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Home | ©2010 La Finanza sul Web | Articolo visto 9165 volte 03 novembre 2010

E la crisi va, tra ragliar d’asini e “locomotive” solitarie

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale

di Vittorangelo Orati

Come una sorta di esorcistico mantra, già dopo i primi mesi dell’ormai quasi triennale permaner della crisi globale o della Globalizzazione   si sentono sciorinare autentiche litanie sull’inizio di una sospirata ripresa e quindi sulla prossima fine del tunnel imboccato dall’economia mondiale. In verità le cose non stanno affatto così: come d’altronde  ritenere  che si possa uscire da una malattia di cui  si ignorano le cause a partire dalla nascita del capitalismo e quindi dalle sue crisi cicliche? Si avesse il coraggio come ai tempi dell’Amministrazione Hoover  di  affidarsi   solo agli spontanei meccanismi del mercato,  si potrebbe  allora parlare di una coerente follia naturalistico-fatalista; una sorta di paranoia tardo fisiocratica incentrata sul preanalico principio di un Hybris che all’umano “delirio di onnipotenza”, in forma di interventismo economico,  non è dato  impunemente  di arrecare offesa.

Ma alla struttura sostanzialmente paranoica  di una tale  folle “coerenza”,  vincentemente rilanciata sin dagli anni “70 del secolo scorso  come reazione alla blasfemia del’interventismo keynesiano,    che grida vendetta dinanzi ai mondani miracoli della scienza e della tekné della “modernità”-  reclamando per l’economia uno statuto  epistemologico speciale per la sua “scienza” in totale opposizione al resto delle scienze mosse dalla  loro primitiva missione di intervenire sul loro proprio oggetto – si è aggiunta una prepotente ondata di  salvataggio pubblico dei sistemi economici,  reclamato da chi dopo questo momentaneo e apparente  soccorso non ha schizofrenicamente cessato un attimo di accusare l’eccesso di statalismo   quale causa del prodottosi  tsunami economico. In ogni caso riproponendo il vecchi rosario di  politiche  di deregulation, privatizzazioni e antitrust quali ingredienti essenziali per riprendere la via della crescita. Dimenticando che tali politiche insieme al loro corollario  pro free trade e  quindi a favore  della seconda e definitiva globalizzazione capitalistica ( la prima è quella scioccamente vantata come “epoca d’oro” del’’espansione  internazionale del capitalismo che ha fatto da prodromo alla Grande Guerra e al Secondo Conflitto Mondiale, notoriamente innescato dalle conseguenze di quello precedente)  hanno fatto da incubatore efficiente della attuale crisi epocale.

Abbiamo dunque la coesistenza di una generale sindrome paranoicoo-schizofrenica. Il peggio che la psicopatologia  possa,  per i suoi esiti infausti,  diagnosticare. Un caso da manuale è quello del risentimento “universale” versus la FIAT a proposito del diktat di questa  circa le note  condizioni per non decentrare in Polonia parte dei suoi nuovi investimenti. Stretta dalla logica della concorrenza internazionale di minimizzazione dei costi ergo di quello della mano d’opera ,  visto che la tecnologia è alla portata di tutti , Il Marchionne in fondo non ha chiesto che l’omologazione socio-economico-sindacale dell’Italia  alle condizioni della  sostanziale fame cui sono costretti i lavoratori cari a Giovanni Paolo II. Pur dimenticando le volte che la FIAT prima della Globalizzazione è stata salvata dallo Stato italiano, nella classica logica della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite. Stato così costretto  a fare  dalla cricca (detto “il salotto buono” della lillipuziana borghesia italiana)  del padronato italico con la Famiglia Agnelli come leader ( vedi l’enorme patrimonio in nero dell’”Avvocato”conteso dai suoi eredi )– cosa che in altro momento autorizzerebbe a rivendicare la statalizzazione della multinazionale torinese  dell’auto – . Ebbene   da parte di politici e sindacati oltre che  da parte  di una opinione pubblica ormai decerebrata, non si è mancato di recriminare sul comportamento socialmente poco responsabile  verso l’Italia del Marchionne stesso.  Di cui tutti sono stati orgogliosi quando ha salvato la Crysler,  con questa  mossa rilanciando La FIAT  sul piano della necessaria dimensione  critica aziendale per combattere  nell’arena globale. Ora non si può plaudire  e allo stesso tempo criticare la logica della Globalizzazione: chi vuole la bicicletta deve pur poi pedalare! E questo molto  semplicemente avrebbe dovuto opporre l’italo-canadese a chi lo richiamava a una sensibilità nazionale piuttosto che vestire presuntuosamente gli improbabili  panni di un maître-á- penser del quale l’ormai logoro pulloverino blu  non costituisce necessariamente casacca d’ordinanza. Anche il più disarmato dei superficiali positivisti guardando alle classi di reddito  nei paesi capitalistici e  all’interno della distribuzione della ricchezza  tra le diverse aree del mondo   oltre che al loro interno,  non tarderebbe un attimo a cogliere gli estremi di quello che la pur  “ideologica” sociologia  non ha potuto che registrare come “stratificazione sociale”.  Lo stesso Scalfari , regista della “coscienza infelice” di una inesistente perché utopica  “borghesia illuminata” , non ha mancato di contestare gli ideologi della scomparsa “lotta di classe”  rinvenendola nelle intollerabili cifre della fiscalità  “classista “italiana ( vedi  La Repubblica del  5 Settembre 2010) e non già nella logica del modo di produzione capitalistico. Finendo per attribuirla molto  weberianamente  alla dimensione della  etica politica. In linea con la banalità empirica  con cui  la sociologia, quest’altra pseudo scienza  oltre all’economics,  ha inteso dissimulare – con ciò disinnescandone i corollari potenzialmente eversivi -  l’esistenza delle classi sociali.  Che dire poi del silenzio complice ed emanante puzzo di  morale avariata degli economisti(ci) nostrani che non hanno ricordato che con l’imporsi delle multinazionali -  autentica  “anima nera” della Globalizzazione -  è scaduta la parola d’ordine che ha  fatto grande  l‘America  a partire dalla guerra d’indipendenza dalla Madrepatria inglese: il protezionismo. Per Il quale infatti valeva il principio per cui ciò che conveniva alla FORD convenisse di per  ciò stesso all’America!

Ma naturalmente non siamo soli in questo autentico psicodramma. Così guardando agli USA,  che pur restano il modello della sinistra  ( lombrosianamente parlando) classe politica italiana tutta ( destra “sinistra” e “sinistra” sinistra,  dunque), dimenticando i record della spesa statale sotto Reagan e alle macerie liberoscambiste dei successivi e omologati  governi  ( Coca Cola o Pepsi Cola) democratici e/o repubblicani  e all’ultimo Bush che ha aperto la voragine attuale nelle casse federali americane, le cronache a stelle  e strisce ci informano della convinta  e imponente campagna contro il socialista (sic?) Obama da parte dei repubblicani benpensanti  yankee. Un “socialista” che si è ben guardato dal  cambiare  – sulla scia di  quanto inaugurato da parte dello stesso Bush junior -  la “logica”  con cui si è salvato il sistema  finanziario,  che  inauditamente e contemporaneamente si è unanimemente e universalmente  accusato di aver provocato al crisi stessa! Con tanto di certificazione di Nobel dell’economia e dei loro codazzi accademici in tutto il mondo.

Tralasciando questo centrale aspetto, gettiamo appena uno sguardo su un altro acuto del ragliar di “esperti “di  “scienza economica” e  operatori  di cose economiche a proposito del vecchio mito che affida alla presenza di una “locomotiva” la ripresa economica. Mito che non cessa di occupare grande spazio nell’armamentario di questa confusa  “classe dirigente” (?) di cui godiamo i frutti nel mondo ex industrializzato  e in via di sottosviluppo. Al centro della figura retorica della “locomotiva” economica vi sarebbe  il supposto sacrosanto  principio per cui in una economia globalizzata la più opportuna traduzione del principio che legava la fortuna del tutto ( America)  a quella di una sua parte( FORD)  suonerebbe per certi  versi all’inverso: se  va bene a una parte dominante del tutto allora andrà bene alle sue singole parti che con quel tutto hanno legami di interdipendenza. Una sorta di dogmatismo olistico in sostituzione di quello  atomistico-positivista. Dove si cela la notizia criminis? In un  contraddizione che si insinua come un paralogismo e  che sottende il dogma del libero scambio,  vero architrave della globalizzazione: la divisione del lavoro internazionale e i conseguenti scambi  internazionali convengono  a tutti i partners; ce ne sarebbe insomma   per tutti in questo ulteriore spazio della teologia economica,  dove non ci sarebbe  che da raccogliere i progressi  sottesi al superamento della pazzia mercantilista fondata sul “ barbaro” dogma del begger thy neighbours (“arricchisciti alle spalle dei tuoi vicini”); “barbaro” perché in buona sostanza fondato sulla logica dell’economia di  rapina: prendersi fette più grandi di una torta,  a dimensione costante della torta!

Quel che nessuno ha mai sospettato, cadendo oggettivamente preda della superstizione miracolistica riservata alla dimensione economica, è che si possa creare alla fine di un processo di trasformazione,  sia pure economica,  più di quanto termodinamicamente si immetta come input nel processo stesso. E quindi che si possa “creare dal nulla”. Supponendo quindi che possa darsi una efficienza termodinamica maggiore di uno ( in realtà neanche quella eguale a uno è lecito concepire per l’aumento inesorabile dell’entropia).

Dietro la storiella della convenienza alla divisione del lavoro internazionale  e quindi del passaggio dall’autarchia al libero scambio,  quello che in realtà si compie da sempre nei libri e nelle aule universitarie  in tutto il mondo e da  secoli  è un autentici misfatto logico. Una tale “convenienza”   la si “dimostra” in realtà ipotizzandola assimilandola su scala internazionale al sacrosanto principio della razionalità della divisione del lavoro tout court! Cadendo quindi due volte  in un gravissimo errore di logica formale noto come hysteron proteron o petitio principii. Infatti , dietro alla circostanza per cui   se  Biagio produce in una data durata di tempo di lavoro  100 paia di date scarpe o  100 date  caciotte per sé e la sua famiglia; e  che se   nelle medesime condizioni  tecniche Procopio produce 110 paia delle medesime  scarpe  e  100 delle stesse  caciotte  prodotte dall’altro;  allora specializzandosi lì dove ciascuno in termini di produttività comparata rispetto  all’altro “eccelle” relativamente ciò  porterebbe  ad un possibile arricchimento di entrambi; ebbene   molto semplicemente tutto questo   viola l’ipotesi della  ipotizzata eguaglianza delle condizione tecniche per entrambi i soggetti. Facendo parte delle pari  condizioni tecniche di produzione la pari abilità produttiva dei due soggetti, che nell’esemplificazione quantitativa viene negata. Postulando  di contrabbando una loro diversa attitudine nella produzione comparata dei due beni. Il ché in sostanza configura la falsificazione  della dimostrazione tutta già contenuta nella ipotesi non dichiarata  (diverse abilità nella produzione di uno dei due diversi  beni) che  nega quella esplicita di  pari  condizioni tecniche in cui si attuano i processi produttivi  dei due potenziali scambisti. Sussistendo l’ipotesi di pari condizione tecniche e quindi di pari attitudini di performance produttiva di Procopio e Biagio, viene fuori la assoluta illogicità degli scambi tra loro,  dovendo questi dar luogo a parità di sforzo lavorativo alle stesse quantità di entrambi i beni. Per sanare l’intero ragionamento,  l’unica possibilità  logica contro l’autarchia  in presenza di diverse performances da parte dei nostri due soggetti è quella  non solo di  escludere l’ipotesi di eguali tecniche produttive , esplicitando che sottese alle diverse performances vi siano altresì diverse  condizioni  tecniche . Di più,  ammettendo che vi sia una gerarchia di tali tecniche in termini di una loro maggiore e minore produttività. Sicché l’ottimo economico consisterebbe  ben altrimenti  nel passaggio toto coelo del possessore di quelle relativamente  più arretrate alle dipendenze dell’altro.  E non necessariamente con il ricorso alla violenza fisica,  a ciò sostituendosi molto più subdolamente e impersonalmente quella del mercato,  qualora sia  la logica di un modo di produzione su quest’ultimo incentrato  a fare da panorama sociale. Se così non è,  Biagio e Procopio semplicemente non avranno luogo a comunicare e il “più produttivo” dei due  solo imponendo all’altro manu militari ( anche solo potentialiter brandendo intimidatoriamente  le armi come force de frappe in versione  persuasiva)  gli scambi potrà sottometterlo alla logica del commercio internazionale ( vedi le “guerre dell’oppio” dell’Inghilterra contro il “Celeste Impero”);  dove dunque  ci saranno per definizione vincitori e vinti.  Se Biagio e Procopio appartengono a un’unica realtà socio-politica l’abbandono dell’autoconsumo  e di tecniche arretrate  per quanto rilevante ( implicando  l’epocale  nascita del capitalismo con il formarsi del proletariato con Biagio alle dipendenze di Procopio)  sul piano  storico-sociale,  a livello economico complessivo   lascia valido il principio che ciò che conviene a Procopio conviene  all’intera “nazione” ( fatta salva la curva di concentrazione del reddito). Ma se  lo straniero Biagio scopre che nella “nazione “ di Procopio si produce in termini più profittevoli,  a dir poco trasferirà  lì la produzione di scarpe,   così venendo a divorziare  la sua convenienza con quello della sua iniziale “patria” che vede promossa la sua azienda  nel ruolo di multinazionale. Che lascia  in eredità  negativa  alla ex madrepatria  non solo reddito non più  lì prodotto  con   la relativa disoccupazione  ma  che altrettanto produrrà  scacciando dal mercato le aziende omologhe che avessero mancato di attuare decentramento  produttivo extra moenia. Altro dogma immarcescente del lascito  della  teoria canonica del commercio internazionale  è quella del pareggio necessario tra l’ex/import tra scambisti. Come se fosse impossibile e vietato farsi pagare l’eccesso dell’attivo degli scambi commerciali solo con altra merce e non anche con moneta- capitale sottratta all’accumulazione nel  partner  in deficit commerciale. Insomma connotando il capitalismo come “economia naturale”  e di baratto mossa dalla sola logica del consumo e non della insaziabile sete di accumulazione validata in termini monetari che connota storicamente il capitalismo.

Di tutto ciò che costituisce terreno di sofismi, paralogismi, errori logici  del tipo di quelli  appena accennati (e del resto qui lasciato da parte per semplificare) , quasi due secoli di letteratura economica non hanno minimamente avuto neanche il sospetto  a proposito del teorema ricardiano dei costi comparati che  di  tali nefandezze teoriche è repleto. Teorema  che sorregge interamente l’ottimismo filoloberoscambista e che è alla base nella religione della Globalizzazione,. Ottimismo che sta anche alla base del luogo comune  fondato sulle speranze che la “locomotiva” tedesca ai primi di settembre del 2010 possa portare con sé la ripresa dell’economia dell’aria euro visto il dato di un tasso di crescita del 2,2%  della Germania  che in questo scorcio d’anno vede tale grandezza essere ben 6 volte maggiore dell’omologo dato dell’Italia (0,4%), e  visto che la crescita  tedesca risulta trainata dal costante attivo della  bilancia commerciale. Ebbene, sottesa a questa speranza, a parte il resto,  non v’è altro che la  fede fornita dal teorema di Ricardo appena ricordato che fa da architrave al dogma del free trade . Con l’aggravante di non tener conto del fatto che L’Europa che dovrebbe essere trainata dalla crescita e dalle esportazioni della Germania , nel caso di specie,   vista l’unità monetaria  dell’aria dell’euro,  non può neanche beneficiare del supporto teorico  tradizionale che affida la tendenza al riequilibrio dell’ex/import  tra partner commerciali con diversa valuta all’operare in tale direzione dai tassi di cambio tra tali valute: non abbiamo più la lira che si svaluterebbe rispetto al marco in presenza di un sottostante squilibrio commerciale tra Germania e Italia  così  alimentando il ristabilirsi  dell’equilibrio dei rispettivi scambi! In realtà dietro la cieca mistica fede dell’europeismo iperliberista  paradossalmente  si trattano  gli Stati della UE con moneta unica come se i   Biagio e i Procopio del ragionamento precedente  fossero per definizione cittadini di un unico Stato dove a livello globale non possono darsi che vincitori solidali (?). Nel mentre  sussistendo ancora un assetto nazionale dei singoli partner europei  la “locomotiva” del partner più forte  corre in solitudine sganciata da ogni altro “vagone” extranazionale,  correndo anzi in proporzione al progressivo rallentare di tali “vagoni”. Poggiando in realtà la sua costante performance oggettivamente mercantilista sulla simmetrica defaillancence dei suoi  partner ( concittadini!) europei ( e non europei). Cosa intenda il Governatore Draghi nel suo invito all’Italia  a imitare la Germania in termini di efficienza e moderazione salariale non è  altro  che indice  di  in una  tendenziale corsa al ribasso  e al regresso socio-economico, di una malsana realpolitik in  termini di politica economica che ha come paradigma il panorama del modo di produzione cinese che disvela come il dirigismo economico,  dissimulato dietro la facciata ridicola di un “comunismo” da incubo,  in epoca di Globalizzazione  sia il modo più efficiente per realizzare la cinica logica del profitto.  Dove il salario di equilibrio non è lontano da qualche porzione di riso condito da merci- patacca  di cui si inonda il  mondo intero.

Quella della “locomotiva tedesca” non è che una variante su scala europea di chi guarda su scala mondiale alla rigogliosa e imperterrita crescita dei paesi che formano il BRIC ( Brasile,Russia,India, Cina).

Di grazia, pur lasciando da parte le considerazioni  teoriche appena svolte circa la del tutto ignorata, concreta e storicamente verificata possibilità quando non necessità  di “ arricchirsi alle spalle degli altri”, ampiamente dimostrata dalla dialettica sviluppo /sottosviluppo che ha caratterizzato e caratterizza ancora con nuovi protagonisti  la dinamica del commercio internazionale, come non vedere che alle “fortune” del BRIC corrisponde quel nuovo fenomeno che è il progressivo  regresso o” sottosviluppo” di quella parte dell’ex mondo del capitalismo “opulento”?   Se al BRIC si deve assegnare il ruolo di “locomotiva” dell’intera economia mondiale come mai sin qui tale locomotiva ha corso da sola? Dove è la  magica “stazione” che dovrebbe compiere il miracolo sin qui inesistente di aggiungere il resto dei vagoni europei e americani a questa locomotiva  a sua volta a ben vedere ben lontana dal correre  grazie alla  tenuta solidale dei suoi pezzi che per gran parte costituiscono un tutto per mero espediente statistico aggregativo?  Ciò  da  un lato;  e d’altro lato,  come non vedere  l’affermarsi in aree a vario titolo  ex “precapitalistiche” di  quella che può definirsi una aggiornata forma di “accumulazione primitiva” dove la più o meno ragguardevole dimensione  del mercato interno da capitalistizzare ha permesso  e permette a tutt’oggi di operare come valvola di sfogo all’interruzione della crescita degli scambi a livello globale a causa della crisi? E come ciò neghi ogni  fondamento all’infondatezza della speranza che la ininterrotta crescita del PIL dei BRIC  sia garanzia dell’uscita dal tunnel delle economie di più antico lignaggio capitalistico. Innanzi tutto il BRIC non costituisce una realtà significativamente integrata trai suoi componenti. L’interscambio tra questi ultimi  è lungi dal rappresentare  i termini sufficienti per dar luogo a una crescita integrata e interdipendente, risultando ben  maggiore il grado di integrazione con le ex cittadelle del mondo industrializzato di ciascun paese del BRIC. E ciò non solo come fotografia  dello stato di cose attuali ma anche in ragione di considerazioni geopolitiche che spiegano la “foto” e la rendono  presumibilmente costante in termini previsionali. Infatti la sostanziale dipendenza dalle esportazioni di materie prime della Russia  e i lunghi e perciò permeabili confini economici e non  con la Cina  ne spiegano i forti legami politico-militari  oltre che economici con l’India. Quest’ultima è poi notoriamente l’unico baluardo al potenziale egemonico cinese.  Così come è la concorrenza cinese e non già quella europea o americana a essere temuta dal resto del BRIC. La Russia  che gestisce poi il suo “tesoro” in valuta per gran parte dissipandolo in spesa militare e con la corruzione che vi si accompagna,   non fa che alimentare la componente più improduttiva al loro interno dei settori del lusso  dei paesi europei e occidentali con quanto ne consegue in termini  lì  di scarso stimolo  al resto dell’economia. Brasile e India   sono poi afflitti da secolari  e profonde sacche di povertà  che vuoi la logica castale in un caso e la  forte concentrazione  del reddito e della proprietà  della terra e del capitale finanziario nell’altro caso  finiscono per costituire un handicap alla loro  prospettiva di  crescita in quanto  fondata  sui meccanismi di una accumulazione sostanzialmente autosostenuta. Ma   dinamicamente guardando , anche  l’”accumulazione primitiva” che ha sin qui potuto far sostituire il mercato interno a quello internazionale  nei BRIC,   per sua stessa logica  sottrae man mano potenziale competitivo  ai sistemi economici di ciascuna componente del BRIC. Dovendo favorire in alternativa agli investimenti  in settori esportatori  settori economici in grado di sostenere   la crescita di quelli relativi ai beni di consumo,  onde assicurare l’equilibrio dell’interscambio dinamico con il settore dei beni di investimento all’interno,  ciò  non potrà che comportare  un aumento tendenziale dei salari e una crescente proporzione dei consumi sui soli investimenti , che  autonomamente hanno sostenuto  il modello di sviluppo fondato sulle esportazioni e quindi per gran parte indipendente dalla domanda domestica. Da un lato quindi un limite  temporale alla crescita razionata dall’offerta  per quanto abbondante del lavoro. Ma ben prima che tale stock di lavoro venga a esaurirsi,  a misura della crescita fondata sul mercato interno   ciò tende necessariamente a depotenziare la  competitività sul mercato internazionale nel quadro delle regole della Globalizzazione.

Ma il ragliar d’asini non si ferma a quanto sin qui analizzato in tema di cattiva teoria e di infondati deus ex machina in forma di “locomotive” varie per tirar fuori dagli impacci governati e governanti  nei paesi  ex industrializzati e in via di sottosviluppo . Come si è detto all’inizio non può esservi terapia per la crisi globale e della Globalizzazione  in mancanza di una adeguata diagnosi . E di una teoria della crisi invano è dato trovar traccia nel “sapere” ben retribuito degli economisti(ci). In altra occasione ci ripromettiamo  magari di mostrare come quel po’ di spiegazione ritenuta aggiornata e adeguata per spiegare la crisi in atto come “crisi finanziaria” sia in realtà la ripetizione dei più antichi, e protestati dalla storia,  tentativi di spiegare la ciclica comparsa di questa mortale malattia che ha da sempre accompagnato  sin dalla nascita il capitalismo.

Sulla infondatezza scientifica  di questi  tentativi  e della loro ignara  versione moderna abbiamo infatti  già abbondantemente   e anche  recentemente intrattenuto il pubblico interessato,   e tra la cacofonia del ragliar  d’asini e i fischi assordanti di tante “locomotive” abbiamo  infatti  paura che si perda  nuovamente qualche “Nota” ( Bene) ,  usualmente intesa come eccessivo gravame intellettuale per lettori volenterosi,   frastornati da tanta vuota  e nefanda cagnarak

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Autore: Redazione » Articoli 670 | Commenti: 231

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