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Home | ©2010 La Finanza sul Web | Articolo visto 13855 volte 20 dicembre 2010

Le tre condizioni per fare di Mosca un vero Centro finanziario

Per sviluppare un Centro finanziario, occorrono alcuni punti di forza

Di Redazione  •  Inserito in: Asia, Finanza Internazionale, Planisfero


Il primo che nello spazio postsovietico decise di trasformare la sua città in centro finanziario internazionale fu il sindaco di San Pietroburgo, Anatolij Sobciak. Aveva riconosciuto la necessità di creare una strategia per la città e così  decise che la soluzione migliore era   trasformarla in Centro finanziario. Com’è noto non ne è uscito niente di buono.

Dopo c’è stato un tentativo di creare un Centro finanziario regionale ad Alma-Ata. Era più efficiente. Ma più penso a quest’obiettivo, più  diventa evidente fin dall’inizio che anche questo tentativo è destinato al fallimento.


Vorrei esporre tre ragioni per cui non possono essere creati Centri finanziari regionali, e indicare ciò che serve per risolvere il problema. Inizio con la ragione più facile, cioè con il celebre proverbio dell’uovo e della gallina. Per quanto riguarda il nostro tema, suona così: chi è in un Centro finanziario il protagonista: l’investitore o l’emittente? Da un lato, se non ci sono gli emittenti da dove escono gli investitori? Dall’altro, per quale motivo si vogliono emettere i titoli se non c’è nessuno che li compra?

Io penso comunque che alla base stiano gli   emittenti. Proprio per questa ragione, a causa della limitatezza degli emittenti, il centro finanziario in Kazakistan non può diventare grande. Inoltre “grande” non è lo scopo per sé stesso, ma la condizione per cui tecnologie e strumenti adottati  nel centro finanziario possano funzionare normalmente.

San Pietroburgo non è una città piccola: ci sono alcune aziende grandi, decine di quelle medie, ma non bastano per raggiungere la massa critica. Proprio per questo l’iniziativa di Sobciak è fallita; per la stessa ragione si forma il Centro finanziario a Mosca.

La cosa più interessante è che oltre a parlarne, ancora non sono state intraprese a Mosca  operazioni stimolanti. Non è un caso che si è osservato un peggioramento della situazione, anche se provocato da ragioni obiettive.

Ora, per esempio, si sta effettuando la riforma della azienda “Sojuzsvjas” e il suo effetto collaterale è che circa venti aziende tra poco non saranno più pubbliche.

E’ stata portata a termine la riforma dell’elettroenergetica, durante la quale le sue strutture prima sono state unite e dopo sono state separate, e come conseguenza sono state create aziende che ora gradualmente iniziano di nuovo ad unirsi  e smettono di emettere azioni. Alla fine, la quantità degli emittenti nel listing della MICEX (Moscow Interbank Currency Exchange) si riduce. 

 

Il problema non è solo

il volume delle transazioni

 

Il problema delle nostre borse non è solo il volume delle transazioni. Secondo questo parametro

il Micex non appare così piccolo, ma per il numero degli emittenti si presenta molto peggio,

per esempio, della Borsa della Polonia.

Questa è una circostanza molto seria. Se uno scorre la lista delle aziende russe e prova a pronosticare chi ancora può quotarsi e diventare emittente, allora risulta che noi abbiamo praticamente già esaurito tutte le riserve. Tutte quelle che potevano farlo hanno già preso il loro posto e ora con l’IPO (Initial Public Offer) si presentano solo le società non grandi che non sono in grado di avere influenza sulla qualità dello sviluppo del mercato dei capitali. E senza di questo la sua esistenza ulteriore diventa problematica.

La comprensione di questa prospettiva secondo me è un momento molto importante. Che trasferisce il problema della creazione del Centro finanziario a Mosca dalla categoria del desiderabile a quella del necessario.

E’ chiaro, credo, che sin dall’inizio il Centro deve essere orientato all’attrazione degli emittenti, non solo della Russia ma anche dei paesi CSI. Senza di questo, un centro finanziario non può essere realizzato: le dimensioni dell’economia russa sono troppo limitate. Per la stessa ragione non può essere realizzato il centro finanziario né ad Alma-Ata né a Kiev, ove è ancora più insufficiente la massa degli emittenti. In fondo, le economie dei paesi CSI non hanno oggi scelta: o formano un centro finanziario comune, o i loro emittenti iniziano a spostarsi sin d’ora a Londra e a New York, dove questa massa esiste.

 

I Fondi pensione

hanno assorbito

tutti i titoli

 

Abbiamo anche il problema degli investitori, soprattutto quelli interni. L’industria dell’amministrazione fiduciaria dei patrimoni è in tutti i paesi CSI allo stato embrionale. In qualche caso, per esempio in Kazakistan, è stato creato un buon sistema di accumulo pensionistico, che… ha ucciso il mercato dei capitali. La lamentela principale degli investitori al KASE è che esso è uno spazio non liquido. Ma perché non è liquido? Perché i fondi pensione hanno comprato tutto e il commercio dei titoli è finito per questo. Una situazione analoga tra l’altro si è verificata in Russia con le obbligazioni dello stato in rubli: la VEB ha comprato tutto per gli accumuli pensionistici e ha privato il mercato del volume di  scambi  che è necessario per l’ attività normale.

Da qui, la conclusione: la famosa idea della creazione di uno, due, tre investitori grandi può risolvere il problema delle distribuzioni primarie ma non il problema della formazione del mercato. Per questo è necessaria la presenza della massa degli investitori indipendenti che potrebbero fornire i volumi necessari al mercato.

La creazione di una base propria di investitori indipendenti è un processo non facile e non veloce, tenuto conto del basso tasso di accumulazione di risparmio, che è apparso evidente nel periodo pre-crisi, quando i cittadini russi accendevano crediti in misura maggiore dei risparmi che depositavano. 

Gli investitori stranieri

sottoscrivono a Mosca, ma…

 

Evidentemente noi non riusciamo a farcela senza gli investitori stranieri. Sulle borse russe loro lavorano già abbastanza attivamente e comprano circa il 70% di ogni IPO. Ma c’è un problema: quasi nessuno degli investitori, compresi quelli russi, gestiscono i loro fondi da Mosca. L’IPO della Sberbank è stata distribuita interamente dalle borse russe, ha consentito di attirare miliardi di dollari, ma la maggior parte delle decisioni dell’IPO sono state prese a Londra, a New York. Peraltro la differenza sostanziale di un Centro finanziario dalle altre istituzioni consiste in questo: che è proprio lì che si formano e si prendono le decisioni. In questo senso siamo rimasti indietro in modo catastrofico: stiamo molto peggio della Polonia: a Varsavia si prendono molte più decisioni di investimento, da parte dei non-residenti, nei titoli delle aziende russe che a Mosca. Così la situazione degli investitori – il secondo pilastro del centro finanziario – in questo momento non è per noi favorevole.

Per migliorarla occorre dividere l’obiettivo in due parti, separate nel tempo. La prima consiste nella creazione di una propria base di investitori, e in questo si può aspettare. La seconda è  il posto dove si prendono le decisioni di investimento. Qui bisogna agire immediatamente.

In fondo, si tratta della creazione di condizioni tali da spingere gli investitori stranieri ad aprire i loro uffici a Mosca. In questo caso almeno noi potremo contare sul fatto che in caso di situazione critica, quando calano i mercati dei capitali e inizia il riflusso dei fondi, i nostri manager, quelli che lavorano nel paese, non saranno in prima fila. 

 

In cinque anni triplicati

i Fondi che investono

in titoli russi

 

E’ curioso che solamente gli investitori stranieri  abbiano suggerito il modo di risolvere il problema. Negli ultimi cinque anni la quantità dei Fondi che investono nei titoli russi è cresciuta da 700 fino a 2000. Inoltre si delinea chiaramente il motivo che ha favorito l’apertura di una grande quantità di conti discrezionali; non meno di 500 investitori sono venuti de facto sotto l’IPO della Sberbank. Non sono stati restii ad aprire i conti discrezionali, anche se a loro non piacevano tanto le condizioni che la Sberbank ha proposto. Ma hanno aderito al collocamento perché grande era il jackpot. E dopo hanno iniziato ad assuefarsi, per capire se devono comprare altri titoli. Secondo me questo è uno schema assolutamente funzionante, che conviene usare se saranno proposte IPO della “RJD” (Ferrovia Statale di Russia) o di un’altra grande struttura.

Vorrei porre particolare attenzione ai prestiti sovrani. Qui è importante prendere in considerazione due momenti principali: primo, passare interamente ai prestiti in rubli; secondo:  spostare l’attenzione dai prestiti esterni a quelli interni. Perché i programmi delle emissioni tradizionali di euroobbligazioni non stimolano gli investitori stranieri a venire nel paese e comprare. Per loro oggi, il più “appetitoso” emittente in Russia è il governo della Federazione Russa, come  mutuatario sovrano. Se noi  diamo interamente questo mutuatario ai sistemi finanziari stranieri, allora è assolutamente sicuro che non avremo neanche un nostro centro finanziario.

 

Il ruolo

dell’informazione

 

Infine  l’ultimo punto, che a tanti può sembrare non importante. Quasi nessuno comunque ricorda questo fattore. Intendo l’informazione; per l’esattezza: la sua assenza.

Per la natura dell’attività, dobbiamo spesso rispondere alle domande che sono collegate con la solvibilità di questo o altro paese. Per quanto riguarda, diciamo il Laos, si possono dare le risposte anche se con una certa difficoltà. Ma se c’è la richiesta, per esempio, di qual è il livello aggregato del debito o di definire in generale la situazione della finanza pubblica di uno dei paesi CSI, noi spesso e volentieri rimaniamo impotenti. L’informazione non esiste. E noi parliamo dei mutuatari sovrani. Che cosa si può dire di quelli privati?

La cosa più triste è che sembra che ci siamo rassegnati a questa circostanza. In Kazakistan, per esempio, è stata intrapresa un’iniziativa molto curiosa: invitare gli emittenti dalle altre borse, offrendo loro la possibilità di non dare dati aggiornati su di loro, ma semplicemente riferirsi a quell’informazione che hanno dato negli altri paesi. Tale approccio ha la sua logica e i risultati è  probabile che arriveranno. Perché anche le altre borse nazionali dei paesi CSI si sono messi sulla strada più facile: “collocate da noi: non vi torturiamo con richieste d’informazioni, a differenza di Londra e New York”.

Ma questo “successo” a breve termine sarà sostituito inevitabilmente da un fallimento ancora più forte. Prima di tutto perché giustifica l’inattività nella direzione più importante: la formazione dello spazio informativo comune. Senza di quello neanche un centro finanziario può essere realizzato.

Tutti noi ci rendiamo conto che la capitalizzazione elevata nella borsa valori di New York, o la capitalizzazione degli emittenti nella borsa di Londra, in larga misura si spiegano con il fatto che lì è stata prevista la trasparenza informativa a livello alto. Non solo l’adempimento formalistico degli obblighi dell’amministrazione societaria – la presenza di audit etc. – ma anche l’apertura dell’informazione su tutti gli eventi sostanziali.

Questa è la base principale. E’ vero che ci vuole tempo per l’accumulazione dell’informazione e la sua trasformazione in statistica, per la formazione delle scuole analitiche e per la capacità di correlare l’informazione secondo tagli settoriali, regionali e altri, e confrontarla  con i tanti fattori indiretti. Solo sulla base dell’informazione interna accessibile e multiforme si può formare però un investitore nazionale preparato ed effettivo. E solo in questo caso l’investitore straniero viene da noi, non solo in occasione dell’IPO della Sberbank, ma per un lavoro permanente. Perché lo spazio informativo comune crea per lui le condizioni favorevoli per prendere le decisioni sugli investimenti.

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Autore: Redazione » Articoli 678 | Commenti: 344

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