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Home | ©2010 La Finanza sul Web | Articolo visto 20856 volte 16 dicembre 2010

Ma dove è custodito l’oro di Bankitalia?

Di Redazione  •  Inserito in: Economia, Economia Internazionale, Europa, Nord America, Planisfero

di Giorgio Vitangeli

Ora il re è davvero nudo. Due distinti episodi hanno rotto l’incantesimo, per cui tutti, o quasi, fingevano di non accorgersi della sua nudita’. Il primo è costituito dal coro di proteste sollevatesi un po’ ovunque,  dalla Cina, al Brasile, dalla Germania al Giappone, dall’India ai paesi del Sud Est asiatico , davanti alla decisione della Federal Reserve di acquistare di qui a giugno 2011 Buoni del Tesoro Usa per 600 miliardi di dollari.

Il secondo è  la lettera al “Financial Times” in cui, alla vigilia del G20 di Seul, Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale (ed ex Segretario al Tesoro degli Stati Uniti) avanza l’idea di una riforma del sistema monetario internazionale – una sorta di Bretton Woods III – basata non piu soltanto sul dollaro, ma su un paniere di monete, in qualche modo ancorate all’oro.

L’uno e l’altro episodio hanno significati dirompente per l’attuale sempre piu traballante assetto monetario internazionale, impropriamente chiamato “Bretton Woods II”.

In altre parole: tutto lascia pensare che si avvicini rapidamente un “momento della verità” per il sistema monetario internazionale, di cui la cosiddetta “guerra delle monete” in atto è solo una prima avvisaglia. Il risultato della riunione del G20 ha Seul, ove le dichiarazioni comuni di buoni propositi non sono riusciti a nascondere gli opposti interessi e i radicali dissensi, fa temere che il “momento della verità” più che in un nuovo accordo sfoci in una irrefrenabile crisi.

Vediamo infatti le implicazioni che scaturiscono dai due episodi sopracitati. 

Si è ormai inceppato Bretton Woods II

La prima è che evidentemente i cinesi hanno gradualmente ridotto i loro acquisti di Buoni del Tesoro americani, utilizzando le eccedenze in dollari della bilancia commerciale per acquisti di materie prime, di partecipazioni in società, di terre in Africa, di debiti sovrani di altri Paesi, non espressi perciò in dollari. Ed hanno acquistato anche oro, naturalmente: dal 2003 allo scorso anno la Cina ha aumentato le sue riserve auree da 600 a 1054 tonnellate, e secondo alcune voci, se non si giungerà ad un sistema monetario basato su un paniere di monete che comprenda lo yuan, intende incrementare le riserve auree fino a 5000 tonnellate.

Si va dunque inceppando il meccanismo su cui sinora si è retto “Bretton Woods II”, cioè l’acquisto di obbligazioni del Tesoro statunitense da parte di paesi in via di sviluppo o produttori di petrolio, acquisti che hanno consentito per decenni agli Stati Uniti di praticare una “deficit spending” finanziato dal resto del mondo. Il che costringe ora il Tesoro americano a finanziarsi apertamente con la stampa di dollari da parte della Fed.

Ma la protesta generale che tele decisione ha suscitato negli altri paesi indica che il resto del mondo non è più disposto ad accettare che la Federal Reserve stampi dollari a volontà per risolvere i problemi interni degli Stati Uniti.

Essendo il dollaro contemporaneamente moneta nazionale e moneta dei pagamenti internazionali, e non essendo più, ormai da quarant’anni, ancorato all’impegno di convertibilità in oro, una tale disinvolta politica monetaria infatti in prima battuta inietta inflazione nel circuito economico internazionale, e come secondo effetto, in regime di cambi fluttuanti come l’attuale, porta ad una svalutazione competitiva della moneta americana che ne rende più facili le esportazioni, e frena invece le esportazioni degli altri paesi, funzionando, in pratica, come l’introduzione di barriere protezionistiche da parte degli Stati Uniti.

Finito il privilegio monetario inizierà per gli Usa una dura austerità

Ma al di là di queste oscillazioni dei valori monetari, che fanno la gioia dei banchieri internazionali e degli speculatori finanziari, che vi lucrano sopra somme da capogiro, il dato centrale che viene emergendo chiaramente è la manifesta insofferenza da parte del resto del mondo ad accettare ancora che il dollaro-carta, cioè una moneta fiduciaria nazionale, sia al contempo la oneta largamente prevalente nel commercio e eni pagamenti internazionali, e che tutto il mondo finisca così col dipendere dalle scelte di politica monetaria degli Stati Uniti, i quali di tale privilegio abusano da più di mezzo secolo.

Le conseguenze di una tale “rivolta” si manifesteranno su due piani. Per quanto riguarda l’economia reale, gli Stati Uniti, non potendo più “vivere a credito”, si scopriranno molto più poveri di quanto non credono, e per tamponare il disavanzo con l’estero e quello federale saranno costretti a dure politiche austerità, di cui si annunciano già i primi avvisi. Ciò obbligherà i paesi la cui crescita si basa in larga parte sulle esportazioni verso gli Stati Uniti (l’Europa fortunatamente non è fra questi) a riconvertire il loro modello di sviluppo. Una riconversione irta di difficoltà e non esente da rischi.

Sul piano monetario internazionale poi la crescente insofferenza del resto del mondo ad accettare il “diritto di signoraggio” del dollaro ed il finanziamento del debito statunitense, indica che “Bretton Woods II”, cioè la lunga stagione di disordine monetario internaizonale seguita alla dichiarazione di  inconvertibilità del dollaro in oro, è giunta ormai al capolinea. E per una sorta di nemesi storica, ecco che ritorna inesorabilmente l’idea di assegnare nuovamente all’oro un ruolo primario nel sistema monetario internazionale. Quell’oro che gli Stati Uniti per oltre quarant’anni hanno cercato in ogni modo di “banalizzare” e di ridurre al ruolo di una qualunque materia prima, imponendo il concetto che nel sistema onetario esso non fosse ormai che un “relitto barbarico”.

 

Aveva ragione De Gaulle

E invece il tempo ha dimostrato che aveva ragione De Gaulle il quale in una famosa intervista ricordo che l’oro è eterno e immutabile, non fa differenze tra paesi ricchi e paesi poveri, tra potenti e deboli. E per costringere gli Stati Uniti ed il mondo a prendere coscienza che fatto che l’asserita convertibilità del dollaro in oro – su cui si basava il sistema monetario internazionale – veniva sempre più vanificata dalla stampa di dollari-carta in eccesso da parte della Federal Reserve, e che tale disinvolta politica trasmetteva inflazione e consientiva agli Stati Uniti di acquisire beni reali in cambio di cartamoneta da essi stampata, per provocazione cominciò ad inviare in america aerei carichi di dollari-carta chiedendo in cambio un’oncia d’oro ogni 35 dollari come stabilivano gli accordi di Bretton Woods.

Jacques Rueff, il famoso economista consigliere economico di De Gaulle, propose allora (eravamo alla fine degli anni Sessanta) di raddoppiare il prezzo ufficiale dell’oro da 35 a 70 dollari l’oncia, il che avrebbe permesso a Stati Uniti ed Inghilterra (con una sorta di concordato al 50%) di coprire con oro la loro carta moneta. Ma gli Usa si opposero drasticamente: consideravano la proposta quasi un’offesa al loro onore. Dicevano che il dollaro era “as good as gold” cioè affidabile quanto l’oro; facevano notare che da un raddoppio del prezzo dell’oro avrebbero tratto vantaggio soprattutto i due maggiori produttori, cioè l’Unione Sovietica, nemica dell’Occidente, ed il Sud Africa, allora Stato razzista. 

Insomma ogni tentativo di riforma fu bloccato. Finchè nel ferragosto del 1971 il presidente statunitense Nixon improvvisamente rese noto al mondo che il dollaro non era più convertibile in oro. Di fatto la moneta statunitense da sovrano costituzionale, legato cioè all’obbligo di conversione in oro, divenne sovrano assoluto, legato a niente. Ed il prezzo dell’oro, che gli Stati Uniti rifiutarono di raddoppiare a 70 dollari l’oncia si è moltiplicato quaranta volte, ed è giunto oggi a oltre 1400 dollari l’oncia con la prospettiva (è la previsione di Goldman Sachs) di arrivare entro qualche mese a 1650 dollari. C’è addirittura chi ipotizza un futuro in cui l’oro salirà a 5000 dollari l’oncia, ipotesi che evidentemente sconta il collasso della moneta americana, e non solo d’essa.

Chi ha maggiori riserve auree

Intanto la prospettiva, pur solo accennata, che l’oro torni a svolgere anche un ruolo monetario, riporta all’attenzione sulle riserve auree delle Banche centrali, cioè sulla loro entità.

nella graduatoria dei detentori di riserve auree, l’Italia è ai primissimi posti nel mondo, con quasi 2452 tonnellate di lingotto. Avanti a sé ha solo gli Stati Uniti (8133,5 tonnellate), la Germania (3412,69) e la Francia (2508,8) che recentemente ha superato d’un soffio l’Italia. Seguono a grande distanza la Cina, con 1054 tonnellate, la Svizzera con 1040 tonnellate, il Giappone con 765,2 tonnellate, la Russia con 641 tonnelate.

Cina, Giappone e Russia, tra i grandi Paesi, hanno riserve auree chiaramente sottodimensionate rispetto al peso della loro economia. La Russia e la Cina per altro sono tra i maggiori produttori mondiali di oro: le loro riserve non le hanno tanto nei caveaux della Banca centrale, quanto sotto terra.

L’Italia, all’opposto, ha riserve auree abbondanti rapportate alle sue dimensioni economiche. Una posizione di vantaggio che deve soprattutto al governatore Paolo Baffi, che si affrettò a riscattare l’oro che era stato pignorato dalla Germania a garanzia di un prestito concessoci dalla Bundesbank nel 1976 e dal governatore Antonio Fazio, che resistendo a non poche pressioni, non vendette nemmeno un grammo d’oro delle riserve di Bankitalia.

Ma dove è custodito l’oro della Banca d’Italia

C’è però un dettaglio tutt’altro che irrilevante: dove sono custodite le riserve d’oro della banca d’Italia? Ai tempi della guerra fredda, quando sembrava possibile il rischio di un’invasione dell’Europa Occidentale da parte degli eserciti dei Paesi comunisti, una parte delle riserve auree dei Paesi Occidentali furono trasferite “al sicuro” nei sotterranei della Fed, a New York. Chi scrive, una trentina d’anni or sono ha avuto modo di visitare quei sotterranei, ed ha visto con i propri occhi le cataste di lingotti d’oro dei paesi di mezzo mondo. Tra essi, con davanti il cartellino “Italy”, c’era anche una parte del nostro oro.

Ora la guerra fredda è finita da tempo, l’Unione sovietica non c’è più; i regimi comunisti sono caduti in tutti i paesi dell’est Europa; il Patto di Varsavia, cioè la loro alleanza militare con l’Unione sovietica è stato sciolto, alcuni di tali paesi hanno addirittura derito alla Nato; le nostre relazioni con la Russia migliori non potrebbero essere. Ma quel nostro oro continua a restare “al sicuro” nei sotterranei della Fed a Manhattan, non si capisce più per quale ragione.

Qualche tempo fa è circolata inoltre una notizia piuttosto inquietante. Il cancelliere Angela Merkel trovava difficoltà a riavere indietro l’oro delle riserve della Bundesbank, depositato anch’esso negli Stati Uniti. 

Già una volta nel 1943, verso la fine della Seconda Guerra mondiale, mentre gli eserciti alleati avanzavano in Italia, i tedeschi prelevarono le 191 tonnellate di oro delle riserve della Banca d’Italia e ele trasferirono in Germania. “Per proteggerle”, naturalmente. a guerra finita di quell’oro riuscimmo ad averne indietro poco più di 2/3.

 Non è la stessa storia, naturalemnte. Ma il precedente della Merkel non è proprio tranquillizzante. Una cosa è certa: l’oro di Bankitalia è bene che stia tutto a Roma, nei sotterranei di Via Nazionale.

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Autore: Redazione » Articoli 673 | Commenti: 277

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