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Home | ©2010 La Finanza sul Web | Articolo visto 11299 volte 20 dicembre 2010

Bisogna tornare a governare il sistema elettrico

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Italiana

Se al Festival Internazionale del Lavoro di quest’anno la partecipazione è stato il “leitmotiv”sotteso  ed il raccordo costante di quasi tutti gli interventi, i problemi del sistema energetico italiano e quelli della finanza internazionale  ne hanno costituito  due delle strutture portanti. Non tanto o non solo perché gli organizzatori del Convegno erano la Federazione dei lavoratori elettrici e quella dei bancari della Cisl, quanto perché  energia e finanza – nei fatti spesso intimamente connesse-  sono all’origine della crisi in cui versa l’economia globale, ma sono anche comparti che  potrebbero aiutare ad uscire dalla crisi: la finanza ritrovando  la disciplina di regole adeguate; il settore energetico-ambientale con investimenti e nuove tecnologie in grado di dare un forte impulso alla creazione di posti di lavoro.

 

Spentasi l’eco del Festival del Lavoro, ne riparliamo con Carlo De Masi, Segretario generale della FLAEI-CISL.

 

Un sistema elettrico

fuori controllo?

 

D- Segretario: nel suo intervento lei ha fatto un’affermazione preoccupante: che cioè il Sistema Elettrico Nazionale è fuori controllo, e che dopo i processi di liberalizzazione e privatizzazione bisogna tornare a governare il Sistema. Vuole chiarire più  dettagliatament questi concetti?

R- Sono passati ormai diciotto anni dalla privatizzazione dell’Enel. Già nel 1992 esso da Ente pubblico era divenuto società per azioni. Poi nel 1999 è partito il processo di liberalizzazione, recependo una direttiva europea.

Ma a parte il fatto che qualche Paese, come la Francia, si è ben guardato dal privatizzare l’Ente elettrico nazionale, considerandolo, evidentemente, strumento irrinunciabile della sua politica economico-sociale, il problema centrale è proprio questo: con il processo di  privatizzazione l’energia è divenuta essenzialmente occasione di lucro, non più elemento di socialità.

Quel processo in realtà andava governato meglio, con una regia politica che evitasse lo sbilanciamento tra le esigenze economiche e quelle sociali.

 

Privatizzazione dell’Enel:

le promesse e i fatti

 

Come ricorderà, la privatizzazione avrebbe dovuto rilanciare lo sviluppo, abbassare i costi, migliorare la qualità del servizio e creare opportunità di occupazione.

I risultati non paiono adeguati rispetto a quello che utenti e parti sociali si attendevano. Per quanto riguarda l’occupazione, in particolare, il settore ha perso oltre 70 mila addetti, cioè più della metà di quanti vi lavoravano prima. La sola Enel, che aveva più di 100 mila dipendenti, ora ne ha meno di 40 mila. Alla responsabilità del sindacato, che ha accompagnato questo processo, non ha corrisposto un ritorno sul piano sociale che riguardasse sia gli utenti che i lavoratori.

D-   Ma in che senso il nostro Sistema Elettrico è oggi fuori controllo?

R- Vi agiscono troppi soggetti, senza una regia unica. Non abbiamo più alcun piano energetico nazionale. La politica è assente. Perché mai l’Enel ogni anno deve dare al Tesoro l’equivalente di mezza finanziaria? Se, per ipotesi, tale importo fosse dimezzato, vi sarebbero fondi per maggiori investimenti (portando ad esempio su livelli più tranquillizzanti il tasso di sostituzione della rete) e vi sarebbe maggior lavoro. Oggi che le aziende sorte dopo la privatizzazione dell’Enel presentano utili abbastanza elevati, in un periodo in cui invece l’economia, non solo italiana, si confronta con una crisi senza precedenti, occorre stimolare gli investimenti, e tramite essi l’occupazione.

 

Per ridare alla politica, cioè alle esigenze sociali, il ruolo che loro spetta, andrebbe istituito almeno (questa è la proposta avanzata da tempo dalla FLAEI-CISL) un Osservatorio, che funzioni anche come Cabina di regia, presso la Presidenza del Consiglio, e di cui facciano parte i ministeri dell’ambiente e dello sviluppo economico, le Regioni, le forze produttive e sociali, in modo da poter dar vita ad un “Patto sociale per lo sviluppo sostenibile”, attraverso un Tavolo di programmazione strategica.

 

 

Le linee di un patto sociale

per lo sviluppo sostenibile

 

D- A parte la Cabina di regia, su quali linee dovrebbe muoversi poi concretamente un intervento concertato governo-impresa- parti sociali per riportare la politica energetica sotto controllo?

R- Occorre anzitutto razionalizzare il mix delle fonti energetiche, se non vogliamo continuare a pagare l’energia più cara che negli altri Paesi. Siamo infatti passati dalla “trappola del petrolio” alla “canna del gas”, e per famiglie ed imprese il costo dell’energia è superiore di circa un terzo rispetto agli altri Paesi europei.

Se vogliamo avere nell’immediato costi competitivi ed energia sufficiente, bisogna incrementare l’uso del cosiddetto “carbone pulito”, avendo chiaro che nessuna fonte d’energia è davvero completamente pulita. Per il carbone esistono però tecnologie innovative che lo rendono accettabile, con la cattura dell’anidride carbonica emessa dalla combustione con la liquefazione o con la purificazione a monte.

D- Ed il nucleare?

R-  Non è concepibile che il Paese ove l’energia nucleare è stata scoperta rinunci ancora a sfruttarla, pur avendo tutte le competenze per governarla, a partire da quella della SOGIN. La scelta, è vero, spetta alla politica ed alle istituzioni. Il ritorno al nucleare, per i tempi tecnici incomprimibili, va comunque traguardato in una prospettiva medio-lunga, ma ci sono intanto alcune cose che possiamo fare.

La Sogin, che ora ha il suo Consiglio di amministrazione ed è pienamente funzionale, dovrebbe presentare un piano industriale che preveda un sito, almeno di superficie, per la custodia in sicurezza non solo delle  scorie delle centrali, ma anche dei rifiuti radioattivi medicinali, ospedalieri, industriali, ecc.

Inoltre, dovrebbe essere implementato un polo tecnologico e di ricerca per sviluppare nuove competenze  in funzione del nucleare che verrà. Il “decommissioning” della Sogin già lo paghiamo con un prelievo sulla bolletta dell’energia elettrica, così come la ricerca, che in realtà ormai è quasi abbandonata…

D. Carbone pulito e nucleare, dunque. Ma nel suo intervento al Festival del lavoro lei ha accennato anche alle fonti rinnovabili, all’efficienza ed al risparmio, alla modernizzazione delle reti, nonché ad una sorta di “Federalismo energetico”. Può tornare su questi temi per i lettori de “la Finanza”?

 

Un grande progetto

per le reti di trasmissione

 

R- Certamente. Efficienza e risparmio energetico, cominciando dalle strutture pubbliche, possono diventare l’equivalente di una grande fonte d’energia.

Quanto alle energie rinnovabili, bisogna dare ad esse concretezza con due meccanismi: da un lato gli incentivi andrebbero finalizzati ad accordi di programma sul territorio per realizzare l’indotto; dall’altro andrebbero istituite scuole di specializzazione sia per le alte professioni “verdi” che per le nuove competenze tecniche nella c.d. “Green Economy”.

Ed occorre anche un grande progetto per le reti di trasmissione e di distribuzione, con adeguati investimenti non solo per la sostituzione dei tratti obsoleti ma anche per la manutenzione di quelli funzionali in modo da migliorare la qualità del servizio; è necessario inoltre che la nuova rete abbia la flessibilità che consenta lo sviluppo delle energie rinnovabili  a generazione distribuita, sia adeguata ai nuovi insediamenti nucleari e del  carbone pulito, e consenta infine di sviluppare  le cosiddette “reti intelligenti”.

Non va mai dimenticato, soprattutto, un concetto fondamentale: le reti sono “asset” strategici essenziali. Prescindere dal loro sviluppo, dalla loro efficienza, sarebbe come sviluppare la motorizzazione senza avere un sistema stradale adeguato.

 

Un federalismo

energetico che unisca

 

D- Ed il “Federalismo energetico”?

R- Già qualche anno fa avevo lanciato l’idea di un “federalismo energetico” non per dividersi sulla base di egoismi localistici (come purtroppo qualche Regione autonoma sembra voler fare per le Reti e le concessioni idriche) ma per unire. Ogni Regione cioè dovrebbe contribuire al sistema energetico nazionale in funzione delle potenzialità, delle specificità e delle caratteristiche morfologiche del suo territorio: chi con un rigassificatore, chi con una centrale a carbone,  chi con un impianto nucleare, chi con un sito per le scorie, traendone vantaggi. Ed i costi di alcune componenti della bolletta, come ad esempio il “decommissioning”, potrebbero essere fatti gravare sugli Enti locali che rifiutano gli insediamenti energetici che la natura del loro territorio invece consentirebbe.

Più in generale: l’energia è un emergenza per l’Italia, e come tale va affrontata. Solo processi consapevoli, responsabili e partecipati da Comunità e Cittadini nelle scelte e dai Lavoratori nelle Aziende possono creare le condizioni per uscire dall’emergenza e creare ad un tempo sviluppo sostenibile ed occupazione stabile.

 

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Autore: Redazione » Articoli 667 | Commenti: 159

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