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Home | ©2010 La Finanza sul Web | Articolo visto 16281 volte 17 ottobre 2010

La riforma finanziaria Usa lascia intatta la minaccia dei derivati Otc

Il Dodd-Frank Act approvato lo scorso giugno contiene novità ed aspetti rilevanti, ma…

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza, Finanza Internazionale, Nord America, Planisfero

statua toro di wall streetLa riforma finanziaria Usa lascia intatta la minaccia dei derivati Otc

 di Paolo Raimondi


Certamente la legge di riforma finanziaria di Wall Street, conosciuta come Dodd-Frank Act, approvata dal Congresso americano lo scorso giugno contiene alcune novità e aspetti importanti. È un documento di oltre 2300 pagine, che come le nostre leggi finanziarie, farà sentire i suoi effetti concreti sul mondo della finanza e delle banche via via che entrerà in vigore. Non subito, in quanto per i cambiamenti più importanti prevede due lunghi anni di assestamento e transizione.Ecco alcune delle novità contenute nella riforma.

 

Le riforme introdotte dal Dodd-Frank Act

Il Consumer Financial Protection Bureau è la nuova authority per proteggere i risparmiatori dagli abusi e dalle informazioni fuorvianti sui prodotti finanziari. Dovrebbe rimpiazzare i tanti e contraddittori uffici di controllo che  in passato si sono fatti concorrenza tra loro invece di intervenire contro le frodi e bloccare la deriva della crisi.

Il Financial Stability Oversight Council avrà il compito di analisi e prevenzione del rischio di crisi sistemiche posto dalle banche di grandi dimensioni e dai prodotti finanziari ad alto rischio. Dovrebbe intervenire per evitare che certe banche acquisiscano dimensioni troppo grandi e per far sì che gruppi finanziari non bancari, come ad esempio le assicurazioni, in caso di rischio di fallimento finiscano sotto il controllo della Federal Reserve. Se questo principio fosse stato già attivo, il gigante assicurativo AIG sarebbe stato affidato in gestione controllata alle Fed invece di essere troppo facilmente sovvenzionato da un governo in preda al panico.

Fine dei salvataggi delle banche “too big to fail”, troppo grandi per poter fallire. Verranno introdotte delle regole di controllo del capitale e della liquidità per evitare il sovradimensionamento delle banche, che potranno andare incontro a situazioni di bancarotta a loro spese e non saranno più salvate con il denaro dei contribuenti. In questo paragrafo si prende in considerazione, in forma molto blanda, il cosiddetto “Volker rule”, la regola del disilluso Paul Volker, ex presidente della Fed e attuale consigliere di Obama, che proibisce alle banche il “proprietary trading”, cioè l’utilizzo del proprio capitale, e quello dei loro clienti risparmiatori, in operazioni speculative ad alto rischio e in investimenti negli hedge fund.

Una migliore regolamentazione delle banche e una maggiore trasparenza e responsabilità per i derivati che dovranno essere sottoposti a controlli più severi e certificati sempre di più attraverso delle clearing house ufficiali. Le banche che vendono Mbs (mortgage-backed securities), i pericolosi titoli emessi sulla base dei mutui casa, o simili titoli, dovranno tenere nei propri bilanci almeno il 5% dei suddetti titoli.

Gli hedge fund dovranno essere sottoposti a maggiori controlli e dovranno registrarsi presso la Security Exchange Commission, l’equivalente americano della nostra Consob.

Le agenzie di rating verranno sottoposte ai controlli della Sec e dovranno dimostrare di non operare in situazioni di conflitto di interesse.

Nessun ritorno al Glass-Steagall Act

Chi  auspicava la reintroduzione dello Glass-Steagall Act del Presidente Roosevelt e del New Deal degli anni Trenta è rimasto molto deluso. Questa legge avrebbe ristabilito un certo ordine nel mondo bancario e finanziario, distinguendo chiaramente i ruoli delle banche di investimento da quelle di credito commerciale, proibendo alle seconde, che raccolgono i risparmi della gente, di operare con capitali altrui sui mercati speculativi ad alto rischio.

Al di là delle parole, sotto l’intuibile pressione delle potenti lobby di Wall Street e il ricatto di un gruppo di parlamentari democratici apertamente schierati con le banche, il Congresso ha in realtà fatto passare una riforma molto annacquata. Come sempre, il diavolo si nascondi nei dettagli.

Ne è prova il modo in cui la riforma finanziaria non affronta con la decisione dovuta la madre di tutte le bolle speculative: quella dei derivati Over the counter (Otc). Nei capitoli ad essi dedicati si riconosce che allo scoppio delle crisi finanziaria, «una parte consistente di denaro pubblico è stata usata proprio per coprire i pagamenti alle controparti (dei contratti in derivati) in quanto le banche non avevano abbastanza capitali». A questo proposito si ricordi che l’AIG ottenne dal governo 180 miliardi di dollari per coprire i buchi neri dei suoi derivati.

I derivati hanno aumentato drasticamente la capacità di leverage, cioè la capacità di operare su grandi cifre con un piccolissimo capitale di partenza e quindi con grandi rischi. Essendo contrattati in modo bilaterale, non vengono valutati per il loro effetto sistemico e mancano di trasparenza sia per gli investitori che per le agenzie di controllo dei mercati.

Torna a gonfiarsi la bolla degli OTC

Il testo della riforma ha confermato la loro pericolosità indicando che gli Otc sono passati dai 98 trilioni di dollari di valore nozionale del 1998 ai 592 trilioni a fine 2008. In verità occorre aggiungere che il loro picco massimo alla vigilia della crisi era arrivato a quasi 700 trilioni per scendere a 550 nel mezzo dell’ondata dei fallimenti bancari. Poi la bolla è ritornata a gonfiarsi: a fine marzo 2010 era già più di 615 trilioni di dollari.

E’ stato anche stralciato l’emendamento della senatrice democratica dell’Arkansas, Blanche Lincoln, che proibiva agli istituti di credito ogni attività legata ai derivati e in particolare ai cds “nudi”.

Il testo prevede che le banche possano sottoscrivere contratti derivati, anche se «soltanto» quelli relativi ai tassi di interesse e sui tassi di cambio. È un «soltanto» che negli Usa equivale oggi a ben oltre 200 trilioni di dollari, su un totale di 216,5 trilioni in simili derivati.

L’interesse del mondo bancario americano ad evitare qualsiasi regolamentazione sugli Otc è provato dai 23 miliardi di dollari di profitti fatti in derivati dalle maggiori banche commerciali nel 2009, quando la crisi impazzava. Tra queste primeggia la Goldman Sachs, la stessa che, pagando alla SEC americana una multa di 550 milioni di dollari, ha convenientemente superato indagini e condanne per una serie di malversazioni finanziarie a danno degli investitori e del mercato.

Questo non è un buon inizio per le potenziate agenzie di controllo, né un segnale positivo per la riforma della finanza appena approvata.

Al G20 di Toronto confermati i compromessi

Invece di un divieto totale, alle banche è ancora concesso di usare fino al 3% del loro capitale per investire in hedge fund ad alto rischio. Le banche poi hanno già trovato il modo di superare il divieto del “proprietary trading” inventando nuovi modi perché simili operazioni siano mosse dalla domanda di clienti.

Il presidente Barack Obama, arrivato al G20 di Toronto con in tasca l’accordo sulla riforma appena raggiunto, era intervenuto dicendo che erano state introdotte « le misure più drastiche dopo quelle fatte in seguito alla Grande Depressione del ’29».

Ma anche la dichiarazione finale del G20 a Toronto ha confermato in pieno i compromessi. Con il solito linguaggio interlocutorio dei summit vuoti di decisioni significative, tutto è stato rinviato a nuove formule da definire a Seul in novembre e da attuarsi comunque non prima della fine del 2012.

Nella dichiarazione finale è scomparsa la tassa sulle banche, che avrebbe avuto comunque un significato più simbolico che reale. Si è affermato che si starebbe continuando a lavorare per dei controlli più serrati al fine di limitare il fenomeno delle banche «too big to fail».

I  governi si sono invece impegnati a dimezzare i deficit pubblici entro il 2013. Gli Usa hanno un deficit di 1.500 miliardi di dollari e l’Ue ha un deficit di 800 miliardi di euro. I conti sono presto fatti.

A Toronto perfino il Fmi ha sentito il bisogno di informare che, senza un vero accordo sulla riforma finanziaria e sugli interventi di crescita, si prefigura una perdita globale di 4.000 miliardi di dollari di Pil in 5 anni e 30 milioni di nuovi disoccupati.

Gli Usa nel mezzo di una crisi irrisolta

La mancata riforma di Wall Street lascia perciò un vuoto pericoloso nella politica economica di Washington, mentre la crisi torna a fare capolino. Anche il presidente della Fed Ben Bernanke alla riunione annuale di Jackson Hole, tra le montagne del Wyoming, ha riconosciuto il fallimento della cosiddetta exit strategy, il piano d’uscita dalla crisi economica e finanziaria, e ha annunciato un nuovo «crisis management», cioè una mera gestione della crisi con strumenti monetari. Non potendo ignorare il persistere di una disoccupazione vicina al 10% e un deficit di bilancio di quasi 1.500 miliardi di dollari nel 2010, Bernanke ha dovuto ammettere che gli Usa, nonostante gli stimoli fiscali e gli incentivi, continuano ad annaspare nel mezzo di una crisi irrisolta.

Per sostenere i mercati finanziari in crisi e per spingere verso il basso i tassi di interesse, nei due anni passati la Fed ha comprato obbligazioni di stato e soprattutto titoli Mbs per un totale di 2.000 miliardi di dollari. Finora sono stati ripagati soltanto 140 miliardi e si spera di smaltirne altri 400 entro il 2011.

Di nuovo in affanno il settore immobiliare

Ma il settore immobiliare, che con i mutui subprime è stato tra i fattori della crisi finanziaria globale, è di nuovo in grande affanno. I due colossi del credito fondiario, Fannie Mae e Freddie Mac, salvati dal governo e sottoposti ad amministrazione controllata, hanno goduto di un sostegno pubblico illimitato, che ha già superato i 210 miliardi di dollari. In aggiunta ora i due enti contano non-performing loans (crediti in sofferenza) per 335 miliardi di dollari. Ma il vero problema è che essi hanno in riserva meno di 30 centesimi per ogni dollaro riferito ai suddetti titoli tossici.

L’economia americana gravemente drogata è stata trattata con il «metadone finanziario di stato», ma i suoi mali profondi non sono stati affrontati e curati. Adesso che gli effetti della droga stanno venendo meno, i vecchi problemi e le grandi dipendenze ritornano alla luce.

Alcuni sintomi sono già visibili. A giugno il deficit commerciale mensile americano ha raggiunto i 50 miliardi di dollari, di cui più della metà con la Cina. Tra i tanti dati questo è forse il più indicativo, in quanto dimostra che l’economia Usa non è per niente decollata e che gli stimoli fiscali e gli incentivi monetari hanno esaurito il loro temporaneo effetto.

La banca centrale continua però a mantenersi sulla vecchia strada: abbassare ulteriormente i tassi di interesse e comprare titoli, soprattutto le obbligazione del Tesoro. Si spera con ciò di aiutare i bilanci delle famiglie e del business e di riportarli verso il consumo. In realtà tale politica, già stigmatizzata dalla Banca dei regolamenti internazionali nel 2009, stravolge le attività economiche, mantiene i prezzi degli asset artificialmente inflazionati, surriscalda la congiuntura e prepara il terreno per l’inflazione.

E la Fed continua a creare moneta…

Per la Fed, comprare titoli vuol dire creare nuova moneta. La questione cruciale diventa quindi capire dove andrà questa crescente liquidità. Il rischio è che essa finisca nelle speculazioni finanziarie e sulle materie prime.

Già si annuncia una grande bolla dei bond americani. L’insicurezza sistemica porta a privilegiare i Titoli di Stato rispetto agli altri investimenti. Infatti, secondo l’Investment Company Institute, da gennaio a giugno 2010 i fondi equity hanno perso 232 miliardi di investimenti mentre, i fondi obbligazionari sono aumentati di 559 miliardi di dollari. Inoltre, il Congressional budget office ha rivisto, con un aumento di 4.400 miliardi, le previsioni di spesa governativa di base per i prossimi dieci anni. Una voragine che il governo dovrà coprire con i bond del Tesoro.

Ma una manovra monetaria espansiva non può bastare. Servono investimenti nelle infrastrutture e nell’economia reale e una rivisitazione della spesa corrente. A ciò dovrebbe essere finalizzato l’acquisto di nuove obbligazioni.

Tutto questo sta a dimostrare che l’intervento pubblico dello Stato ha mancato il suo obiettivo. Ha salvato le banche che fallivano per avere speculato, consegnando nel contempo nelle loro mani un’arma pericolosa, cioè una grande liquidità senza condizione alcuna.

Gli stimoli al consumo non sono un New Deal

Si è addirittura spacciato lo stimolo fiscale per una moderna forma di New Deal. Sono invece due politiche completamente differenti. Lo stimolo economico è figlio dell’idea di un’economia a breve termine, che è una delle cause della crisi. Si ritiene erroneamente che gli aiuti economici, quali i bonus per l’acquisto di nuove auto o frigoriferi, bastino a rimettere in moto l’economia.

Il New Deal, invece, era un vasto programma a lungo termine per una vera rivoluzione industriale, tecnologica e sociale. Interveniva su tutte le grandi infrastrutture per una globale modernizzazione dell’economia. Si basava in particolare su due istituzioni innovative: la National Recovery Administration per guidare gli investimenti nelle infrastrutture e nelle opere pubbliche e la Reconstruction Finance Corporation per immettere nuovi crediti mirati a investimenti ben selezionati.

Purtroppo questi programmi sono mancati nei passati mesi. È quindi troppo benevolo parlare di una «sindrome giapponese» per gli Stati Uniti, cioè di un prolungato periodo di deflazione con prezzi bassi e stagnazione economica. In Giappone ciò ha portato a un debito pubblico che ha raggiunto il 200% del Pil. Oggi gli Usa sono in un momentaneo periodo di deflazione. L’America ha però di fronte il rischio di nuovi scenari di crisi che parlano di recessione e anche di una possibile spirale di inflazione alimentata dalla «bolla della liquidità».

Tremonti: nuove regole non bastano se permane l’anarchia sui derivati

Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha spesso mostrato una chiara consapevolezza del fatto che gli Otc sono “il cuore” del problema.

Di fronte all’alto comando della Guardia di Finanza, lo scorso 22 giugno egli ha infatti ribadito che «per ogni transazione reale c’è un numero potenzialmente illimitato di transazioni finanziarie nella forma di contratti derivati. Oggi, sul mercato, il valore nozionale dei derivati OTC è pari a circa 12 volte il valore del Pil mondiale. Esattamente come prima del crollo delle piramidi bancarie, nell’autunno del 2008. Sull’economia ancora e di nuovo incombe il rischio di un drammatico e devastante e nuovo fuorigioco della finanza. A due anni dall’inizio della crisi, non abbiamo ancora e purtroppo vere regole per la finanza. Si possono fare tutte le regole: è tutto necessario, ma non ancora sufficiente, se permane la libertà, anzi l’anarchia, sui contratti derivati».

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