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Home | ©2010 La Finanza sul Web | Articolo visto 14647 volte 20 dicembre 2010

E’possibile uscire dalla crisi? (Note risarcitorie a margine del Festival internazionale del Lavoro del 2010)

Cosa s’aggira al di qua e al di là delle “Colonne d’Ercole”

Di Redazione  •  Inserito in: Ricerche e Studi

 Se le idee sono corrette […] predìco che  sarebbe un errore

contestare la loro potenza nel corso di un certo periodo di tempo.

Nel momento presente ci si attende, con un’intensità quale

raramente fu raggiunta nel passato, una diagnosi più fondamentale;

si è più particolarmente pronti a riceverla; e si è ansiosi di metterla in

atto, se essa fosse appena plausibile. Ma a parte questa tendenza

contemporanea, le idee degli economisti e dei filosofici politici, così

quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto

comunemente si ritenga. In realtà il mondo è governato da poche cose

all’infuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si credono affatto

liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso gli schiavi di qualche

economista defunto. Pazzi al potere, i quali odono voci nell’aria, distillano

le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro.

Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti si esagera di molto,

in confronto con l’affermazione progressiva delle idee. […]

Presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose

sia in bene che in male.

 

( J.M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta, Londra 1936)

 

In occasione della seconda edizione del Festival Internazionale del Lavoro  ( l’Altra Cernobbio) del 18-20 Ottobre 2010, ho per l’ennesima  volta e in forma necessariamente apodittica riproposto il mio  ormai disperato appello-denuncia  teso a liberarci dal dogmatico imperio di  una falsa e cattiva teoria. Teoria  che conduce ad  assumere la Globalizzazione come fenomeno irrinunciabile  per  le  “magnifiche  sorti e progressive”  dell’umanità.  Appello-denuncia che si fonda su solide e sin qui inconfutate elaborazioni   scientifiche che vado diffondendo con libri e articoli in ambiti di indubbia rilevanza,  a partire da quelli di riconosciuta autorevolezza internazionale.

 

Partecipando nella predetta circostanza a una tavola rotonda  dove tra gli altri era presente il CEO di Banca Intesa Corrado Passera,  mi sarebbe  piaciuto andare in fondo a una mia nota tesi,  che lì  ho potuto  in buona sostanza poco più che enunciare,  pur non mancando di rimandare alla ormai  quasi ventennale  uscita della mia monografia ( Il corto-circuito, ovvero una moneta per l’economia,  ISEDI, Torino, 1992) che ha dimostrato l’ “innocenza” della moneta quale causa delle crisi cicliche di sovrapproduzione assoluta (“innocenza” della moneta anche nei confronti  dell’inflazione). Tesi che  vede nella  universale diagnosi dell’attuale crisi  quale “crisi finanziaria” nella migliore della ipotesi una inedificante e descrittiva banalità , e, nell’ipotesi  peggiore, quella che di fatto si è affermata coram populi, come una adeguata diagnosi. Che come tutte le diagnosi  ha comportato  una vincolata e conseguente terapia del tutto errata in forma di misure anticrisi. Il che, sempre attraverso la utile metafora “clinica”, sta finendo per essere peggiore della malattia ( crisi) che intenderebbe curare, equivalendo  a continue e massicce trasfusione di sangue in presenza di una crisi apoplettica di un paziente pletorico!

 

L’innocenza

della moneta

 

Tenuto conto che la dimensione finanziaria è quella che presiede  alla  fornitura  e intermediazione dei flussi monetari che alimentano i processi produttivi  (non da ultimo creando moneta di “secondo grado” che si aggiunge a quella della Banca d’emissione), affermare insieme a tutta una  secolare e fallimentare “scuola di pensiero” che la causa delle crisi cicliche che scandiscono da sempre la vita del capitalismo sia attribuibile  al settore finanziario significa far risalire  a questo uno dei due possibili “errori” a cui la sua natura funzionale  andrebbe incontro: una insufficiente offerta di finanziamenti all’economia reale, ovvero una insufficiente offerta di moneta segnalata dalla deflazione ( caduta del livello generale dei prezzi) nella morfologia  delle crisi  di sovrapproduzione nell’ambito del  ciclo “classico”. L’altro “errore “possibile risultando quello opposto al precedente: una offerta eccessiva di moneta,  che provocherebbe quell’altra patologia  economica nota come inflazione.

A immarcescibile presidio teorico di una tale diagnostica si trova la plurisecolare “teoria quantitativa della moneta”, in realtà mai venuta meno nell’occupare ed esaurire l’unico e fallimentare capitolo della “patologia economica”, in perpetua attesa di essere scientificamente fondato  nell’ambito della “scienza economica”,  perciò mai affrancatasi dal soprannome di “scienza triste” affibbiatogli ( per tutt’altri motivi ) da Thomas  Carlyle. In realtà costretta per   sottosviluppo   euristico e  per contrappasso ad un oggettivo stato epistemologico di “scienza” cinicamente “allegra”: per l’impotenza ad andare oltre la  mera e stucchevole indagine sulla “fisiologia” delle  naturaliselfadjusting ( autoregolantesi) “ armonie economiche”. Dove tutta funziona al meglio ( nel “migliore dei mondi possibili”), sempre che  non ci si allontani dalla  prescritta norma del laissez-faire e del free trade, rispettivamente sul mercato interno e su quello internazionale.

 

L’equivoco

di Keynes

 

Tornando alla Teoria  quantitativa della moneta  abbiamo altresì più volte e per molti versi dimostrato  (più   diffusamente in Una teoria della teoria economica, Vol.II, UTET, Torino, 1997) come lo stesso Keynes  – unico tentativo fallito di eterodossia nella teoria economica “ufficiale” –  finisca per condividerla,  malgrado  e contraddittoriamente ritenga nella stessa  General Theory di doverla  necessariamente confutare (e di esservi  per di più riuscito) onde poter dare infine una spiegazione delle cicliche crisi di sovrapproduzione

( da lui definite icasticamente come  il ciclico “scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza”). Basti riflettere sul fatto che il cantabrigese nel suo magnum opus affida in definitiva al relativamente troppo alto saggio d’interesse ( a causa di un aumento della “propensione per la liquidità” ) la spiegazione della causa   del generale equilibrio di non piena occupazione, ovvero del generale insufficiente livello della offerta di moneta, e quindi della  domanda aggregata,  avuto riguardo ai rispettivi livelli di tali grandezze in grado di assicurare la piena occupazione.  Affidando  il ristabilirsi della piena occupazione allo strumento monetario ( a meno che non sia troppo tardi,  essendosi già verificato lo stadio di crisi in cui si manifesta la “trappola della liquidità”, nella quale circostanza sono necessari lo strumento fiscale e  gli investimenti pubblici per mezzo dell’intervento pubblico)  incarnato dalla Banca Centrale;  appunto con l’aumento della offerta di moneta  (attraverso operazioni di “mercato aperto” ). Aumento dell’offerta di moneta   teso  ad abbassare il saggio d’interesse e quindi a sollecitare l’aumento degli investimenti  e del virtuoso operare del moltiplicatore. Manovra questa inefficace nel caso di “trappola della liquidità”.

E con ciò è implicitamente e logicamente dimostrato che per Keynes dunque le crisi capitalistiche,  ovvero la non desiderata e sub-ottimale disoccupazione  che ne consegue, sono in generale determinate dalla generale insufficienza dell’offerta di moneta  inidonea a soddisfare  contemporaneamente nei rispettivi mercati la domanda di moneta per fini transattivi ( scambi per beni e servizi) e la domanda ( per fini precauzionali e speculativi)  di moneta in sé e per sé ( quale riserva di valore e “scudo contro l’incertezza”). Tutta la differenza con l’avversata teoria neoclassica “ricevuta” risiedendo  nell’accusa mossa a quest’ultima di trascurare questa doppia valenza della moneta , ridotta a inutile ombra ( money as a veil)  delle grandezze reali e quindi riducendo l’economia  capitalistica a una mera economia di baratto ( dove della moneta non v’è stringente necessità in sede teorica)  piuttosto che a una economia irrinunciabilmente monetaria  ( a fini di profitto in termini irrinunciabilmente  monetari).

 

Una “rivoluzione”

presunta

 

A ben guardare l’equivoco logico-metodologico in cui cade Keynes consiste nell’affidare la sua presunta “rivoluzione” di paradigma a un modello che ha un mercato in più rispetto al modello neoclassico. Segnatamente: il modello in più è quello che comprende il mercato della moneta, ( “liquidità”) cioè la Borsa.

Ma non è certo la maggior ricchezza di determinazioni ad arricchire la capacità d’analisi di un modello rispetto a un altro, quanto il contrario,  se il tutto si esaurisce in maggiore ricchezza descrittiva o se si vuole in maggiore verosimiglianza con la realtà ( il “livello d’astrazione” – dalla realtà – è tra gli ingredienti essenziali della buona teoria scientifica). A livello sostantivo Keynes e i neoclassici finiscono nella stessa angustia diagnostica delle crisi: per i marginalisti  o neoclassici, il cui modello può prescindere dalla presenza di moneta,  si tratterà  di diagnosticare il verificarsi della crisi come improvvisa comparsa della domanda di moneta  per fini speculativi e precauzionali accanto a quelli transattivi  (dove la moneta stessa è teoricamente irrilevante e quindi neutrale circa i suoi effetti sulle grandezze reali ). Nel più nutrito ( e per tal verso meno “elegante” – prestando il fianco al “rasoio di Ockam -) modello keynesiano,  se è vero che la moneta ammette un suo specifico mercato ( la Borsa) e quindi si  dà per scontata la domanda  relativa , la crisi sarà causata dall’improvviso aumento di una tale domanda di moneta  che verrà soddisfatta sottraendone una significativa quantità dal mercato degli scambi provocando così l’ insufficiente e generale  livello della domanda effettiva, con  conseguente disoccupazione. Come può vedersi ci è stato agevole dimostrare  ( con assoluta originalità e  senza confutazione alcuna ) nell’ultimo quarto di secolo come l’annosa e ancora non risolta diatriba tra neoclassici e keynesiani si basi su una totale mancanza di profondità teorica, che rimanda a un più generale  rachitismo scientifico della economics tutta.

 

Ma banche e finanza

non sono innocenti…

 

Posso ora completare il debito oggettivo che i tempi della evocata tavola rotonda non mi hanno concesso  lì di onorare, offrendo  alla sintesi  di un articolo ciò che altrimenti solo l’improbabile studio dei miei libri    potrebbe  valere nel farmi assolvere dal dubbio dell’indimostrato. Si tratta della necessaria “innocenza” della moneta sui motivi  sistemici e strutturali delle cicliche crisi capitalistiche.” Innocenza” che, come ho lì avuto modo di dire di passata, non implica affatto la assenza di colpe da parte di banche e finanza,   il cui operare  può certamente intervenire nell’accentuare modalità quali-quantitative delle crisi stesse.  Non da ultimo  posponendone  nel tempo il deflagrare,  intervenendo sui sintomi piuttosto che sulla loro causa reale. Ma questo è territorio dell’évenementielle, tanto essenziale ai narratori della nuda  praxis quanto inutile sul piano della “alta” letteratura; o meglio essenziale,  “criminologicamente”,  per  estendere il processo per un delitto  ai complici dell’imputato principale. Sul piano etico  la distanza processuale è quella che separa l’individuazione delle cause della guerra con i beneficiari dei profitti di guerra.

Mi appellerò alla mia posizione  (anche in ciò)  assolutamente originale  nella pubblicistica economica circa la già sottolineata omologazione diagnostica tra neoclassici e Keynes  ( e le molte scuole di keynesiani) lì dove entrambe le  “scuole di pensiero” coincidono nella diagnosi della crisi; facendo rispettivamente riferimento all’improvvisa domanda di moneta  per fini extra  dai  puri sinallagmi commerciali e all’improvviso aumento di tale tipo di domanda. O,  il che è lo stesso,  e sempre rispettivamente  dall’improvvisa comparsa di un mercato della moneta richiesta in sé e per sé  e dall’improvviso mutamento  (in aumento) della domanda  in quel preesistente mercato.  Ebbene in entrambi i casi il fallimento diagnostico dinanzi alle crisi cicliche  giace in re ipsa dal punto di vista logico-metodologico: la “variabile” che funge da spiegazione del fenomeno  ( improvvisa insufficienza della  offerta di moneta in entrambi i casi ) pretende di   spiegare senza essere  però a sua volta spiegata.

 

Una causa che spiega

ma non è spiegata

 

Si tratta della “fallacia logica”  dello “slittamento di piano” più comunemente resa con l’espressione “passare da Ponzio a Pilato”  e più rigorosamente della  fallacia logica della “ipotesi ad hoc “ ovvero del ricorrente ricorso alla teoria dell’”errore”  che assume i  taumaturgici contorni  del  deus ex machina ( che spiga tutto senza essere a sua volta spiegato, tipico della teologia ovvero in materia di fede versus quella della scienza).

Come se la comparsa improvvisa della causa causans proprio in quanto improvvisa ( e quindi  imprevedibile in punto di teoria generale) delle crisi non fosse  suscettibile di ulteriore indagine teorica, e  fosse  quindi sufficiente ad esentare questa  causa improvvisa da una spiegazione scientifica.

Naturalmente, nel caso di Keynes  e della intera teoria economica  successiva, affermare che questo improvviso aumento  della “propensione alla liquidità” dipende dalle “aspettative” non risolve affatto la questione, rilanciando la medesima fallacia logica. Come ebbe ad esprimersi  con efficacia  Schumpeter  subito dopo il varo  e le subitanee fortune del ricorso  in “letteratura” alle “aspettative” : se esse spiegano la crisi che cosa spiega a sua volta il pessimismo  o l’incertezza sul futuro che le muove? A ben guardare si tratterebbe dell’emergere di un pessimismo ciclico la cui formulazione lascia del tutto inspiegata la causa delle crisi cicliche! Come assumere che l’incertezza del futuro che  rappresenta una  costante condizione  antropo-ontologica si concretizzi con ricorrenza ciclica?

Ciò posto in modo incontrovertibile,  è agevole derivarne più stringenti conclusioni nell’algebra economica che riguarda la relazione  che intercorre tra moneta e finanza, da un lato, e le crisi cicliche di sovrapproduzione assoluta, d’altro lato.

La prima cosa da notare è la immediata rilevazione nel modello  di Keynes di una inconseguenza eclatante  che affligge  la sua centrale tesi.  Il suo “contributo” vorrebbe essere quello di fornire  una “ Teoria Generale”  in grado di dar conto del ciclico  “scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza”.  In opposizione alla “teoria ricevuta” ( quella neoclassica) che nel negare la possibilità stressa delle crisi sarebbe solo  in grado di dar conto di quel particolare equilibrio rappresentato dalla situazione di  piena occupazione delle risorse. Ebbene, ammesso e non concesso  che sia l’improvvisa insufficiente offerta di moneta  la causa di tale patologia e tale grandezza abbia dunque natura autonoma o casuale rispetto alle grandezze reali del sistema economico, come può tale sistema trovarsi in generale in  equilibrio di non piena occupazione? Non sarebbe in generale il sistema in una situazione di crisi? E se così è,  come fa il caso generale ad essere definibile solo in generale sincronia con il caso particolare della piena occupazione,  il cui livello di  equilibrio è essenziale ( l’entità   della disoccupazione implica una differenza con la entità della piena occupazione ) onde poter definire il gap deflazionistico? Non si ha così l’inaudito realizzarsi di un caso generale che dipende puntualmente dal caso particolare?

E  per la sempreverde teoria neoclassica,  insieme a quella keynesiana (depurata dal vizio logico precedente),   in quanto entrambe  tributarie della teoria quantitativa della moneta,  dovrebbe non di meno valere  l’inaudito logico per il quale una variabile  esogena o  così detta “random”, ovvero casuale o indipendente o ancora autonoma ( la quantità di moneta offerta) dovrebbe,  questa variabile,   in generale essere sufficiente a soddisfare la relativa domanda,  appunto  nel caso generale di una economia fuori dalla crisi,  per risultare  ciclicamente ( pur con irregular regularity) insufficiente in caso di crisi, quindi con un andamento che ne nega l’andamento  dimensionale casuale ( non  collegabile in alcun modo ad una qualche regolarità temporale e morfologica).

 

L’impasse scientifico

e il “paradosso di Mill”

 

Come può vedersi nella teoria economica academically correct, o accreditata, non ci si è mossi di un solo millimetro per venir fuori dopo quasi due secoli dall’ impasse scientifico denunciato dal “ paradosso di Mill” per il quale “della importanza della moneta ci si accorge solo in caso di crisi”. Risultando indubbio come in tale circostanza vi sia “fame di moneta” solo apparentemente non soddisfatta dal lato della sua offerta. Offerta che invece risulta in generale sufficiente fuori dalla crisi, quando l’economia funziona con accettabile regolarità.

Alla luce di quanto abbiamo visto non vi è altra via per non cadere nella trappola dell’equivocare un sintomo della crisi ( insufficiente offerta di moneta rispetto alla domanda) per la  sua  reale causa ( anche causa reale),  che assumere una spiegazione  non monetario-finanziaria  della crisi stessa ( attribuendola quindi alle grandezze non monetarie o reali),  dettata dalla esigenza logica di escludere la natura esogena indipendente dalla relativa domanda  dettata dal sistema economico tutto della quantità di moneta offerta . Onde evitare la imperdonabile scorrettezza logico-metodologica di assumere che una variabile quale la quantità di moneta offerta  abbia in generale ( fuori dalla crisi) natura “endogena”, sia cioè  per definizione adeguata ad eguagliare la sua domanda,  per cambiare la sua natura da  endogena a esogena in caso di crisi, risultando in tal caso insufficiente ad eguagliare in equilibrio la rispettiva domanda.

Dal dilemma cornuto testé enunciato ( offerta di moneta esogena o endogena ) si può e si deve uscire evidentemente scartando la più indifendibile delle  due alternative, cioè quella che sposando la teoria quantitativa della moneta  opti nell’assegnazione alla quantità di moneta offerta  la natura di variabile esogena. Infatti con tale opzione si dovrebbe concedere che in generale si verificherebbe l’inconcedibile circostanza  per cui per puro caso in generale,   appunto, si darebbe che due grandezze tra loro indipendenti come la offerta e la domanda di moneta  si eguaglino a livello di equilibrio ex ante, per adeguarsi alla legge di casualità solo in caso di crisi e per di più con andamento ciclicamente caratterizzato. Dove dunque la divergenza tra tali variabili risponderebbe  anche ad una impenetrabile e  arcana ratio espressa dalla ciclicità del fenomeno. Dunque una duplice  falsa casualità dietro la quale si celebrerebbe una oscura doppia costanza:  un generale equilibrio fuori dalla crisi  e un misterioso disegno dietro lo squilibrio della crisi che si manifesterebbe  attraverso la sua morfologia ciclica.

 

La restante opzione

 

Evidentemente la restante opzione endogeni sta, cui conduce il ragionamento per assurdo appena visto, ha il compito di spiegare la crisi scagionando la dimensione monetario-finanziaria, ovvero dovendo perimetrare la causa alle sole relazioni che intercorrono  tra le grandezze reali dell’economia. Beneficiando di un altro punto di forza che invece connoterebbe l’alternativa esogenista-quantitativista ab ovo di un ulteriore fatale vulnus. Ricordando che le crisi cicliche  del capitalismo sono connotate  dal fatto,  apparentemente  privo di senso,  di essere crisi di sovrapproduzione assoluta, in cui cioè si è prodotto troppo di tutto,  appare ovvio come con la opzione esogenista connessa all’adesione alla teoria quantitativa della moneta  si sia condannati sin dall’inizio a non poter venire a capo di un tale carattere che Marx ben ebbe a cogliere come l’estrinsecazione eclatante e provata  della contraddizione par excellance del capitalismo: quella tra produzione oggettivamente sociale e distribuzione privata dei frutti della produzione.

Se infatti la crisi fosse la conseguenza di un difetto di moneta contro merci e quindi di un eccesso di merci contro moneta,  allora essa rientrerebbe nei canoni della fisiologia operativa della logica di mercato che non può  per definizione,  in mancanza di piano,  far eguagliare immediatamente ed ex ante in ogni mercato quantità offerte e quantità domandate,  affidando un tale equilibrio alla fasatura progressiva tra offerta e domanda attraverso il  meccanismo dei prezzi e quindi solo ex post . Meccanismo incentrato sulla  contemporanea sovrapproduzione ( con caduta dei prezzi) e sottoproduzione ( aumento dei prezzi) dove dunque ( di qui l’apologia del mercato da parte degli oppositori dell’economia di piano)si ha del tutto fisiologicamente ( come  faculté  maîtresse del meccanismo dei prezzi del libero mercato) la sovrapproduzione/sottoproduzione relative e non già sovrapproduzione assoluta .

Al contrario, nella cornice dell’approccio endogenista e antiquantitavista , risultando per definizione   in generale adeguata alla sua domanda la quantità di moneta offerta, l’impasse irrisarcibile della insufficiente offerta di moneta come spiegazione della crisi preclude definitoriamente la possibilità di venire a capo del carattere di sovrapproduzione assoluta che connota le crisi cicliche capitalistiche. Tenuto conto che il fenomeno della sovrapproduzione/sottoproduzione relativa per definizione risponde  al caso di uno squilibrio fisiologico,  che addirittura ( massimamente in  von Mises e von  Hayek ) i difensori del capitalismo vedono come sua massima virtù regolatrice di altrimenti impossibili adeguamenti di milioni di scelte decentrate.

Tutto ciò acclarato e non potendo qui che rimandare ai miei lavori specifici con cui pervengo a  spiegare l’intera fenomenologia delle  crisi  cicliche, non potendo  evidentemente trasformare un breve saggio in un trattato, non mi resta che spendere qualche parola sul fatto che la appurata “innocenza” della moneta e della finanza  circa la causa delle  crisi cicliche, come ho avuto  modo di accennare  nel ricordato Festival Internazionale del Lavoro, non scagiona affatto il mondo bancario e finanziario da “cattive pratiche”  ( per usare un eufemismo).  Occorre ora in qualche modo dare conto di ciò.

 

Le cattive pratiche

del settore finanziario

 

Ebbene, tornando al nostro principale argomento, la presente e perdurante crisi globale e della Globalizzazione rappresenta una  ottima esemplificazione di come “cattive pratiche” del settore bancario-finanziario operino nel posticipare, peggiorandone le conseguenze, le crisi cicliche (esclusivamente originate  da squilibri rilevanti nella  dinamica della parte reale dell’economia).

Così finanziare cattivi piani industriali ( di imprese in stato di decozione  e insalvabili alla luce dei mutamenti tecnologici) propiziati dal ritorno  alla logica della “banca mista” costringe il creditore a essere nelle mani del debitore; concedere prestiti e concedere mutui a consumatori ormai impoveriti dalla deindustrializzazione e dalla  delocalizzazione,  per di più  con l’avvento di forme sempre più precarie e mal pagate di lavoro; combinare i relativi  “prodotti finanziari” “innovativi”,  ( in realtà spazzatura)  eufemisticamente denominati “titoli tossici”,  e piazzarli nel “parco buoi”  di quanti dispongono ancora di reddito disponibile a fini “speculativi” e “precauzionali”; prestare moneta  ad aziende ricorrentemente costrette a operazioni di buy back onde adeguarsi da un lato a performance di Borsa  aderenti ai dictat di brevissimo  periodo nella “creazione di valore per  gli azionisti” ( shareholders) e, d’altro lato,  per gonfiare le stock option di voraci manager del settore; easy money da parte di disinvolte Banche Centrali  per tenere bassi i tassi d’interesse continuando ad alimentare  improponibili bolle speculative con rapporti price/earning fuori da ogni giustificabilità economica  e per  disincentivare quanto basta l’afflusso di capitali esteri per tenere basso  il rapporto di cambio con le altre valute,  così praticando forme di criptomercantilismo.  Ebbene tutto questo,  e altro ancora,  nella misura in cui alimenta  componenti del PIL  quali  consumi  privi  di adeguato retroterra reddituale, gonfiando il debito privato inesigibile, consumi vistosi ( e quindi capitalisticamente improduttivi in una ottica dinamica), cattivi investimenti ed  esportazioni  falsamente competitive ( con sottostanti aziende  altrimenti extramarginali), tutte grandezze che  normalmente avrebbero  dovuto da tempo dare la stura alla crisi  di sovrapproduzione ciclica,  ebbene   l’insieme di tali fatti  non fa altro che rimandare il redde rationem sotteso alla crisi, peggiorandone la portata e le conseguenze:  rimandando il clearing che a suo modo la  “salutare” purga (la  continuamente evocata e incompresa schumpeteriana“distruzione-creatrice” ) connessa alle crisi stesse comporta.

 

L’inadeguatezza delle misure

per contrastare la crisi

 

Si può adesso comprendere la totale inadeguatezza delle misure messe in atto  seppur in varia misura nell’intero mondo Occidentale per contrastare la  attuale crisi  globale e della Globalizzazione,  e per venirne fuori.

Le massicce trasfusioni di liquidità attuate da tutti gli organismi che a vario titolo  fungono da “lender of last resort” ( prestatori di ultima istanza)  sia sul piano internazionale che statale sono ancora preda scandalosa della superstizione quantitativista, vittime plurisecolari di  David Hume,  intervenendo sul sintomo della crisi piuttosto che sulla sua causa di cui si continua ad ignorare “logica” ed eziologia.

La disperata domanda di liquidità di cui ogni crisi capitalistica è contrassegnata non è già la conseguenza di mancato finanziamento e quindi mancata offerta di moneta,  bensì la conseguenza dell’ “ingorgo” o “pletora di merci” ( Say!)  inesitate ( sovrapproduzione assoluta, la cui materializzazione   ha ottenuto tutti i finanziamenti necessari  per essere attuata). Merci  che  però giacciono nei magazzini delle aziende per il ciclico mutamento del paradigma tecnologico “moralmente” reso  obsoleto dal debutto di investimenti innovativi ; mutamento che implicando la costante cifra di ogni progresso tecnologico,  cioè il risparmio di lavoro per unità prodotta,  finisce per alterare l’equilibrio dinamico dell’interscambio  tra i settori che producono beni di consumo e quelli che producono beni di investimento.

Si tratta di un ciclico “errore necessario” che risponde al carattere storico e obiettivamente progressivo del capitalismo   che trasforma,   a causa del non luogo a comunicare tra produzione e distribuzione,  ovvero tra i singoli e il tutto,  un fenomeno positivo, l’innovazione e l’imprenditorialità di chi la attua, in un danno socialmente rilevante:  “ lo scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza”. Parole di   Keynes  queste ultime, ricordiamolo, inconseguente diagnosta, e terapeuta,  ma certamente  perspicuo nella denuncia del “male”,  di cui però  gli è sfuggita la “legittimità capitalistica” ( “errore necessario” perché   irrinunciabilmente connesso alla sintassi  massimizzante del profitto affidato alla lotta di concorrenza e quindi alla ricerca ed attuazione di investimenti innovativi, ), avendo oggettivamente  trattato la crisi come un mero  e gratuito incidente  dovuto alla  non necessaria discrasia tra i grandi aggregati  in costanza delle tecniche produttive , si badi bene;  e quindi non già come l’unica modalità con cui,  in mancanza di piano,  la logica di mercato affidandosi alla sola semiologia dei prezzi  può  e deve metabolizzare il progresso tecnico. Circostanza che da sempre caratterizza l’intero capitalismo come  autentico complessivo “fallimento del mercato”  se  questo e la sua  logica vuole imporsi come “fine della storia”.

 

Le Colonne d’Ercole

del free trade

e dell’eresia keynesiana

 

Vado a terminare ancora rifacendomi al mio inconcluso intervento  all’ “Altra Cernobbio”,  dove ho fatto  anche  un veloce riferimento alla circostanza non più sopportabile di rimanere l’intero dibattito sulla crisi globale  nei confini di un paradigma scientifico precopernicano, in quanto  fermo alla credenza dell’invalicabilità delle “Colonne d’Ercole”. Fuor di metafora, in quanto confinato tale dibattito  in un quadro analitico ancora  incapace di superare la falsa alternativa tra il dogma del laissez-faire e del suo equivalente sul piano del commercio internazionale,  il dogma del free trade e la “pericolosa” eterodossia keynesiana. Entrambe le alternative, come abbiamo mostrato, incapaci di accogliere e risolvere   la sfida intellettuale sottesa al ricordato “paradosso di Mill”. Con varie aggravanti. La prima consiste nel fatto che lo stesso  Say   cui rimanda la famosa “legge di Say” che fa da architrave alla sempre verde ideologia dell’”autoregolazione” dei mercati capitalistici,  nel non negare empiricamente le crisi  di sovrapproduzione -  di cui la presunta  sua “legge”  pur nega la stessa possibilità teorica – assolve la moneta e i  relativi canali di finanziamento  dell’economia reale,  assumendo antesignanamente una posizione endogenista.

Ebbene Say – con il quale siamo ai primordi dell’economia come “scienza” – non solo è ignorato in materia ma completamente ribaltato dai corifei apologeti della teoria quantitativa della moneta  ( addirittura risalente a Locke e impropriamente attribuita a Hume) e della “sua” ( invero a lui infondatamente attribuita)” legge” iperarmonicista.

Ma lo stesso Keynes  non manca di fare della distruzione del “teorema delle parallele” ( così  egli ribattezza la “legge di Say”  o “legge degli sbocchi”)  a suo dire via obbligata e irrinunciabile per dare fondamento scientifico  all’intervento pubblico dell’economia  e per di più credendo di essere riuscito nel suo scopo ( condividendo invero la vulgata su Say e contro Say, peraltro condivisa a suo tempo dallo stesso Marx, con ciò ingannando  fatalmente intere generazioni di sedicenti economisti marxisti).

La seconda aggravante consiste nel fatto che persino i  nostri  coevi Premi Nobel di dichiarata fede keynesiana come Krugman e Stiglitz ( quest’ultimo addirittura assurto a punto di riferimento dei sempre più confusi marxisti  “duri e puri” del contemporaneo e avvilente panorama italico) continuano a ignorare il capitolo XXIII della General Theory, dove il suo autore per pura serendipità è l’unica volta che in quell’opera dice qualcosa di logicamente consistente. E  che non a caso può prescindere dalla validità della sua tesi centrale.

 

Ma Keynes ha rivalutato

il protezionismo

 

Si tratta del fatto che data (  e  da noi non concessa) la validità della sua teoria e quindi l’efficacia di misure anticicliche che ne discendono,  Keynes, nel mentre rivaluta alla radice il protezionismo e l’intero lascito mercantilista, fa autocritica sulla sua precedente ortodossia liberoscambista,  avvertendo della  contraddizione o inconciliabilità economica tra interventi di politica economica tesi all’ottenimento

( ripristino) della piena occupazione  all’interno delle singole nazioni e il contemporaneo mantenimento del regime del free trade . Affermazione invero valida anche al netto della tenuta teorica della General Theory .

Se non si comprendesse ciò,  allora possiamo dire con il cantabrigese  e con terminologia attuale,  che il più conseguente paese in termini di politiche di pieno impiego finirebbe per essere danneggiato e beffato da nazioni concorrenti meno conseguenti o più ciniche su tal piano,  dando luogo al fenomeno del free rider

( “passegero clandestino”). Free rider che attraverso il il deficit spending dell’intervento pubblico del concorrente più “coerentemente”  (?) keynesiano   si vedrebbe finanziate le sue esportazioni  lasciando che la caduta dei  suoi prezzi  interni  renda più concorrenziali le sue merci rispetto a quelle del paese attuatore di  più efficaci  e  adeguate misure anticicliche, vanificandone al contempo  l’obiettivo dell’ottenimento della  piena occupazione.

Insomma keynesiani inconseguenti o ignoranti dei contenuti del capitolo XXIII della Teoria Generale nel sollecitare nell’attuale crisi interventi più massicci da parte dei singoli governi senza denunciare contemporaneamente l’incompatibilità di tali misure con la Globalizzazione,  ovvero con il suo pilastro teorico cioè  il libero scambio,  finiscono per favorire,  in una logica di mercantilismo masochista  o  “a perdere”,  i concorrenti  meno  o  niente affatto  (soggettivamente)  keynesiani sul mercato internazionale. Concorrenti beneficiati,  magari  loro malgrado,  proprio dal cantabrigese e dal suo, mutatis mutandis,  convincente  filomercantilismo. Nel caso insomma verrebbe stravolto il principio  mercantilista del beggar  thy neighbour (  impoverisci il tuo vicino) che si trasforma nel beggar yourself ( impoverisciti con le tue mani, o fatti male da solo).

Mi  spinge a questa ultima parte del mio presente scritto una recentissima intervista del Nobel Stiglitz, pubblicata dopo la chiusura del Festival  Internazionale del Lavoro 2010,  (sul numero dell’11 Novembre de  L’espresso, pp. 53-55) che corrobora  ulteriormente la mia denuncia  nella predetta sede di una non più concepibile navigazione al di qua delle “Colonne d’Ercole” che bloccano la “scienza economica”  ancorata nei confini dei suoi irrisolti e  primordiali fondamenti  “tolemaici”.

Stiglitz,  rimprovera alla Amministrazione Obama due errori  :  Il primo ( il cui rilievo  Stiglitz condivide con Krugman) è quello di aver  mobilitato insufficienti  risorse  per stimolare l’economia”;  il secondo di aver continuato a perseverare nel “ delitto” iniziato da Bush di aver salvato le banche dal fallimento “senza condizioni”, senza cioè condizionare l’aiuto al sistema bancario con vincoli che assicurassero   che il credito arrivasse alle famiglie e alle imprese. Senza tali condizioni ciò a cui si assiste   è l’utilizzo del danaro pubblico  da parte delle banche stesse  che di  bel nuovo   alimentano la speculazione borsistica e la distribuzione di bonus e incentivi al proprio management.

Non una sola parola  in tutta l’intervista sullo stringente e ineludibile   vincolo,  onde  rendere efficace l’intervento pubblico statunitense,  di rinunciare al libero scambio,   denunciando quindi la Globalizzazione quale causa  dell’impoverimento della grande massa della popolazione nordamericana. Impoverimento pur  evidenziato da Stiglitz,  senza però riconoscere  che il fenomeno  costituisce un prius dello scoppio della crisi tre anni fa, crisi che  ne ha peggiorato evidentemente le dimensioni.

Dunque dai due errori rimproverati dal nostro Nobel  al governo Obama si evince la desolante conclusione che vede Stiglitz da un lato convinto,  implicitamente,   della esigenza di immettere liquidità nel sistema delle aziende e delle famiglie,  rimproverando la modalità  delle “cattive pratiche” attuate dal settore bancario e finanziario e non già la  cattiva logica  che sta dietro a tale intervento di massicce trasfusioni di liquidità.

Insomma una visione “criminologicamente” orientata delle crisi, che sarebbero però  causate  in ultima analisi da difetto di offerta di moneta. Ma a tale stucchevole osservazione che non permette di sperare neanche nei Premi Nobel più “radicali”  per venire fuori dalla presente lunga stagnazione,  in quanto la loro cultura economica è profondamente  ancora prigioniera dei suoi limiti precopernicani

( quantitativismo, mancato scioglimento dei nodi teorici sottesi al “paradosso di Mill”, conformistica e ormai superstiziosa riaffermazione di fede  nel  ricardismo liberoscambista) si aggiunge il peggio  di una deflagrante  contraddizione.

A un certo punto della sua intervista Stiglitz non manca di osservare come un settimo del PIL a stelle e strisce giaccia in forma di liquidità inutilizzata  nelle casse delle grandi aziende statunitensi ( 2mila miliardi di dollari;  il che fa tremare le vene ai polsi se si pensa alla contemporanea  condivisione della esigenza di immettere liquidità nel sistema e nell’implicita conseguenza che lo colloca tra quanti si pongono tra gli “esogenisti” in materia monetario-finaziaria  circa la eziologia delle crisi cicliche. Senza accorgersi per di più dell’infondatezza della sua accusa a Obama di sottodimensionare l’immissione di liquidità necessaria al sistema!

 

Dai cattivi maestri

ai capitani coraggiosi

  

E’ ora di chiudere l’appendice al mio necessariamente tronco  intervento del 18 Ottobre all’assise che ho ricordato. Lungi dall’aver esaurito l’armamentario teorico che imporrebbe un cambio di paradigma nella teoria  economica e nella prassi della politica economica, armamentario  che pur andiamo proponendo da qualche decennio, siamo restii a formularne i tratti propositivi,  vista la sordità generale alla necessaria parte destruens della nostra proposta scientifica. Parte destruens che come sempre nella scienza costituisce precondizione  essenziale della parte construens del processo rivoluzionario sotteso all’autentico progresso scientifico. Parlare seppure in forma del tutto ridotta dei contenuti di un  possibile e necessario  ricorso,  alla scala dell’area euro,  di un “protezionismo illuminato” – che implica  solo un’altra logica  da imprimere agli scambi internazionali  e alla divisione internazionale del lavoro  e non già una miope autarchia figlia di una mal digerita ortodossia liberoscambista  - ci fa un po’ paura senza l’assimilazione di ciò che gli è necessariamente propedeutico,  culturalmente e scientificamente parlando .

Avere la vocazione alla ricerca della “verità” non equivale alla vocazione al martirio; vocazione quest’ultima che laicamente  non ci appartiene. Pronti all’eroismo,  temiamo rigurgiti da moderna Inquisizione,  che  - pur non  riproponendo la ingenua  e per certi versi storicamente “sana” ( perché non camuffata da “democrazia”  e da quella ben più pericolosa della  sedicente “democrazia  del sapere”) violenza dei tempi di Galileo – ricorre a più sottili forme di violenza che fiaccano lo “spirito” ben oltre possa andare il dolore del corpo.  Contro l’ orwelliano  pathos che contorna ormai  la “regina” delle scienze sociali,  la esangue e spettrale economics , non cesseremo di combattere  per un diverso futuro  per tutti,   nella speranza che abbia ancora senso la  fiducia  che debba “  passà  ‘a nuttata” di questo cruciale passaggio di millennio.  Da questa crisi non solo è possibile uscire,  è necessario!   Basta liberarsi dai demoni della superstizione contrabbandata come “scienza “ facendosi traghettare oltre le “Colonne d’Ercole” da quel che resta tra i pochi e sopravvissuti “capitani coraggiosi”, liberandosi  dai “cattivi maestri” di una cattiva teoria,  da tempo protestata  dalla realtà e dalla storia .

 

Post Scriptum

 

In un saggio pubblicato su <<Il Ponte>> nel  dicembre 2005 ( ma consegnato qualche mese prima) dal titolo originale  La stagnazione tendenziale del capitalismo globalizzato,  inopinatamente e  senza consultazione con l’autore,  lì  ribattezzato  con il titolo II fallimento della globalizzazione ( “licenza redazionale” che come può constatarsi ha arrecato  danno al carattere “previsionale”  della analisi affidata al contenuto del mio scritto, senza  per questo  lì ricorrere agli screditati strumenti degli àuguri moderni travestiti da “econometrici”),  la implicita  “previsione” in argomento semplicemente faceva perno sulla lecita  ipotesi  euristica del coeteris paribus. Consegnando evidentemente la sua affidabilità  scientifica alla  fondatezza   della  scelta  tutta personale  dei fattori economici  caratterizzanti  la  “grammatica” e la “sintassi” della Globalizzazione. Chi si attende o pretende la puntuale previsione temporale  delle crisi cicliche del capitalismo è più  portato all’esoterismo che alla scienza; e piuttosto che studioso  si iscrive ad honorem e di fatto tra gli adepti  della astrologia ignorando la reale portata epistemologica e gnoseologica delle scienze sociali e principalmente della Economia Politica.

Rimando, dopo la breve eppur necessaria digressione, a tale scritto ripubblicato nella seconda edizione arricchita del mio Globalizzazione scientificamente infondata ( Thyrus, Terni, 2008, prima edizione inglese e italiana, Bagalore e Roma  2003) per quanti volessero approfondire i fondamenti della mia convinzione per la quale senza travalicare le “Colonne d’Ercole”  nel senso più su visto, il destino economico e sociale dell’Occidente  è segnato dalle fosche tinte del declino.  A meno di non proseguire nel regresso verso forme neobarbariche  di sfruttamento del lavoro,  rinnegando quella che sino a qualche anno addietro era indicata come “civiltà del lavoro”  (pur nei limiti in cui il capitalismo possa “civilmente”  trattare la estrazione di plusvalore che è linfa vitale per la sua esistenza).

Qualche parola a tal proposito a commento dei brani tratti dall’ultima pagina della General Theory che ho posto in esergo  a questo scritto.

Fanno parte di quanto avrei voluto leggere in occasione del mio intervento al Festival Internazionale del Lavoro   a cui ho più volte fatto riferimento. E in risarcimento del quale si devono  le riflessioni che sono venuto qui  a esternare.  Anche in quel caso ho  infatti  potuto solo alludervi,  indugiandovi meno di quanto mi appare assolutamente necessario fare,  onde denunciare la notte della ragione da cui sembra molto difficile far uscire  quei decisori  e operatori economici, politici e sociali  che Keynes  definisce “gli uomini della pratica” ( practical men). La fiducia del cantabrigese nella forza delle idee,  che forse era fondata nel  clima di necessità storica  in piena  Grande Depressione (1936), fa apparire, davvero senza eccessiva esagerazione,  il clima “culturale” attuale  orwelliano.  Ciò purtroppo non  accade anche in luoghi  e istituzioni  preposti  alla  “disinteressata” ricerca  e coltivazione della “verità” – e quindi alla quintessenza del progresso attraverso la libera manifestazione del confronto delle idee con l’aurea formula della concordia discors ( vedi  università, editoria, libera stampa  e tv,  et hoc genus omne)-  ma proprio  a partire da tali dimensioni .  Si deve  quindi comprendere la gravità di un tale stato di cose. Specie se si riflette alla circostanza che è la “Modernità” ad aver affidato  le sue promesse di progresso,  la sua forza storica,  alla “Ragione”  per mezzo  di quelle istanze appena ricordate.  Se pur errando,  a Keynes  si  è  inteso credere,  connotando una intera epoca storico-economica  (“ i venti e gloriosi anni”  che vanno dal Secondo Dopoguerra ai primi anni ’70 del ‘900)  con il suo nome -  perché la gravità della malattia cui la sua opera prometteva  una cura non ebbe a stimolare prognosi e terapie alternative -. Siamo oggi in una situazione  forse migliore  per ostentare fiducia in una “scienza” che paranoicamente commina quale medicina il veleno che l’ha scatenata ( laissez-faire e free trade)? Speriamo di  resistere quali posteri di noi stessi , risultando  agnosticamente poco interessati all’improbabile sentenza  di chi dovrebbe venire dopo, che rebus sic stantibus non avrà capacità di intendere  e giudicare:  per l’avanzare del “medioevo prossimo venturo”.

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Autore: Redazione » Articoli 670 | Commenti: 238

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