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Home | ©2010 La Finanza sul Web | Articolo visto 14046 volte 05 novembre 2010

Ma è davvero un “male assoluto” differenziare i salari su base regionale?

La proposta avanzata dalla Lega sul finire dello scorso anno ha suscitato una levata di scudi da parte dell’opposizione e dei sindacati, ed è rimasta a livello di “provocazione”

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Italiana

“Da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni”. Questa frase di Marx, che sintetizzava i presupposti ideologici del comunismo e del socialismo, era tornata in auge nel ‘68, fino a divenire quasi un “mantra” da recitare ossessivamente negli ambienti di sinistra, radicali e non. Più recentemente, in relazione alla proposta di parificare l’età pensionabile di uomini e donne, un’altro slogan analogo è apparso sui muri delle città e nei cartelloni di partiti che si rifanno alla tradizione comunista, che a caratteri cubitali ammoniva che “non c’è nulla di più ingiusto che trattare in modo uguale chi è diverso”.

Alla luce di queste affermazioni perentorie e di una visione del mondo “progressista” che, da sempre, sostiene che è sui bisogni degli individui e non sulla loro capacità di creare valore che devono focalizzarsi le politiche economiche e sociali, ci si potrebbe stupire della levata di scudi e dei commenti al vetriolo suscitati dalla proposta del governo di legare le retribuzioni al costo della vita che, in Italia, varia in maniera sostanziale dal nord al sud.
Cgil, Cisl e Uil hanno dichiarato la loro assoluta contrarietà con toni apocalittici, arrivando a sostenere che l’attuazione di una simile misura trasformerebbe l’Italia in una sorta di Unione Sovietica, mentre l’opposizione ha bollato la proposta come un’idea inutile, vecchia e superata.

Anche i governatori di Calabria e Sicilia hanno espresso pareri totalmente negativi, sostenendo che la misura in esame avrebbe aumentato gli squilibri tra nord e sud e penalizzato ulteriormente il Mezzogiorno. Si paventa insomma un ritorno alle gabbie salariali, ritenute un “male assoluto”, superato nel 1969 in nome dell’uguaglianza dei lavoratori.
Ma di cosa si parla esattamente? Qual’è nel concreto questa idea tanto raccapricciante che il governo Berlusconi e in particolare la sua componente leghista vorrebbero mettere in atto?
In realtà la proposta avanzata dalla Lega e fatta propria da tutto il centrodestra (pur se con qualche distinguo) ha ben poco di rivoluzionario, e consiste sostanzialmente nel differenziare su base regionale la contrattazione salariale.
L’idea nasce da un dato di fatto incontrovertibile: l’Italia dal punto di vista economico è un paese spaccato, con un Centro-Nord in cui esiste una disoccupazione bassa e un costo della vita alto e un Meridione in cui, al contrario, si ha una disoccupazione a livelli record e un costo della vita sensibilmente minore rispetto al resto d’Italia.
Prendere atto di questa disomogeneità e differenziare i contratti di categoria (dopo averli ridotti di numero dall’attuale centinaio a poche macrocategorie quali ad esempio pubblico impiego, servizi, industria, commercio e artigianato) su base regionale e in relazione al costo della vita è la proposta della Lega Nord, (che pure fa l’errore di condire questa idea di buon senso con una serie di bordate antimeridionali sul Nord ingiustamente penalizzato e discriminato, presumibilmente dirette a suscitare entusiasmo tra l’elettorato più oltranzista del Carroccio).

La proposta appare sensata per varie ragioni. La prima è di ordine per così dire “morale” e fa riferimento a quegli ideali di uguaglianza sostanziale, e non solo formale, e di dignità dei lavoratori che, come si diceva, sono stati evocati per decenni dalla sinistra e sono a tutt’oggi, almeno nelle dichiarazioni, un presupposto irrinunciabile della cultura progressista e della stessa nostra Costituzione.
Il salario infatti non è un’entità astratta, un numero o un concetto matematico puro, ma non è altro che il corrispettivo che il datore di lavoro (privato o pubblico che sia) deve corrispondere al lavoratore per garantire a lui e alla sua famiglia un’esistenza sicura e dignitosa.
In sostanza il valore numerico in se è irrilevante, (e ce ne siamo tristemente accorti negli ultimi anni quando, dopo l’adozione dell’euro, gli stipendi, pur rimanendo formalmente identici hanno perso gran parte del loro potere di acquisto); quello che conta è la quantità di beni e servizi, necessari alla vita di ognuno, che con quel valore si possono comperare.
Ma se il paniere di beni acquistabile a Milano con uno stipendio X è sostanzialmente diverso da quello acquistabile a Crotone con la stessa cifra, emerge una contraddizione evidente. Un lavoratore, mettiamo caso un insegnante con un reddito di 1200 euro mensili, che viva a Milano avrà, in cambio del suo lavoro, una cifra del tutto inadeguata a garantirsi un tenore di vita dignitoso e dovrà privarsi di una serie di beni essenziali per far quadrare il bilancio; al contrario un lavoratore che svolga la stessa mansione con la stessa qualifica a Crotone potrà vivere in maniera notevolmente più soddisfacente del suo collega del nord, nonostante in termini nominali il loro stipendio sia identico.

L’idea di Bossi e del centrodestra è quella di riequilibrare questa disparità e trasformare il concetto astratto di stipendio in un concetto più concreto di beni acquistabili, garantendo così a tutti i lavoratori che svolgono compiti analoghi la possibilità di acquistare un’analoga quantità di beni, dunque una parità vera tra quanto offerto in termini di lavoro e quanto ricevuto in termini di beni acquistabili da tutti i lavoratori, quale che sia la loro zona di residenza.
Su questa base risulta incomprensibile l’assoluta contrarietà che la proposta del governo ha suscitato nei sindacati e nell’opposizione di sinistra che, almeno stando alle dichiarazioni di intenzioni, ha sempre mirato a garantire ai lavoratori il soddisfacimento dei propri bisogni specifici (che come si è detto variano a seconda di quale sia il costo della vita) e un’uguaglianza che sia reale e non riguardi solo la forma.
Ma le motivazioni di equità non sono le sole che rendono interessante il disegno di legge sui salari territoriali; ci sono anche ragioni meramente economiche che potrebbero far risultare vantaggiosa, soprattutto per i cittadini del Sud Italia, una simile proposta.
Dal 1969 in poi infatti, ossia da quando è stata abolita la differenza salariale tra il Sud e il Nord, il divario esistente a livello economico non solo non è scomparso ma è, al contrario, cresciuto costantemente.

A causare questa differenza macroscopica di ricchezza tra le varie regioni d’Italia è principalmente la differente incidenza dell’occupazione. Se infatti in Trentino la percentuale di persone senza lavoro è appena del 3,1%,  in Emilia Romagna del 4,2%, in Lombardia del 4,7% e nelle Marche del 5,3%, nelle regioni del Sud i livelli sono spaventosamente più alti: ad avere la maglia nera sono la Campania con il 27% di disoccupati, la Sicilia con il 26% e la Calabria con il 24,5%.
Se dunque le regioni d’Italia con il Pil “pro capite” più basso sono anche quelle con livelli di disoccupazione 5 volte maggiori rispetto alle regioni ricche, è facilmente ipotizzabile che per ridurre questa dualità si dovrebbe puntare all’aumento del numero di occupati piuttosto che all’aumento del salario di chi un lavoro già ce l’ha.
Il problema della retribuzione infatti è significativo al Nord, dove tutti hanno un lavoro ma, visto il costo della vita, spesso questo non è sufficiente a garantirsi la tranquillità economica, mentre al Sud, al contrario, chi ha un’occupazione stabile si trova in una situazione di relativo benessere, mentre l’emergenza riguarda i tanti, tantissimi, che non riescono a entrare nel mercato del lavoro.
Calmierare le retribuzioni su base regionale risulterebbe positivo per entrambe le problematiche: i lavoratori del Nord infatti potrebbero godere di una maggiorazione sulle loro buste paga che  permetterebbe loro di garantirsi consumi più adeguati alle proprie esigenze (tonificando in tal modo con un aumento della domanda anche la congiuntura economica), mentre al Sud il minore costo del lavoro consentirebbe di aumentare il numero complessivo degli occupati (in quanto in un sistema ormai globalizzato i posti di lavoro tendono a spostarsi in zone dove il costo è più basso).
Criticare le proposte di chi governa, anche quando sono dettate dal semplice buon senso, è una prassi che, in Italia, sembra quasi essere un obbligo per chi è all’opposizione, tuttavia la difesa  aprioristica dello “status quo” e la paura di ogni cambiamento, che contraddistinguono i sindacati rischiano di rivelarsi scelte molto dannose.

Il nostro paese infatti è caratterizzato da una differenza sostanziale tra coloro che si possono considerare gli “inclusi” e coloro che invece sono gli “esclusi”. Questa frattura riguarda in particolar modo il mercato del lavoro, dove a soggetti che godono di ampie garanzie, in certi casi anche eccessive alla luce delle crescenti difficoltà economiche, e di cui a volte si abusa, si contrappongono soggetti quali i precari, i lavoratori a tempo determinato ed “a progetto” o gli occupati in piccole imprese, che sono  privi di qualunque tutela. Nonostante questo le forze della sinistra tradizionale si oppongono strenuamente a ogni cambiamento che tenda a limitare le garanzie acquisite da alcuni al fine di concederne in parte a chi ne è sprovvisto, e in questo paradosso finiscono per assumere un ruolo conservatore, nel senso più letterale e negativo del termine.

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Autore: Redazione » Articoli 670 | Commenti: 235

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