasso”  che pare essere stato bissato a seguito del calo del pil che, a seguito della crisi finanziaria, ha colpito l’economia inglese), una delle quattro grandi economie europee, a differenza degli altri tre paesi citati presenta al suo interno una disparità sostanziale, tra una zona, il centro nord, tra le più ricche in termini di pil pro capite dell’intera unione e un’altra, il sud, tra le più povere.
Per un breve periodo la Germania si è trovata in una situazione analoga a quella italiana. All’indomani della riunificazione, infatti, le differenze tra l’est e l’ovest erano spaventose e i land orientali, appena usciti da decenni di comunismo, potevano contare su un pil procapite che corrispondeva ad appena un terzo di quello dei connazionali occidentali, ma in appena due decenni questo gap si è ridimensionato fin quasi a scomparire. Oggi il pil delle regioni tedesche dell’est rappresenta il 70% di quello, altissimo, dell’ovest e si calcola che nel 2020 la differenza scomparirà del tutto. Un trend opposto, sfortunatamente, si è verificato in Italia, dove le distanze economiche, sono andate aumentando nonostante gli sforzi intrapresi e le somme investite.
La dicotomia tra l’Italia ricca e quella povera, peraltro, non ha le caratteristiche di una differenziazione graduale sull’asse nord sud, ma assume invece la forma di un vero e proprio confine che nelle regioni adriatiche è meno netto mentre in quelle tirreniche appare come una vera e propria cortina di ferro che passa a sud della provincia di Latina.
Se infatti Lazio e Campania sono regioni geograficamente contigue a  separarle, da un punto di vista economico, c’è una distanza siderale:  la prima regione si è infatti classificata nel 2008 al quarto posto in Italia per PIL procapite , con circa 31.000 euro annui, (preceduta solo da Lombardia, Trentino, Valle d’Aosta e Emilia Romagna) la seconda risulta invece la regione più povera del Paese, con appena 16.746 euro.
Osservando gli andamenti statististici degli ultimi anni inoltre, si nota che questo squilibrio in luogo di ridursi si accresce, se infatti nel 2007, prima della crisi, il Lazio guidava la classifica della crescita regionale, con un + 3,6% la Campania era agli ultimi posti per aumento di ricchezza, con appena lo 0,4 % di incremento, e nel 2008 a fronte di una sostanziale tenuta del Lazio (- 0,5) la Campania ha visto una forte riduzione del suo già limitatissimo pil (-2,8).  Queste linee di tendenza non sono peraltro relative solo agli ultimi anni ma appaiono costanti nell’intero decennio 2000/2010.
Ma quali possono essere le ragioni per le quali un paese relativamente piccolo come l’Italia comprende in se due realtà economiche e sociali tanto diverse? Qual è insomma il motivo di quello che un tempo si chiamava il “ritardo” del sud e che ormai si configura piuttosto come una realtà economica affatto differente, un po’ come differente è la realtà francese rispetto a quella della Turchia, se non fosse che Francia e Turchia non condividono lo stesso spazio geografico, la stessa cultura e, soprattutto le stesse istituzioni e lo stesso governo?
Senza minimizzare le cause storiche che hanno le radici in un’unità nazionale incompleta e che ha avuto nel nord il suo fautore e il principale destinatario dei suoi vantaggi, si può affermare che ciò che ha maggiormente inciso, negli ultimi decenni, alla separazione dei destini del meridione da quelli del centro nord è stata la presenza, ramificata, determinante e pervasiva di una criminalità organizzata che gestisce le regioni meridionali come “cosa propria” e che rappresenta un freno invincibile al progresso sociale prima ancora che economico.
Presenza che non svolge solo il ruolo negativo di disincentivare investimenti in zone considerate a rischio, ma che condiziona la presenza e la qualità delle infrastrutture, i costi delle imprese, la libertà di commercio e la possibilità di creare quel tessuto di piccole e medie imprese che rappresenta, più ancora delle grandi realtà industriali, la ricchezza del centro nord.
Se infatti a livello nazionale le differenze, pur enormemente più limitate, tra le zone più sviluppate e quelle più arretrate si incentrano sulla presenza o assenza di grandi aree metropolitane (Milano e Roma in primis)e si sviluppano dunque su un asse “centro-periferia”  nel meridione d’Italia avviene esattamente il contrario. Le regioni meno povere sono quelle in qualche modo più periferiche, ossia il Molise, la Basilicata e, soprattutto, la Sardegna(che sulla base di molti parametri si sta avvicinando significativamente ai parametri del Centro-nord), regioni in cui mancano grandi aree metropolitane, fatta eccezione per l’area di Cagliari, ma in cui la crescita economica e il livello di pil sono  più alti rispetto alle altre regioni meridionali, e dove, non a caso, la presenza della criminalità organizzata è molto meno pervasiva o addirittura assente.
Alla luce di questo fatto la proposta, pur giusta e utile, sostenuta da Tremonti  e Berlusconi di un “piano Marshall” per il sud, appare insufficiente, se non affiancata a una strenua battaglia finalizzata a contrastare la corruzione e l’illegalità,come dimostra la vicenda della Cassa del Mezzogiorno,che dalla sua nascita nel 1951 fino a quando, nel 1992 ha cessato la sua attività ha distribuito nel Meridione d’Italia circa 140 miliardi di euro,  cioè oltre tre miliardi di euro l’anno per un quarantennio, senza che questo riuscisse a eliminare o a ridurre il gap di sviluppo che, al contrario, è aumentato.
La questione meridionale si è configurata dunque come la questione predominante sia a livello politico che economico nel nostro paese. I danni del mancato sviluppo del Sud Italia sono difficilmente calcolabili, è tuttavia possibile fare delle stime di quale sarebbe il posto dell’Italia tra le grandi economie del mondo, se il Mezzogiorno raggiungesse un livello di sviluppo pari a quello del Centro-nord.
Alcuni esponenti della lega hanno sottolineato spesso come, escludendo il Meridione, il Centronord  si troverebbe ad essere ai primi posti per livello di richezza procapite, e infatti con 42 mila dollari di media la cosiddetta “Padania”  (che in realtà varia molto in quanto a confini, includendo regioni del Centro che con  la pianura padana o con i celti hanno poco a che fare, ma che rappresentano realtà economiche e produttive preziosissime) si classificherebbe tranquillamente tra le prime 10 nazioni più ricche del mondo, con un pil procapite sostanzialmente uguale a quello di paesi come la Svizzera o i Paesi Bassi.
Pochi invece, forse perché la ritengono un’operazione di pura fantasia, hanno calcolato quale sarebbe la ricchezza totale dell’Italia se fosse il sud a raggiungere il livello di sviluppo del resto del paese.
Nel 2008 l’Italia è risultato essere al decimo posto per pil complessivo, con  1.840.902 mila dollari, preceduta da Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Germania, Russia, Regno Unito, Francia e Brasile, a livello pro-capite invece il nostro paese si è classificato al 28° posto, con una media di 30.601 mila dollari a testa,una cifra cherappresenta un valore intermedio tra i circa 22 mila dollari del meridione e i circa 42 mila del Centronord.
Il modo più semplice, seppure in qualche modo approssimativo, per stimare quali sarebbero le dimensioni complessive dell’economia nazionale in uno scenario in cui la questione meridionale fosse risolta, consiste nel moltiplicare il pil procapite del Centronord, (che come è ovvio rappresenta una media tra provincie estremamente ricche come Milano Bologna e Roma e province con una ricchezza procapite più bassa ma comunque sensibilmente superiore alla media U.E.) per l’intera popolazione nazionale. Il risultato di questa semplice moltiplicazione  è che la ricchezza complessiva passerebbe dagli attuali 1.840 milioni di dollari annui, a circa 2.540 milioni,  e l’Italia balzerebbe al sesto posto a livello globale, preceduta in Europa solo dalla Germania e ampiamente al disopra di Francia e Gran Bretagna, che sono i paesi più simili per popolazione e dimensioni.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 122 | Commenti: 159

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