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Home | ©2010 La Finanza sul Web | Articolo visto 11937 volte 29 ottobre 2010

Quel pasticciaccio brutto di Basilea 2

Di Redazione  •  Inserito in: Europa, Finanza Internazionale, Planisfero

di *Alfonso Scarano

 

L’accordo del 1988, è detto di “Basilea 1” perché è nato nel consesso della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea – BRI, la più antica istituzione finanziaria internazionale. Questo accordo stabiliva i requisiti patrimoniali delle banche, prevedendo semplicemente una aliquota fissa dell’8%, a fronte dei crediti erogati.

‘Basilea 2’, è anch’esso un accordo privato stipulato in sede BRI che sostituisce il precedente e che ri-stabilisce i requisiti patrimoniali delle banche.

Nato nel 2001 e varato operativamente nel 2004, Basilea 2 lega i requisiti patrimoniali delle banche, alla valutazione di rischio delle attività sottostanti. Viene concordato con la nuova normativa che la dotazione del capitale di garanzia che le banche devono detenere a fronte dei crediti effettuati, deve essere calcolata in base al rischio stimato delle specifiche attività. Evidentemente, l’ipotesi sottostante è che l’entità del rischio possa essere effettivamente stimata con sufficiente affidabilità. 

 

Le parole pronunciate dal Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, nel 2001 in occasione del convegno AIAF – ASSIOM – ATIC – ACI FOREX con un intervento dal titolo ‘inversamente’ profetico “Finanza e ripresa dell’economia mondiale” , a proposito di Basilea 2 sono chiare:

 

[…]“Una intensa opera di revisione condotta dalle Autorità di vigilanza dei maggiori paesi si è tradotta nella pubblicazione, lo scorso 16 gennaio (2001 ndr), di un nuovo schema di regolamentazione del capitale delle banche destinato a entrare in vigore nel 2004. Vengono introdotti nuovi metodi di  valutazione e misure meglio articolate dei rischi assunti dagli intermediari. Il requisito patrimoniale a fronte del rischio di credito sarà fondato sulla valutazione dei debitori espressa dalle agenzie di rating o dalle stesse banche sulla base di proprie informazioni; terrà più ampiamente conto del ricorso a tecniche finanziarie di riduzione del rischio. Viene richiesto un nuovo requisito patrimoniale a fronte dei rischi operativi.”[…]

 

In questa citazione, Fazio correttamente descrive Basilea 2 come un innovativo schema che suppone di poter ricorrere a “tecniche finanziarie di riduzione del rischio” per dare una svolta epocale nell’erogazione del credito, impostate storicamente in larga parte su un sistema di garanzie reali o personali.

A fronte degli immaginabili vantaggi sperati, i capisaldi del sistema risultavano poi nella realtà di ben più difficile applicazione:

* Vicepresidente dell’AIAF- Associazione Italiana Analisti Finanziari

una nuova e molto più complessa relazione tra capitale di garanzia ed il rischio valutato;

un nuovo vangelo operativo e procedurale per una nuova epoca della valutazione del rischio e della conseguente determinazione del requisito patrimoniale;

elemento quest’ultimo probabilmente fondante per un nuovo ed immenso mercato del “debito finanziarizzato”[2]

Infatti, la costruzione ponderosa e complessa di Basilea 2 prevede la valutazione del merito creditizio della clientela; ma al tempo stesso richiede una ferrea corrispondenza tra il grado di merito creditizio stimato da parte della banca erogante e la riserva che la banca stessa deve accantonare. A maggiore rischio deve corrispondere maggiore riserva. Sembra semplice, ma non lo è affatto! Per complicare poi non poco la questione vi è anche l’indicazione basileiana 2 di valutare i rischi operativi (riferibili alla operatività della banca) e di mercato (che derivano dalle fluttuazioni sui mercati finanziari).

 

Il punto cruciale fallito miseramente

Appare, dunque, cruciale il punto della affidabilità della valutazione del rischio di credito. Infatti, tutto l’impianto normativo, come correttamente riportato dal Governatore nella citata relazione, è stato impostato su “nuovi metodi di valutazione e misure meglio articolate dei rischi assunti dagli intermediari“.

Questo impianto parte aprioristicamente dalla presunzione che sia già stato efficacemente risolto il problema della corretta valutazione e misurazione dei rischi di credito.

Ma così non è! Ed infatti, quasi ineluttabilmente, abbiamo avuto negli anni successivi al varo dell’impianto di Basilea 2 la cocente esperienza della debolezza del presupposto ideologico dell’affidabile valutazione del rischio, che si è rivelata in larghissima parte illusoria e fallita miseramente.

Così, per ‘mettere una toppa’ su di un sistema bancario sull’orlo del collasso sistemico mondiale, sono dovuti intervenire con forza, mezzi ingentissimi e nel giro di pochi mesi, gli Stati. Siamo ad ottobre 2008. Oggi gli Stati stessi risultano grandemente indebitati proprio a causa di questi salvataggi che in vasta parte sono legati alla imponente crescita del debito favorita dalla sua finanziarizzazione.

Eppure, pare potersi constatare che non sia ancora chiaramente emerso nei vari discorsi sulla crisi e sulle possibili modifiche alle regole che hanno reso possibili questi fallimenti, che la costruzione di Basilea 2 aveva un “vizio” strutturale: la affidabilità di poter effettivamente valutare il rischio di credito.  I miglioramenti apportati dai nuovi modelli di valutazione dei rischi è stata data per concreta, reale, addirittura scontata, alla stregua di una verità acquisita per legge naturale e calcolabile matematicamente con procedure standardizzate. Purtroppo, come dicevamo, così non è.

 

Non si sarebbe dovuto essere così ingenui da non comprendere che:

 

Vi erano e vi sono fortissimi interessi economici nell’impacchettare il rischio in prodotti finanziari complessi

I crediti cartolarizzati come sottostante e piazzati come carta finanziaria sui mercati ed a disposizione degli investitori di tutto il mondo sono difficilmente classificabili agli effetti di quella normativa.

Dovrebbe dunque apparire chiaramente a qualunque osservatore critico che l’impianto di Basilea 2 ha consentito se non provocato l’estremo disordine che si è creato nel nuovo mercato del debito finanziarizzato, proprio perché facilmente scambiabile tra banche ed anche cedibile a pletore di impreparati e malcapitati investitori.

 

 A tutto ciò, non è stata certo estranea l’abolizione avvenuta nel 1999 del Glass-Steagall Act (promulgato nel 1933, come fondamentale strumento anti-crisi del 1929) che stabiliva la separazione tra banche di credito ordinario (commerciali) e banche di investimento.

 

Le banche commerciali, non più sottoposte ai precedenti massicci controlli, hanno operato non solo con forme di controllo più blande, bensì contemporaneamente anche da banche d’affari e banche commerciali.

Si è dunque implicitamente istituzionalizzato, senza risolverlo né renderlo palese, un grave problema del conflitto di interessi di queste due anime del business bancario: la banca che fa il mestiere della banca e la banca che opera come semplice intermediatore o che fa affari finanziari. Occorre ricordare che proprio in seguito alla crisi del ’29 fu ritenuto necessario stabilire la separazione netta tra gli intermediari che svolgono attività bancaria e quelli che operano come intermediario mobiliare – evidentemente diversi – pur chiamati dai più, “banca d’affari”. Un problema lessicale solo in apparenza, di sostanza nei fatti.

 Quel pasticciaccio brutto di Basilea 2, deriva proprio dal fatto che in breve tempo l’applicazione della nuova cultura normativa ha consentito di produrre come funghi prodotti finanziari standardizzati basati sul debito, cedibili a terzi perché accompagnati anche da un rating, una misura del rischio intesa come certificazione di qualità. La ‘banca tuttofare’ tende dunque a spostare il proprio interesse e ritorno economico soprattutto sull’intermediazione.

 

E’ mutato il rapporto tra banca e cliente

Il rapporto tra le banche e la propria clientela ne è stato influenzato fortemente, in maniera sostanzialmente spersonalizzate. I direttori di filiale, che un tempo erano professionisti autorevoli, grandi querce della rappresentanza bancaria sul territorio, oggi appaiono più che altro dei simil-giunchi, sovente de-responsabilizzati e proni ai dettami della sede centrale.

Quanto agli investitori, la loro scelta tra prodotti finanziari che hanno come sottostante un debito è fatta avendo a disposizione l’indicazione di rendimento e di rischio, misurato solamente dal rating dalle Agenzie[3]. L’investitore, insomma, non ha praticamente alcun modo di entrare nel dettaglio della ’asset class’ del debito sottostante il prodotto finanziario.

Appare emergere, in buona sostanza, che la combinazione e sinergia delle forze originate da quattro fattori organizzativi e giuridici sono stati decisivi nella recente esplosione e successivo caos del mercato finanziario del debito. I quattro fattori sono dunque:

 

Basilea 2

banca universalizzata

cartolarizzazioni

rating

Questi quattro pilastri, come oggi si ama dire, sono state le fondamenta del mercato finanziario basato sul debito, in precedenza e in larga parte gestito direttamente nella pancia delle banche.

In omaggio a una facile interpretazione di teorie economiche liberistiche questi impianti organizzativo-regolamentari hanno avuto una origine chiaramente privatistica e bancaria, lasciando alle organizzazioni sovranazionali o nazionali, come ad esempio la Comunità Europea o i singoli Stati, uno sterile ruolo di semplice ratificatore di decisioni bancarie.

 

Il mercato del debito finanziarizzato

La costruzione del mercato del debito finanziario, è valsa poi tutto questo oneroso lavoro normativo?

Se andiamo a vedere un po’ più in dettaglio, vediamo che le dimensioni del mercato del debito finanziarizzato sono un multiplo di almeno venti volte della somma di tutti i mercati azionari mondiali messi insieme.

Per ora si costatano gli effetti crudi di una profonda crisi economica e non solo finanziaria, proprio a causa della fragilità dell’assetto finanziario delle imprese e, in definitiva, della valutazione affidabile del rischio. La prudenza è d’obbligo se non sono errati gli esercizi già svolti dalla ponderosa letteratura nel ricordare quante volte il mercato finanziario sia stato sconvolto proprio a causa dei prodotti finanziari derivati e delle banche d’affari.

Fazio, nel citato incontro Forex del 2001, affermava inoltre che:

 

La Vigilanza verificherà che le banche si dotino di sistemi di gestione e controllo dell’adeguatezza patrimoniale coerenti con il proprio complessivo profilo di rischio; complementare risulterà la disciplina esercitata dal mercato sulla base di una più ampia gamma di informazioni diffuse dalle banche.

 

 

Il rilievo che le grandi banche hanno per la stabilità del sistema finanziario richiede livelli di capitale superiori al minimo stabilito dalla regolamentazione prudenziale. Soprattutto per gli intermediari che ricorrono ai mercati internazionali, elevati livelli di capitale rafforzano la fiducia degli investitori, con effetti benefici anche sul costo della raccolta.

 

 

L’ottimismo del Governatore non ha trovato riscontro nella realtà, anzi la vigilanza ha potuto incidere ben poco sull’impianto di Basilea 2.

Ora ci rendiamo conto che vi è anche il concreto pericolo che perfino la reputazione del vigilatore sia stata compromessa.

 

Ricostruire le fondamenta del mercato finanziario

Dall’estate del 2007 assistiamo a un processo di propagazione della crisi che si è manifestata dapprima con l’evidente carenza di liquidità sul mercato interbancario, perdita o azzeramento del capitale di banche, società finanziarie e compagnie assicurative e poi rarefazione degli scambi di derivati, obbligazionari e azionari, per finire con le restrizioni del credito bancario e gli inevitabili effetti sulla economia reale. Le attuali e conseguenti ripercussioni su consumi e occupazione sono sotto i nostri occhi. E’ l’intero edificio del mercato finanziario che richiede urgente attenzione e decisi provvedimenti. L’organizzazione e le regole del mercato finanziario, del regime degli scambi sui derivati e del debito sono state fortemente intaccate dallo sconquasso finanziario ed economico. Esso non ha solo bisogno di puntelli, ha probabilmente bisogno di una approfondita riconsiderazione delle sue fondamenta.

E, come nel caso di un grave terremoto che incide sulle strutture portanti di un edificio, non è pensabile una opera di ricostruzione che si dedichi solamente ad aggiungere muri, sostegni, puntelli e belle pitture estetiche, senza considerare se le fondamenta dell’edificio siano ancora solide ed affidabili; così si dovrebbero riconsiderare criticamente, probabilmente, le più recenti normative: Basilea 2, banca universalizzata, cartolarizzazioni e rating.

Se, la valutazione del rischio di merito creditizio non raggiunge ancora l’affidabilità necessaria al controllo, anche nelle fasi critiche di mercato che amplificano i movimenti pro-ciclici dell’economica, la cura della iper-capitalizzazione bancaria sarà misura insufficiente o inappropriata.

Si tratta anche di considerare quanto sia importante il sistema bancario preso nel suo insieme come una industria di natura particolare perché necessaria al servizio sociale dell’economia di un Paese.

E se gli interessi autoreferenziali delle banche divergessero da quelli dell’economia e del Paese? Si potrebbe solo recitare il famoso verso del poeta Giusti: “ciechi strumenti di occhiute rapine”.

 

* Consigliere AIAF e socio dal 1997, Diploma CEFA, Docente ai Corsi; AD FinAnalitica Srl (scaralfonso@gmail.com).

 

[2] intendiamo il debito finanziarizzato quel debito trasformato in assets fungibile attraverso le cartolarizzazioni, sul quale, utilizzato come sottostante, vengono costruiti prodotti finanziari standardizzati e scambiabili.

 

[3] Alfonso Scarano, “Quel pasticciaccio brutto del rating” in la Finanza, Anno 1 gennaio-febbraio 2010

 

 L’accordo del 1988, è detto di “Basilea 1” perché è nato nel consesso della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea – BRI, la più antica istituzione finanziaria internazionale. Questo accordo stabiliva i requisiti patrimoniali delle banche, prevedendo semplicemente una aliquota fissa dell’8%, a fronte dei crediti erogati.

‘Basilea 2’, è anch’esso un accordo privato stipulato in sede BRI che sostituisce il precedente e che ri-stabilisce i requisiti patrimoniali delle banche.

Nato nel 2001 e varato operativamente nel 2004, Basilea 2 lega i requisiti patrimoniali delle banche, alla valutazione di rischio delle attività sottostanti. Viene concordato con la nuova normativa che la dotazione del capitale di garanzia che le banche devono detenere a fronte dei crediti effettuati, deve essere calcolata in base al rischio stimato delle specifiche attività. Evidentemente, l’ipotesi sottostante è che l’entità del rischio possa essere effettivamente stimata con sufficiente affidabilità.

 

Le parole pronunciate dal Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, nel 2001 in occasione del convegno AIAF – ASSIOM – ATIC – ACI FOREX con un intervento dal titolo ‘inversamente’ profetico “Finanza e ripresa dell’economia mondiale” , a proposito di Basilea 2 sono chiare:

 

[…]“Una intensa opera di revisione condotta dalle Autorità di vigilanza dei maggiori paesi si è tradotta nella pubblicazione, lo scorso 16 gennaio (2001 ndr), di un nuovo schema di regolamentazione del capitale delle banche destinato a entrare in vigore nel 2004. Vengono introdotti nuovi metodi di  valutazione e misure meglio articolate dei rischi assunti dagli intermediari. Il requisito patrimoniale a fronte del rischio di credito sarà fondato sulla valutazione dei debitori espressa dalle agenzie di rating o dalle stesse banche sulla base di proprie informazioni; terrà più ampiamente conto del ricorso a tecniche finanziarie di riduzione del rischio. Viene richiesto un nuovo requisito patrimoniale a fronte dei rischi operativi.”[…]

 

In questa citazione, Fazio correttamente descrive Basilea 2 come un innovativo schema che suppone di poter ricorrere a “tecniche finanziarie di riduzione del rischio” per dare una svolta epocale nell’erogazione del credito, impostate storicamente in larga parte su un sistema di garanzie reali o personali.

A fronte degli immaginabili vantaggi sperati, i capisaldi del sistema risultavano poi nella realtà di ben più difficile applicazione:

* Vicepresidente dell’AIAF- Associazione Italiana Analisti Finanziari

una nuova e molto più complessa relazione tra capitale di garanzia ed il rischio valutato;

un nuovo vangelo operativo e procedurale per una nuova epoca della valutazione del rischio e della conseguente determinazione del requisito patrimoniale;

elemento quest’ultimo probabilmente fondante per un nuovo ed immenso mercato del “debito finanziarizzato”[2]

Infatti, la costruzione ponderosa e complessa di Basilea 2 prevede la valutazione del merito creditizio della clientela; ma al tempo stesso richiede una ferrea corrispondenza tra il grado di merito creditizio stimato da parte della banca erogante e la riserva che la banca stessa deve accantonare. A maggiore rischio deve corrispondere maggiore riserva. Sembra semplice, ma non lo è affatto! Per complicare poi non poco la questione vi è anche l’indicazione basileiana 2 di valutare i rischi operativi (riferibili alla operatività della banca) e di mercato (che derivano dalle fluttuazioni sui mercati finanziari).

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