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Home | ©2010 La Finanza sul Web | Articolo visto 10640 volte 20 dicembre 2010

La Cassa Depositi e Prestiti è divenuta una “merchant bank”: opportunità e problemi

La radicale metamorfosi di quella che un tempo era “la banca dei Comuni”

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana

 

La Cassa Depositi e Prestiti – CDP, come si usa dire, – è una istituzione parabancaria storica della economia e della società italiana. Una “strana banca”, che non ha filiali sul territorio ed aperte al pubblico. Una volta era la banca dei comuni, delle regioni e degli enti pubblici, ora è stata trasformata in una “merchant bank”, ovvero in una banca che fa affari e deve garantire reddito. I recenti e radicali cambiamenti, anche statutari, che regolamentano oggetto e sfera di azione di questa istituzione, appaiono piuttosto importanti ed è curioso che non siano oggetto di opportuna attenzione della stampa e dunque dei cittadini.

L’importanza delle vicende che riguardano la CDP deriva dal suo ruolo di forziere che contiene il cumulato risparmio postale italiano di oltre centocinquanta anni, che ammonta attualmente a oltre 196 miliardi di euro; di soldi veri.

La CDP é dunque quel salvadanaio riempito dalla tradizionale cultura di formichina risparmiosa di generazioni di famiglie italiane. E’ stata, ed è ancora esperienza comune l’apertura di un libretto postale o la sottoscrizione di un buono postale fruttifero in occasione di una nascita o di un anniversario, ed la pratica abitudine di utilizzare questa forma di risparmio sicuro, perché garantito dallo Stato.

Eppure, poco o nulla si commentano le vicende della CDP e della sua radicale trasformazione in una “merchant bank”, con ampliata sfera di intervento nazionale ed internazionale, agli enti pubblici ma anche alle società private di capitali grandi e piccole, fino ai recenti piani anticrisi o agli investimenti in progetti edilizia residenziale pubblica. Una rivoluzione di oggetto sociale, quello accaduto in CDP, nel sostanziale silenzio dei media, e che invece molto dovrebbe interessare, pensiamo, agli amministratori pubblici e a tutti i cittadini.

 

La fondazione della CDP

 

La Cassa depositi e prestiti (CDP) nasce a Torino nel lontano 1850 con la funzione di raccogliere parte del risparmio privato. Già nel 1857 la sua missione si estendeva alla concessione di prestiti a quegli enti locali in grado di garantirne il rimborso. In una successiva evoluzione l’Istituto diviene intermediario tra la raccolta, attraverso i libretti postali, e la concessione di finanziamenti per la realizzazione di investimenti pubblici.

Nel 1898, il Ministero del Tesoro inglobava la sua organizzazione, mentre

nel 1924, nascevano i buoni fruttiferi postali, strumento importantissimo della raccolta del risparmio degli italiani. Lo Stato era, e lo è certamente anche oggi, il garante

di tale strumento finanziario di risparmio.

Il primo vero passo verso l’autonomia si è avuto nel 1983, quando la CDP, acquisendo personalità giuridica e autonomia ordinamentale, organizzativa, patrimoniale e di bilancio, si è sganciata dal Ministero del Tesoro.

Nel 2003, con il D.L.269 e il Decreto del Ministero dell’Economia del 5 dicembre 2003, la CDP diventa una società per azioni; il suo ambito di azione si estende gradualmente anche al sistema privato a supporto, comunque, della realizzazione di investimenti pubblici.

Infine, nel 2009, la sua operatività si amplia anche a favore delle piccole e medie imprese (D.L.185/2008), fornendo provvista finanziaria al sistema bancario; 8 sono i miliardi di euro

attualmente messi a disposizione per sostenere gli investimenti privati delle PMI, nell’”ambito della nuova missione a sostegno del Paese” come recita il portale internet della CDP.

Ma andiamo con ordine, e cerchiamo gli elementi utili per comprendere fino in fondo il ruolo della Cassa e le sue potenzialità, nonché le principali attività da essa attualmente svolte.

Il meccanismo base, alquanto semplice, è rappresentato dalla raccolta attraverso

il risparmio postale e dall’impiego a favore di enti pubblici locali che realizzano opere ed investimenti pubblici.

La CDP ha rappresentato per numerosi decenni l’unico, vero, punto di riferimento di

finanziamento per gli enti territoriali. È sufficiente ricordare che, prima del 1990, per poter accedere al credito bancario i comuni avrebbero dovuto essere autorizzati dalla stessa Cassa.

In sostanziale sincronia con l’avvento della finanza strutturata, prima attraverso l’introduzione dei prestiti obbligazionari (L. n. 724/1994 e D.M.T. n. 420/1996) e successivamente con la regolamentazione dei cosiddetti derivati (Decreto del MEF n. 389 del 2003), la Cassa intraprende chiaramente un percorso, neanche tanto lento, di avvicinamento alle logiche di funzionamento di una classica “banca d’affari” di tradizione anglosassone.

Proprio a seguito dell’introduzione dei prestiti obbligazionari degli enti territoriali, la Cassa si è quindi ritrovata a dover competere direttamente con il sistema creditizio, diventato, di fatto, il suo attuale principale concorrente in affari.

A partire dal 1996, comuni, province e regioni, per finanziare i propri investimenti, possono raccogliere capitale direttamente rivolgendosi ai mercati, attraverso emissioni obbligazionarie sottoscritte dal sistema bancario stesso (collocamento a fermo) e/o dai risparmiatori privati (collocamento attraverso OPS – Offerta Pubblica di Sottoscrizione).

 

Il nuovo posizionamento

competitivo della CDP

 

La CDP che viveva in stato di sostanziale monopolio ora si trova direttamente in competizione con il sistema bancario.

Prima del ’96 la Cassa erogava finanziamenti a comuni e province ad esclusivo tasso fisso e durata ventennale (solo in alcuni casi, espressamente previsti, era possibile assumere mutui decennali); successivamente, i mutui sono stati estesi anche alle regioni, ed oggi possono essere sia a tasso fisso che variabile, con durata che, per specifiche opere, può arrivare anche a trenta anni.

E “nuovi clienti” si sono affacciati alle casse della CDP, che attualmente sostiene finanziariamente, tra l’altro attraverso il sistema bancario, anche le piccole e medie imprese.

Il nuovo contesto competitivo e del complicato intreccio di interessi convergenti o nettamente divergenti tra la Cassa ed il sistema bancario, pongono nuove questioni.

Il credito agli enti locali ha trovato in queste trasformazioni forme più molto più flessibili, ma anche più complicate, relativamente agli aspetti di valutazione della convenienza economico-finanziaria; basti pensare alle rinegoziazioni dei prestiti strutturate dal 2003 e, da ultima, quella proposta nel settembre 2010 (Circolare n. 1278 del 21 settembre 2010).

Le specifiche caratteristiche contrattuali dei prestiti, la durata,la predisposizione dei piani di ammortamento, la scelta dei tassi di interesse (fissi o variabili) sono diventate il nuovo puzzle di decisioni per l’ente, che però è sovente impreparato tecnicamente ad affrontarle.

Ma come si è modificato l’accesso al credito della CDP da parte degli enti?

Prima del 2003, i tassi (che sono mantenuti fissi) venivano definiti con meccanismi legati alla “volontà” e alla “sensibilità” del Direttore Generale della Cassa, il quale, a seconda dell’andamento dei mercati, proponeva al Ministero dell’Economia l’emanazione di un decreto che andava a modificare il tasso di interesse applicato ai mutui concessi agli enti locali.

L’operatività della CDP diventava, di fatto, un elemento di politica economica.

Quando la CDP era chiamata e lo era in effetti la “madre finanziaria degli enti locali”, si aveva una diffusa opinione che le condizioni offerte a comuni e province in termini di tasso fossero generalmente favorevoli. La politica dei tassi della Cassa si adeguava certamente al mercato, ma nella congiuntura inflazionistica che spinse il tasso ufficiale di sconto – TUS al 19% (tasso al quale la Banca d’Italia concedeva prestiti e che si può sostanzialmente paragonare, come indicatore, all’attuale Euribor come generale misura del mercato per il costo del denaro), la Cassa applicava un tasso di poco superiore al 10%. Inoltre, come si nota dall’andamento dei tassi, il monopolio della Cassa è dimostrato anche dai limitati interventi sul tasso che, in circa 35 anni, sono stati solo 5. Dal 1996 al gennaio 2003, invece, sono stati ben 17 i Decreti modificativi, quasi tutti coincidenti con le variazioni del tasso ufficiale di sconto.

A fronte di questo nuovo scenario, la CDP si è riorganizzata per riposizionarsi sul mercato e, a decorrere dal gennaio 2003, ha modificato il sistema di determinazione dei tassi, passando dal metodo delle proposte e conseguenti decreti, a meccanismi automatici di rilevazioni mensili agganciate ai principali parametri di riferimento, quali l’IRS (Interest Rate Swap) per i mutui a tasso fisso e l’Euribor 6/m per i mutui variabili.

Iniziano a evidenziarsi i primi effetti quantitativi di una Cassa che, ormai lanciata nella cultura di una classica società per azioni, doveva assicurare una politica di tassi il più possibile allineata all’andamento dei mercati. A decorrere dal gennaio 2005, il meccanismo di fissazione dei tassi si aggiorna, passando da rilevazioni mensili a settimanali. Dunque, l’”adesione” ai tassi di mercato diverrebbe “completa” quando la rilevazione divenisse giornaliera.

Eppure, occorre anche rilevare che se fino a fine del 2008 il trend dei tassi Cassa era sostanzialmente in linea con il TUR (Figura 3), a partire dal dicembre 2008, in corrispondenza degli interventi del board della BCE, tesi a ridurre il tasso di sconto per rilanciare l’economia, i tassi della Cassa hanno mantenuto livelli di fatto elevati. Si potrebbe dire, tassi fuori mercato, almeno per quelli applicabili agli enti locali.

In cifre, si osserva una differenza minima (spread) nell’ottobre 2008 (+ 0,55%), con una differenza che nel giungo 2009 diverge fino al 3,93%.

Ne consegue che l’attuale impostazione di CDP ha di fatto abdicato ad un ruolo basilare di equilibratore finanziario del costo del denaro e, dunque, ad uno strumento di politica economica. Per comprendere meglio la nuova dimensione culturale e procedurale del nuovo sistema CDP è sufficiente richiamare il metodo attraverso cui la Cassa individua i tassi di interesse da applicare agli enti territoriali.

In base alla Circolare della Cassa n.1255 del 2005, per i mutui a tasso fisso è previsto, in sintesi, che il tasso, se fisso, è ancorato a parametri quali l’Interest Rate Swap (IRS), se variabile, è indicizzato all’Euribor.  È vero che i parametri del costo del denaro sono dettati dal mercato (Euribor), ma si sarebbe anche potuto pensare di prendere a base di riferimento i tassi BCE che di fatto rappresentano il tentativo di indirizzo più coerente di stimolo o di raffreddamento di una economia, piuttosto che parametri che hanno mostrato una certa vischiosità per timor inter-bancario.

A titolo esemplificativo della limitata differenza in termini di tasso tra quelli definiti dalla Cassa nella settimana 26 novembre 2010 – 3 dicembre 2010 e quelli rilevati sul mercato, relativamente al tasso massimo applicabile ai mutui contratti con il sistema bancario, si evidenzia:

 

Tassi a confronto del 26 novembre 2010

 

Debito a tasso fisso durata 20 anni

Mutui Cdp

Mutui sistema creditizio

Tasso fisso

4,394%

3,233% + 1,70% = 4,933%

Spread applicato sull’IRS 12/Y

116,1 basis point

170 basis point

 

Considerato che il tasso CDP è fissato settimanalmente con formule matematiche, a dir poco, di non immediata comprensione, e quello del sistema creditizio è determinato nella misura massima da un Decreto del MEF del 12 luglio 2010 (per i mutui a tasso fisso, il tasso è pari all’IRS 12/y aumentato di uno spread massimo di 1,70%), è evidente come nella settimana analizzata, lo spread di break even è di 161,1 basis point. Ovvero è sufficiente che il sistema creditizio offra uno spread inferiore al B-E point, per aggiudicarsi il finanziamento di un locale. Sa fa presente che tale simulazione, fatta solo qualche mese fa, mostrava addirittura la convenienza assoluta del sistema bancario, infatti anche applicando lo spread massimo, il costo finale del debito era inferiore a quello settimanalmente offerto dalla Cassa.

D’altro canto tale fatto può essere anche letto al contrario, ovvero, ecco stabilito per intreccio di normative una sorta di “handicap” competitivo strutturale per la CDP a favore del sistema bancario. Certamente un amministratore locale sarà, da tale intreccio, incentivato a rivolgersi all’interlocutore bancario, piuttosto che alla “cara” mamma (ora matrigna) CDP.

Altre valutazioni ne seguono di logica: ad esempio le emissioni obbligazionarie, il cui tasso massimo non può essere superiore di un punto percentuale rispetto al rendimento lordo dei Titoli di Stato similari (ad esempio i BTP a venti anni).

In definitiva, non si capisce perché le politiche dei tassi applicati dalla Cassa non potrebbero essere decisamente più allineate (competitive) alle esigenze di minor costo del debito auspicato dagli enti locali.

Un altro esempio di distonia, lo si rileva analizzando l’onere delle penali applicate in caso di estinzione anticipata dei mutui CDP, sempre applicate se a favore della Cdp, mai se a favore dell’ente locale. Considerata la natura di “madre degli enti locali”, perché non dovrebbe risultare logico (sia dal punto di vista economico e finanziario che dal punto di vista politico ed istituzionale) ridimensionare o addirittura eliminare la penale? D’altronde, il decreto sulle liberalizzazioni (decreto Bersani) ha previsto l’abrogazione delle penali sui mutui dei soggetti privati e, nella gran parte dei casi, le banche, sui soggetti pubblici, applicano penali non superiori all’1% del debito residuo. In alcune operazioni di rinegoziazioni e/o conversioni proposte dalla Cassa (estinzione anticipata e contrazione di un nuovo mutuo), si sono viste penali a tassi anche a due cifre.

 

CDP e le privatizzazioni

 

L’iniziale stagione delle privatizzazioni delle aziende pubbliche italiane finalizzate a fare cassa ha avuto la CDP come forziere di parcheggio di alcuni fondamentali quote azionarie quali quelle di Enel, Eni e Poste Italiane S.p.A.. Era solo l’esordio di un metodo. Oggi la Cassa detiene partecipazioni in numerosissime altre società (Figura 4), ed il valore delle partecipazioni azionarie e di titoli azionari fluttua anche a seconda, ovviamente, degli andamenti dei mercati.

 

Approfondendo gli aspetti societari, va ricordato che, da sempre, la Cassa ha una fonte sostanzialmente certa ed affidabile di entrata nel proprio bilancio, ossia la raccolta del risparmio postale. Sin dalla sua istituzione la CDP si è alimentata da tali risparmi, che rappresentano una liquidità ed un patrimonio importantissimo per le famiglie italiane e per il nostro Paese in generale. La raccolta da un lato, gli impieghi e le partecipazioni dall’altro, hanno prodotto utili che di seguito vengono indicati.

 

La raccolta:

  1. € 123 miliardi nel 2005;
  2. € 145 miliardi nel 2006;
  3. € 157 miliardi nel 2007;
  4. € 175 miliardi nel 2008;
  5. € 191 miliardi nel 2009;
  6. € 196 miliardi nel 1° semestre 2010.

 

Gli utili rilevati:

    1. 2005: € 1,6 miliardi;
    2. 2006: € 1,9 miliardi;
    3. 2007: € 1,4 miliardi;
    4. 2008: € 1,4 miliardi (€ 2 miliardi al lordo delle imposte);
    5. 2009: € 1,7 miliardi (€ 2,1 miliardi al lordo delle imposte);
    6. 2010: € 1 miliardo nel 1° semestre 2010.

 

La CDP : attuale missione

e governance

 

La politica dei tassi applicati agli enti locali non è il solo ambito su cui riflettere.

Infatti, per capire più profondamente cosa sia diventata la Cassa Depositi e Presiti, è bene descrivere, almeno brevemente, la nuova struttura societaria ed analizzare i principali dati di bilancio degli ultimi anni; almeno da quando è diventata una Società per Azioni.

Il capitale sociale, di € 3,5 miliardi, è così suddiviso:

70% Ministero dell’Economia e Finanze;

30% Fondazioni Bancarie (sono 65 le Fondazioni rappresentate nel capitale della CDP).

Le competenze della CDP sono state estese con l’articolo 22 del D.L.185/2008, dal quale ne è derivato un nuovo Statuto, approvato il 13 maggio 2009 e successivamente rivisto in alcune sue parti (Statuto dell’11 gennaio 2010).

Infatti, l’articolo 3 dello Statuto, in riferimento all’oggetto sociale, prevede che la CDP possa svolgere le seguenti attività:

 

1. (A1) Il finanziamento, sotto qualsiasi forma, ivi compreso l’acquisto di crediti di impresa, dello Stato, delle regioni, degli enti locali, degli enti pubblici e degli organismi di diritto pubblico, utilizzando fondi rimborsabili sotto forma di libretti di risparmio postale e di buoni fruttiferi postali, assistiti dalla garanzia dello Stato e distribuiti attraverso Poste italiane S.p.A. o società da essa controllate, e fondi provenienti dall’emissione di titoli, dall’assunzione di finanziamenti e da altre operazioni finanziarie, che possono essere assistiti dalla garanzia dello Stato. […] In tale ambito la società potrà anche effettuare attività di negoziazione per conto proprio di strumenti finanziari derivati nel rispetto della normativa vigente.

2. (A2) Concessione di finanziamenti, assunzione di capitale di rischio o di capitale di debito, sottoscrizione di quote di fondi di investimento dei soggetti di cui al punto precedente. Ma tali attività possono essere effettuate anche a favore delle PMI per finalità di sostegno all’economia, purché attraverso l’intermediazione creditizia. Un dato che desta qualche perplessità è relativo all’ammontare delle operazioni finanziarie, che devono essere superiori a 25 milioni di euro, importo alquanto elevato e alla portata di pochi.

3. (B) Finanziamento di opere, impianti, reti e dotazioni destinate alla fornitura di servizi pubblici e bonifiche.

4. (C) Assunzione di partecipazioni trasferite o conferite alla CDP dal Ministero dell’Economia.

5. (E / F) Servizi di assistenza e consulenza; attività di studio e ricerca.

 

 

Il ritorno economico

per gli azionisti

 

La missione, che possiamo chiamare tradizionale, di CDP resta quella di favorire (finanziare) lo sviluppo degli investimenti pubblici, delle opere infrastrutturali destinate ai servizi pubblici, delle grandi opere di interesse strategico nazionale. Non si può, però, trascurare il fatto che tale attività deve avvenire “assicurando un adeguato ritorno economico agli azionisti”.

Non che questo adeguato ritorno economico per gli azionisti (fondazioni e MEF) debba necessariamente essere criticato, se non per il fatto che possa contrastare una più generale politica economica o che possa imprimere una politica di marketing verso gli enti e che addirittura possa penalizzare la cassa stessa come controparte “cara”. La qual cosa favorirebbe le altre banche, nuove concorrenti sul mercato dell’ex suo monopolio. D’altro canto c’è qualche rischio nell’automatismo, cieco, dell’aggiornamento dei tassi.

Tra le nuove attività della CDP ritroviamo anche l’erogazione di finanziamenti a tasso agevolato (in collaborazione con il sistema bancario, nella versione di canale distributivo) ad imprese operanti in settori quali le infrastrutture strategiche, il settore agricolo, l’innovazione tecnologica e la ricerca scientifica, ed infine, dopo la modifica statutaria, la CDP interviene, come abbiamo visto, anche a sostegno delle Piccole e medie imprese –PMI; utilizzando, per tutto, sempre il risparmio postale.

Inoltre, occorre ricordare che in concomitanza con la sua trasformazione, è iniziato quel già citato percorso di privatizzazioni da parte dello Stato che ha trovato la cassa il forziere di parcheggio di quote importanti delle privatizzazioni, anziché collocarle tutte direttamente sui mercati finanziari. Viene stabilito che le tipologie di progetti finanziabili dalla CDP devono avere determinate caratteristiche, devono essere di interesse generale e promossi da soggetti pubblici; inoltre, tra le condizioni richieste, i progetti devono godere di un adeguato merito di credito e devono presentare condizioni di sostenibilità economico-finanziaria.

Infine, il raggio di azione di CDP si potrebbe estendere anche in ambito europeo, operando in partnership con altri investitori europei, quali la Banca Europea degli Investimenti, e le cugine Caisse des Dépôts francese e la Kreditanstalt fur Wiederaufbau tedesca.

Dalla lettura delle nuove funzioni della CDP, si evince come il suo intervento non è più limitato al finanziamento degli enti territoriali, ma è un vero e proprio intervento nell’economia di mercato.

 

Tra gli ultimi interventi, proprio a seguito delle sue nuove funzioni, occorre rilevare il diretto intervento a supporto del sistema delle PMI, verso le quali sono stati messi a disposizione 8 miliardi di euro, tramite la distribuzione del sistema bancario. L’accordo ”dominus” di questa attività è stato stipulato tra la stessa CDP e l’ABI, l’Associazione Bancaria Italiana.

In pratica, a fronte della crisi del credito che ha colpito il sistema bancario, interviene la Cassa, concedendo alle banche una provvista a basso costo, per consentire loro di sostenere il credito alle PMI. I tassi sono agganciati all’Euribor aumentato di un margine periodicamente volta determinato, oltre ad un margine cosiddetto aggiuntivo. Non abbiamo grande evidenza dei risultati economici ed occupazionali di questa iniziativa che nelle intenzioni era stata progettata con finalità anticongiunturali di sostegno alle PMI.

 

La CDP

e l’edilizia popolare

 

La CDP si è attivata anche nel cosiddetto “social housing”, ovvero nell’edilizia popolare, dando vita nel febbraio 2009, con il coinvolgimento dell’Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio S.p.A. (ACRI) e dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI), alla CDP Investimenti Sgr. Il capitale è di 2 milioni di euro, di cui il 70% è sottoscritto dalla CDP, il 15% dall’ACRI e il restante 15% dall’ABI. Il suo scopo è di natura sociale e alimenterà a livello locale i fondi comuni di investimento immobiliari appositamente costituiti e destinati alla realizzazione di edilizia sociale, tra cui anche asili, scuole, università, case di riposo, nonché progetti di rigenerazione urbana e riconversione di siti industriali abbandonati.

Già nel primo semestre del 2010 Banca d’Italia ha approvato il regolamento del 1° fondo immobiliare di tipo chiuso e riservato a investitori qualificati con un ammontare di raccolta-obiettivo di circa 2 miliardi di euro e per una durata trentennale. Tra le prime attività nel settore, è stata decisa la partecipazione al bando del Ministero delle infrastrutture per la selezione del fondo per la realizzazione del Piano casa

Nel resto dell’Europa ci sono esperienze simili; in Francia, ad esempio, la Caisse des Dépôts et Consignations assume il ruolo di intermediario pubblico che destina il capitale privato raccolto all’erogazione di mutui agevolati agli enti non profit che operano nel settore del social housing.

Recentissima iniziativa è quella del marzo 2010  con la costituzione della SGR di Gestione del Fondo Italiano di Investimento, partecipata pariteticamente con una quota versata di mezzo milione di euro (pari al 14,3% del capitale) da CDP, insieme a MEF, Monte Paschi, ABI, Confindustria, Banca Intesa, Unicredit. La Sgr gestisce, come recita la presentazione visionabile su sito internet del MEF, un fondo di 1 miliardo di euro, integrabile da ulteriori 2 miliardi di cui 1 miliardo sottoscritto da soggetti diversi dai fondatori e 1 miliardo, a seconda delle esigenze, sempre in carico ai soci fondatori.  Il potenziale bacino investibile è quello delle imprese italiane con un fatturato tra i 10 ed i 100 milioni di euro e determinati profili di rischio e di rendimento che viene stimato dai fondatori in 15.000 imprese di cui 10.000 manifatturiere. Non è un fondo salva imprese, viene chiaramente ribadito, ma un fondo che investe in imprese che sono in fase di sviluppo e con ambizioni di crescita interna ed esterna. L’orizzonte temporale di scenario è stabilito in 15 anni, considerando 5 anni (+ 1 anno cosiddetto di “estensione”) per la fase di investimento e 10 anni (+ 2 anni di “estensione”) per la fase di disinvestimento.  L’organigramma e la governance di questo soggetto giuridico appaiono piuttosto elaborate e complicate, probabilmente necessarie visti i numerosi soggetti a vario titolo coinvolti.

 

 

I nuovi scenari

per la CDP

 

Pur essendo stata ribadita la missione originaria, appare in tutta evidenza l’ampiezza di

una trasformazione di tipo “epocale“ della CDP in una merchant bank.

Parrebbe ragionevole domandarsi se le logiche di una merchant bank possano essere ancora adeguate alle esigenze di un paese e degli enti territoriali vista anche l’esperienza della crisi finanziaria di questi anni.

Le politiche di mantenimento di elevati tassi ha di fatto favorito l’ingresso di banche competitor nel mercato del finanziamento agli enti, necessitati a sottoscrivere derivati sui tassi IRS per passare al nuovo finanziatore, non potendosi estinguersi se non a caro prezzo (con penali) i mutui originariamente stipulati con la CDP. Come mai la CDP ha mantenuto questa politica che oggettivamente appare autolesionista?

D’altro canto, gli automatismi sull’aggiornamento dei tassi tolgono una potenziale leva di politica economica.

Tutta la finanza degli enti territoriali verrà impattata dalla incognita riforma del federalismo fiscale, con conseguenze non immaginabili sull’impianto del debito di questi e di come questo possa essere gestito in maniera sostenibile. Eppure, nel curiosissimo e per molti versi incongruo e penalizzante “patto di stabilità”, favorisce non già la trasparenza della situazione debitoria degli enti ma un groviglio di nuove – e probabilmente parziali – soluzioni come l’uso dei leasing oppure la costituzione di iniziative di partenariato pubblico privato – PPP.

Comunque CDP appare sempre più come fruibile cassaforte per iniziative che logicamente di interesse pubblico vengono sempre più, e meglio, intermediate da società a capitale privato.

Sarebbe probabilmente auspicabile una maggiore trasparenza sui risultati degli impieghi della CDP in una reportistica evoluta che approdi ad un bilancio di sostenibilità che, visto il patrimonio, gli interessi istituzionali ma anche privati, è un bilancio della sostenibilità dell’Italia.

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