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Home | ©2010 La Finanza sul Web | Articolo visto 14716 volte 17 ottobre 2010

La caduta degli dei

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza, finanza italiana, lettere alla redazione

Alessandro Profumo bruscamente “dimissionato” dal vertice della più grande banca italiana

di Giorgio Vitangeli
Ei fu. Alessandro Profumo nel giro di poche ore è stato sfiduciato dal Consiglio di amministrazione di Unicredit,  ed è ruzzolato dal vertice della maggiore banca italiana di cui per quasi sedici anni è stato “padre padrone”.

“Il modo in cui è stato estromesso Profumo è un modo indegno persino per una banchetta di provincia”, ha commentato Cesare Geronzi.

Ha ragione, senza dubbio. Anche perché mai come in questi casi vale la massima giuridica per cui “la forma è sostanza”.

Profumo, oltretutto, è stato sfiduciato dal CdA senza che esso si fosse premurato di individuare prima il successore.  Non sembra certo questa una procedura adeguata alla più grande banca italiana, e le preoccupazioni del ministro Tremonti e della Banca d’Italia, e la risposta del mercato, che con reazione immediata ha penalizzato il titolo, appaiono più che giustificate.

 

Le ragioni del “dimissionamento”

Ma perché gli azionisti di maggioranza di Unicredit hanno tolto la loro fiducia ad Alessandro Profumo? Il vero nodo è questo; il resto è cronaca e dettaglio, compreso il modo alquanto brusco con cui il rapporto è stato rotto. I mutamenti, ai vertici del potere, d’altronde, raramente avvengono con delicatezza.“Chi troppo in alto sal cade sovente- precipitevolissimevolmente”, ricordava più di due secoli or sono il buon frate minore Francesco Moneti da Cortona.

E Profumo indubbiamente di ascesa ne aveva fatta  molta: da semplice bancario  al minuscolo Banco Lariano,  a grande banchiere, appena quarantenne, al vertice di Credit nel 1998, di cui da allora è stato “padre padrone”. “Padre”, perché si deve a lui la trasformazione della vecchia “bin” dell’Iri, privatizzata da Prodi a prezzo di saldo, nella banca italiana più grande e più internazionale, presente in 22 Paesi, con  9.500 sportelli, di cui poco meno della  metà in Italia.” Padrone”, perché l’ha governata con polso talmente forte da vedersi affibbiare il soprannome di “mister arrogance”.

Al di là della asserita “arroganza” Alessandro Profumo in effetti nel panorama bancario italiano appariva abbastanza anomalo.  Tra tanti banchieri che debbono le loro fortune alle frequentazioni politiche, ma si guardano dal farsi ascrivere ad un partito, Profumo ostentava il suo distacco dai maneggi e dai salotti della politica, cavalcando la nuova “religione del  mercato”, predicata da Amato e Ciampi al tramonto della Prima Repubblica, e puntando su un rapporto forte con le Fondazioni, maggiori azioniste della banca. Ma nello stesso tempo non faceva mistero delle sue personali simpatie politiche, ed alle primarie del Pd si era fatto vedere tranquillamente a far la fila ai chioschi delle votazioni, sia per Prodi che per Veltroni.

Ma torniamo al dunque: perché e come i punti di forza su cui dal 1998 Profumo aveva costruito il suo potere carismatico ed assoluto sono poi venuti a mancare, e chi ne ha voluto la testa?


Perché le Fondazioni non l’hanno più sostenuto


Di interpretazioni e di dietrologie sui giornali se ne sono lette a iosa. La più pittoresca e fantasiosa quella apparsa su Repubblica, che ha attribuito il siluramento di Profumo all’ “asse Berlusconi-Geronzi” ed ha imbastito sulla vicenda una sorta di giallo fantapolitico, con inizio alla famosa cena  dell’8 luglio scorso a casa  di Bruno Vespa. In quell’occasione Berlusconi “seduto accanto a Geronzi”,  avrebbe proposto uno “scambio” a Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia: io  ti sostengo per la presidenza della BCE, tu non ti opponi alla cacciata di Profumo. Un “pactum sceleris” cui, ovviamente, il Presidente del Consiglio e tantomeno il governatore non hanno ritenuto dover dedicare neppure un rigo di smentita.

Ma perché mai Berlusconi avrebbe voluto la testa di Profumo? Per non avere un “nemico” al vertice della maggior banca italiana in vista delle elezioni politiche della prossima primavera, risponde il quotidiano romano.

E Geronzi? Perché vorrebbe  fondere Le Generali con Mediobanca, e Profumo, con Unicredit principale azionista di Mediobanca, avrebbe potuto mettersi di traverso.  Ipotesi di fusione che  Geronzi, opportunamente, ha smentito più volte con energia  e con non celata irritazione.

Dall’ “asse Berlusconi-Geronzi”, secondo la ricostruzione del quotidiano romano (che  per la verità poi non vi ha insistito molto..) sarebbero dunque partite una serie di manovre e di “polpette avvelenate” per attirare Profumo in trappola,   simulando un via libera al rafforzamento della presenza libica nell’azionariato di Unicredit, che avrebbe poi mosso invece la “rivolta”della Lega , l’irritazione dei soci tedeschi, l’abbandono del sostegno delle Fondazioni.

Molti hanno scritto che il rafforzamento della quota della Lybian Investment Authority, salita al 2,59% nel capitale di Unicredit,  è stata solo l’occasione pretestuosa colta dal Consiglio di Amministrazione per sfiduciare l’amministratore delegato. E’così, probabilmente, ma forse non è solo  così.

E’ vero infatti che quella operazione, condotta ovviamente nella massima discrezione e ad agosto, quando anche manager e politici vanno in ferie, ha permesso ad alcuni esponenti della Lega, primo tra tutti il sindaco di Verona, Tosi, di accusare rumorosamente Profumo di aver agevolato “l’invasione libica”, e di essere stato“custode infedele” della Banca del Nord. Ed è anche vero che lo stesso presidente Rampl, smentito peraltro dall’ambasciatore libico, ha lamentato di essere stato tenuto all’oscuro di tutto.

Ma non è forse a questo, o non solo questo, cui  Rampl alludeva poi, quando ha scritto che  a determinare la rottura con l’amministratore delegato erano stati “punti di vista diversi sulla governance”, sottolineando inoltre significativamente che “il successo futuro di  Unicredit risiede esclusivamente in un orientamento paneuropeo”.  Dunque: non tanto una reazione ad una gestione troppo autocratica, quanto divergenze più serie, non solo dei soci tedeschi, su scelte strategiche.

Secondo indiscrezioni non smentite infatti, dopo i libici in pista per  entrare nell’azionariato di Unicredit c’era già il Fondo sovrano di Singapore. Quello di Abu Dabi c’è già, con una quota del 5%.

Parrebbe dunque che il rafforzamento della quota dei libici non fosse un fatto episodico, ma il tassello di una strategia, per alcuni aspetti obbligata, che Profumo stava adottando. In uno scenario internazionale tutt’altro che placatosi, dopo le tempeste finanziarie del 2008 e 2009, Unicredit infatti potrebbe aver bisogno di altro capitale fresco.  Difficilmente esso potrebbe venire dalle Fondazioni, che “hanno già dato” sottoscrivendo di malavoglia gli ultimi due aumenti di capitale del 2009 e di quest’anno. Profumo potrebbe aver deciso che una banca internazionale, qual è Unicredit,  ormai poteva e doveva essere più internazionale anche nell’azionariato, e che i capitali andavano cercati là dove essi abbondano, a costo di diluire inevitabilmente il peso delle Fondazioni e dei soci tedeschi, che a quel punto si sono coalizzati per fermarlo.

In definitiva: Profumo ha saputo cavalcare con maestria, ed anche con spregiudicatezza, gli anni delle vacche grasse del mercato internazionale. Grazie alla “sua” Unicredit, un fiume di denaro è affluito alle  Fondazioni, che hanno contraccambiato  offrendogli per lunghi anni il loro sostegno, senza se e senza ma.

Poi la tempesta della crisi ha squassato economia e finanza, investendo in particolare le banche, e sono venuti gli anni delle vacche magre. Invece di incassare dividendi record, le Fondazioni hanno dovuto ricapitalizzare la banca, che rischiava una crisi di liquidità.  Ed il ritorno sugli investimenti, in Unicredit  da più del 20% dei migliori anni è sceso nel primo semestre di quest’anno al 2,7%, mentre lo scorso anno il dividendo è stato di appena 3 centesimi per azione.

Profumo, così abile nel navigare col vento in poppa, lo è apparso assai meno a navigare controvento. Ed a questo punto se prima gli veniva perdonato tutto, perché per le Fondazioni era la gallina dalle uova d’oro, ora non gli si perdonava più nulla, a cominciare dalla presunta “arrogance”. Il suo tentativo poi di diluire il peso dei soci “storici”, e ritagliarsi così ulteriori spazi di autonomia, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un’insofferenza ormai diffusa.

Le cifre parlavano da sole. Le grandi Fondazioni (Cariverona, CRT e Carimonte) messe assieme assommano l’11,11% del capitale. Anche aggiungendo il 5,14 in mano a Mediobanca, arriviamo  al 16,25.  Fondo sovrano di Abu Dabi, Banca centrale libica più il 2,59% rastrellato da Lybian investment Authority sono al 12,56%.  Più delle tre Fondazioni. Se fosse arrivato anche il Fondo sovrano di Singapore, tutti gli equilibri di potere rischiavano di saltare.

I risvolti politici

Poi, naturalmente, ci sono i risvolti politici, e qui il discorso diventa complicato e sfuggente, in uno scenario  tutto in evoluzione.

Da quando la Lega alle ultime elezioni regionali dello scorso marzo  ha visto rafforzato il suo peso politico al Nord, qualcosa è cambiato e sta cambiando anche nei suoi rapporti con i poteri economici. Bossi  già in aprile lo aveva detto brutalmente, con rozza chiarezza : “Ora ci prendiamo le banche del Nord.”

La chiave della cassaforte sono le Fondazioni d’origine bancaria. A nominare non pochi componenti dei Consigli delle Fondazioni sono infatti i vertici locali, in mano ora alla Lega, od ove la Lega ha comunque un peso determinante.

La politica nelle nomine bancarie, cacciata dalla porta proprio istituendo le Fondazioni, separate e distinte dall’azienda bancaria di cui hanno proprietà e controllo, rischia dunque ora di rientrare dalla finestra.

Che non sia un pericolo teorico lo dimostrerebbe la recente nomina di Ponzellini al vertice della Popolare di Milano, se è vero quel che dice Bossi: ”Lo abbiamo messo noi”.

Al di là di queste vanterie, appare chiaro che il ruolo delle Fondazioni rischia di diventare problematico. La loro creazione, come ha ricordato Nerio Nesi, ex presidente della Bnl, è stata provvidenziale per impedire che, con la privatizzazione, il sistema bancario italiano divenisse colonia delle banche straniere. Poi, coi pregi ed i difetti di un sistema largamente autoreferenziale, le Fondazioni hanno svolto sia un ruolo nazionale (nella Cassa Depositi e Prestiti, nel Fondo per le infrastrutture), ma soprattutto locale, riversando sul territorio una parte consistente dei dividendi percepiti dall’azienda bancaria, finanziando la ricerca, gli eventi culturali, i restauri di edifici storici ed opere d’art, le attività no profit. Una pioggia di denaro che si traduce in potere, su cui ora la Lega vuol mettere le mani. Anche se, per la verità, sia nella maggioranza di governo che all’interno della Lega emergono posizioni diverse.

Dopo aver esortato a “fermare la scalata libica”, alla notizia del “dimissionamento” di Profumo il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ha stappato lo spumante. Ma la senatrice del Pdl Anna Cinzia Bonfrisco  ha ribattuto dura: “Tosi nasconde dietro l’alibi dei libici la pistola fumante: entrare nella gestione delle banche, ma mi auguro che non si torni ai vecchi vizi”.

Giancarlo Giorgetti, presidente leghista della Commissione Bilancio della Camera prova a minimizzare “Ci siamo appena affacciati dentro le Fondazioni. In Cariverona meno di dieci consiglieri sono riconducibili a noi. In CRT nemmeno uno”.

E Gian Paolo Gobbo, segretario della Liga Veneta, ha osservato a sua volta: “E’ meglio che rimaniamo a far politica; nemmeno i banchieri – che lo fanno per mestiere -  sono sempre bravi, figurarsi noi che non l’abbiamo mai fatto”. Per la verità una volta l’hanno fatto, con quel  Credito Euronord a sanare il cui disastro è intervenuto poi Fiorani.

Le conclusioni? Anche i suoi nemici più irriducibili non potranno non essere d’accordo, una volta tanto, con Cesare Geronzi, quando afferma che  con il brusco dimissionamento di Profumo “è stato fatto un grande danno all’Italia”, perché “In un grande Paese l’establishment non si comporta così”. E quando, riguardo alle Fondazioni, osserva che  “in nome di un malinteso senso i radicamento sul territorio” esse “rischiano di sradicare il sistema, mentre c’è bisogno di cementarlo”, ed infine che bisognerebbe stabilire rigorosi criteri di professionalità e di indipendenza per le nomine nelle Fondazioni e nei CdA delle banche da esse controllate”.

Sperando che basti.

 

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Autore: Redazione » Articoli 678 | Commenti: 311

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