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Home | ©2010 La Finanza sul Web | Articolo visto 12207 volte 05 novembre 2010

Politica industriale: imparare dagli errori passati (e puntare sulla competitività del sistema Paese)

Dopo l’esortazione del Presidente Napolitano per “una seria politica industriale”, secondo le grandi coordinate dell’integrazione europea

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Italiana, Europa, Planisfero

Torna di attualità la politica industriale.  Addirittura il Presidente  Napolitano si è speso a favore dell’adozione di “una seria politica industriale, secondo le grandi coordinate dell’integrazione europea”.

Nonostante le qualificazioni “seria” e “secondo le grandi coordinate dell’integrazione europea”, resta  indeterminato cosa possa  essere la politica industriale da adottare nel nostro Paese.  Giacché  sotto il titolo “politica industriale”  sono passate  in Italia e passano in giro per il Mondo gli interventi  più diversi, dagli esiti talvolta positivi e talvolta negativi.   

Per restare alle esperienze italiane, la creazione dell’Eni – dovuta peraltro più ad una lungimirante intuizione e pervicace azione di Enrico Mattei, che ad un disegno governativo di politica industriale  – si deve annoverare come un intervento dello Stato nell’industria dell’energia assolutamente positivo, visti il ruolo che l’Eni ha avuto nel mercato petrolifero nazionale e internazionale e lo status raggiunto dall’Eni di sesta grande compagnia petrolifera internazionale che opera in 70 paesi.
Mentre  quasi tutti gli interventi nell’economia decisi dallo Stato ai tempi della Programmazione economica, voluta e gestita  dal centrosinistra negli anni ’60, ’70 e ’80, si sono rivelati fallimentari, generatori  di giganteschi sprechi di risorse. Basti ricordare la moltiplicazione degli stabilimenti petrolchimici di Eni, Montedison, Sir, Liquichimica; i due stabilimenti per la produzione di bioproteine da
petrolio; la creazione dell’Alfasud; il salvataggio di aziende decotte del settore tessile-abbigliamento, scaricate sulle spalle dell’Eni;  la creazione dell’Egam per il salvataggio delle tante miniere esaurite, poi scaricato ancora sulle spalle dell’Eni; il progettato quinto centro siderurgico a Gioia Tauro;  la creazione dello stabilimento di Porto Vesme per la produzione di alluminio.  Tutte operazioni  benedette dagli economisti della Programmazione economica, ma che ignoravano  le realtà ed i trend dei mercati internazionali.

Tentazioni ed appetiti della classe politica

Operazioni, però, che risultavano assai appetibili ai politici, perché  accontentavano vaste clientele settoriali e territoriali, perché generavano numerose poltrone di comando nelle imprese che si andavano a creare, perché  creavano ingenti flussi di capitali, dai quali era facile far scaturire rivoli a beneficio di singoli e di partiti. Temo che oggi non manchi chi – a sentir parlare nuovamente di politica industriale – senta l’acquolina in bocca pensando di rinnovare quei  lucrosi fasti.  
Ma oggi, più che allora, vale il fatto che lo sviluppo è legato alla competitività.  La globalizzazione  è un fatto compiuto e le imprese, le iniziative industriali, si devono confrontare con la concorrenza che viene da tutto  il mondo. E la competitività non è più soltanto il risultato delle capacità dell’imprenditore, bensì è fortemente condizionata dalla competitività del sistema paese nel quale l’imprenditore si trova ad operare.         
Allora, il Governo che voglia lo sviluppo dovrà intervenire anzitutto sui fattori che incidono sulla competitività del Paese:
- il livello e le modalità della tassazione delle attività di impresa;
-i vincoli e gli adempimenti amministrativi che gravano sulle attività di impresa e l’efficienza delle amministrazioni che erogano i servizi alle imprese;
- le condizioni di accesso al credito;
- la disponibilità sul mercato del lavoro di giovani formati alle professionalità  richieste dalle imprese;
– la disponibilità di centri di ricerca orientati ai    problemi attuali dell’industria, capaci di interloquire fattivamente con le imprese;
- i tempi e le condizioni di certezza nel ricorso alla giustizia per dirimere contenziosi commerciali e di lavoro; – l’adeguatezza delle reti di trasporto e di comunicazione.

L’azione costante del  Governo  volta  ad analizzare le deficienze e le possibilità di miglioramento di ciascuno dei punti sopra elencati, e che si traduca sollecitamente in  interventi organizzativi, amministrativi, legislativi  mirati a favorire le imprese, è  il fondamento-quadro della Politica industriale. 

Si deve riconoscere che una certa attenzione a questi obbiettivi da parte dei Governi c’è stata  recentemente, ma il lavoro da fare in questa direzione è ancora molto.

Occorrono interventi di tipo puntuale

Si  possono e si devono aggiungere poi interventi  settoriali e territoriali  di tipo puntuale, dettati da specifici problemi e opportunità.  Per fare un esempio, mi riferisco alla iniziativa che in questi giorni è stata avviata per  coordinare i progetti e le azioni di  una settantina di imprese ed  una quindicina di Università  volti a rendere possibile la diffusione dell’auto a trazione elettrica.  Questa iniziativa – che a mio parere arriva in ritardo di almeno due anni  – origina dalle imprese stesse mentre poteva essere un valido intervento di politica industriale promosso dal Governo.  Infatti, la diffusione dell’auto elettrica sarà possibile solo se contemporaneamente si svilupperanno le vetture, le batterie, la componentistica, i software, la rete stradale per le ricariche, le normative, possibilmente in modo coerente con le iniziative simili degli altri paesi europei.  Comunque, sarà una valida azione di politica industriale il forte sostegno del Governo alla iniziativa ora varata.
Così pure è valida  politica industriale il ritorno alla energia nucleare. Ritorno che servirà a garantire al sistema produttivo nazionale  una fonte energetica a costi competitivi non soggetti alle oscillazioni del mercato del petrolio e a zero emissioni di CO2.  Ritorno che richiede un complesso coordinato di azioni industriali, formative e di ricerca,  finanziarie, amministrative, legislative, di formazione del consenso.

Come rilanciare il Mezzogiorno

Sarebbe  valida politica industriale anche quella mirata a creare nel Mezzogiorno condizioni che non penalizzino ed anzi incentivino l’insediamento e lo sviluppo di attività industriali.  La tradizionale politica meridionalistica ha agito principalmente sul fattore capitale con incentivi a fondo perduto, finanziamenti a tasso agevolato, creazione di aree attrezzate. Questi strumenti non hanno avuto successo e sono stati spesso  veicolo di operazioni truffaldine.  
La creazione di un quadro che garantisca la competitività delle imprese passa, a mio parere,  attraverso l’introduzione di differenziali salariali ancorati  ai differenziali di costo della vita e attraverso la creazione di uno Statuto dell’apprendistato che assicuri nel Sud una forte incentivazione della formazione professionale nelle aziende – non solo industriali -  in collaborazione con la scuola.      
Quelli fatti sono  esempi di interventi puntuali basati sull’individuazione di specifici problemi e obbiettivi, il cui perseguimento non può essere alla portata della sola iniziativa privata perché richiede la creazione di un quadro coordinato di  azioni  industriali polisettoriali, amministrative, legislative. La collaborazione tra Governo, imprese, università, società civile per individuare specifici problemi e obbiettivi di quel tipo, è la strada migliore per fare una seria politica industriale.

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Autore: Redazione » Articoli 678 | Commenti: 310

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